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La NASA sceglie VERITAS: la Sapienza su Venere

La missione spaziale selezionata dalla Nasa per l’esplorazione di Venere vede coinvolto in maniera determinante il gruppo di ricerca della Sapienza guidato da Luciano Iess. VERITAS dovrà rispondere a molte domande sull’evoluzione di questo pianeta ancora misterioso che, da un passato molto simile a quello della Terra, è diventato uno dei luoghi più inospitali del sistema solare.

La missione spaziale VERITAS (Venus Emissivity, Radio Science, INSAR, Topography and Spectroscopy) a cui la Sapienza partecipa con un contributo fondamentale, è risultata vincitrice nella selezione delle missioni planetarie della Nasa. Lo ha comunicato la Nasa stessa il 2 giugno scorso nell’ambito della selezione delle prossime missioni di classe Discovery da 500 milioni di dollari.

VERITAS sarà lanciata tra il 2026 e il 2028 e ospiterà a bordo una strumentazione molto sofisticata finanziata dall’Agenzia spaziale italiana (ASI) a cui ha contribuito il gruppo di ricerca guidato da Luciano Iess, composto da giovani ricercatori della Sapienza.

“La forte presenza italiana nel team scientifico che ha portato alla selezione di VERITAS rappresenta un ulteriore esempio del ruolo della nostra università nella ricerca spaziale e nell’esplorazione del sistema solare – dichiara Luciano Iess, professore del Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale della Sapienza – Questa missione ci permetterà di dare risposta a interrogativi che sono ormai rimasti aperti troppo a lungo”.

Veritas Venere
Un’immagine radar di quella che appare come una recente colata lavica, ripresa dalla sonda Magellan (NASA) piu’ di 25 anni fa

Venere infatti ha sempre suscitato grande interesse e fascino nella comunità scientifica. Gli unici dati globali sulla sua superficie e struttura interna sono stati forniti dalla sonda Magellan (NASA) più di 25 anni fa (1994-95). Da sempre indicato come il pianeta cugino della Terra per le dimensioni, massa e distanza dal Sole molto simili, Venere ha però intrapreso, per cause ancora ignote, un percorso evolutivo estremamente diverso da quello del nostro pianeta, al punto che oggi è uno dei luoghi più inospitali del sistema solare. La sua densa atmosfera, composta in gran parte di anidride carbonica e nubi di acido solforico, ha una pressione al suolo 90 volte maggiore di quella terrestre e temperature medie di 460 °C. Tuttavia studi recenti indicano per Venere un passato molto diverso e assai più simile a quello della Terra.

Veritas Terra Venere
La Terra e Venere fianco a fianco, viste dallo spazio (quest’ultima attraverso il radar della sonda Magellan)

VERITAS si propone di dare una risposta alle molte domande della comunità scientifica riguardanti non solo l’evoluzione passata, ma anche quella presente e futura, in particolare ricercando la presenza di vulcani attivi e di processi dinamici superficiali, quali la tettonica a placche. VERITAS sarà inoltre in grado di determinare la composizione e struttura interna del pianeta, fornendo ulteriori indizi per la comprensione non solo dei pianeti rocciosi, ma anche di una classe di esopianeti con caratteristiche simili.

La missione sarà coordinata da Suzanne E. Smrekar (Jet Propulsion Laboratory, California Institute of Technology) e costituisce, insieme a DaVinci+, che studierà l’atmosfera del pianeta, una delle due missioni della Nasa a Venere.

Nel team scientifico di VERITAS, il gruppo italiano, coordinato da Luciano Iess (Co-Lead dell’esperimento di gravità), è composto da giovani ricercatori del Centro di Ricerca Aerospaziale Sapienza (CRAS), del Dipartimento di Ingegneria meccanica aerospaziale (DIMA) e del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, Elettronica e Telecomunicazioni (DIET). I ricercatori del CRAS-DIMA (Gael Cascioli, Fabrizio De Marchi, Paolo Racioppa), hanno condotto, attraverso simulazioni numeriche, la definizione dell’esperimento di gravità, dedicato alla determinazione della struttura interna del pianeta. I ricercatori del DIET (Roberto Seu e Marco Mastrogiuseppe, Co-Lead del radar VISAR) hanno contribuito allo sviluppo di tecniche di elaborazione dei dati del radar ad apertura sintetica, con lo scopo di individuare la presenza di processi geologici superficiali recenti. Gaetano di Achille, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, completa la partecipazione italiana con le competenze sulla struttura geologica del pianeta.

“Il successo di VERITAS – commenta Gael Cascioli, dottorando in Ingegneria aeronautica e spaziale presso il DIMA – è passato anche attraverso la fiducia che è stata riposta nei giovani ricercatori e ricercatrici che, come me, hanno portato entusiasmo, competenza ed energia nel team scientifico internazionale”.

 

Link:

NASA: https://www.nasa.gov/press-release/nasa-selects-2-missions-to-study-lost-habitable-world-of-venus

ASI: https://www.asi.it/#divSlideshow

 

Testo e foto dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Andromeda a 6.6 GHz: un’immagine unica della galassia sorella della Via Lattea 

galassia di Andromeda immagine
Image credits, Radio:WSRT/R. Braun (https://www.astron.nl/); Microwave:SRT/S.Fatigoni et al. (http://www.srt.inaf.it/); Infrared:NASA/Spitzer/K. Gordon (https://www.spitzer.caltech.edu/); Visible: Robert Gendler (http://www.robgendlerastropics.com/); Ultraviolet: NASA/GALEX (http://www.galex.caltech.edu/); X-ray: ESA/XMM/W. Pietsch (https://www.cosmos.esa.int/web/xmm-newton)

L’immagine ottenuta a tale frequenza, oltre a essere senza precedenti, ha permesso di definire nel dettaglio la morfologia della galassia e in particolare di individuare le regioni dove nascono le nuove stelle.

galassia di Andromeda immagine
Image credits, Radio:WSRT/R. Braun (https://www.astron.nl/); Microwave:SRT/S.Fatigoni et al. (http://www.srt.inaf.it/); Infrared:NASA/Spitzer/K. Gordon (https://www.spitzer.caltech.edu/); Visible: Robert Gendler (http://www.robgendlerastropics.com/); Ultraviolet: NASA/GALEX (http://www.galex.caltech.edu/); X-ray: ESA/XMM/W. Pietsch (https://www.cosmos.esa.int/web/xmm-newton)

I risultati dello studio, frutto della collaborazione fra la Sapienza e l’lstituto Nazionale di Astrofisica sono stati pubblicati sulla rivista Astronomy & Astrophysics.

Andromeda è una delle galassie più studiate di tutti i tempi e probabilmente anche la più conosciuta al grande pubblico per la sua prossimità e somiglianza con la nostra galassia, la Via Lattea. Infatti, una conoscenza della natura dei processi fisici che avvengono al suo interno permetterebbe di capire meglio cosa avviene nella nostra galassia, come se la guardassimo dall’esterno.

Paradossalmente, proprio ciò che finora ha ostacolato una osservazione approfondita di Andromeda nelle microonde è la sua stessa conformazione. Infatti, a causa delle sua prossimità alla Via Lattea questa ha una dimensione angolare di diversi gradi in cielo, il che la mette fuori dalla portata degli interferometri costituiti da schiere di antenne di piccola taglia. Per poter osservare Andromeda a frequenze di 6.6 GHz e superiori è indispensabile disporre di un unico radiotelescopio a disco singolo dotato di una grande area efficace.

Oggi, una collaborazione scientifica fra la Sapienza Università di Roma e l’Istituto Nazionale di Astrofisica – INAF, ha permesso di ottenere con il Sardinia Radio Telescope una immagine della galassia di Andromeda completamente nuova, a 6.6 GHz, una frequenza mai sondata prima d’ora.

L’ottima risoluzione angolare del telescopio ha permesso di definire nel dettaglio la morfologia e di ampliare così le conoscenze finora disponibili su questa galassia.

I risultati dello studio, realizzato con la partecipazione anche di numerosi enti e università internazionali come la University of British Columbia, l’Instituto de Radioastronomia y Astrofisica – UNAM in Messico, l’Instituto de Astrofisica de Canarias, l’Infrared Processing Analysis Center – IPAC in California, sono stati pubblicati sulla rivista Astronomy & Astrophysics. 

A questa frequenza (6.6 GHz) l’emissione della galassia è vicina al suo minimo, complicando la possibilità di ottenere una immagine così definita. Nonostante ciò, grazie alle 66 ore di osservazione con il Sardinia Radio Telescope e a un consistente lavoro di elaborazione dei dati, i ricercatori sono riusciti a mappare la galassia con alta sensibilità.

“Il Sardinia Radio Telescope è una grande antenna a disco singolo in grado di operare ad alte frequenze radio – sottolinea Matteo Murgia dell’INAF di Cagliari- e di produrre dati di elevatissima importanza scientifica e immagini di assoluta qualità”.

 “Combinando questa nuova immagine con quelle precedentemente acquisite – aggiunge Elia Battistelli del Dipartimento di Fisica della Sapienza e coordinatore dello studio – abbiamo fatto significativi passi in avanti nel chiarire la natura della emissione di microonde di Andromeda, distinguendo i processi fisici che avvengono in diverse regioni della galassia”

Andromeda galassia immagine

“In particolare siamo riusciti a determinare la frazione di emissione dovuta ai processi termici legati alle prime fasi della formazione di nuove stelle, e la frazione di segnale radio imputabile ai meccanismi non-termici dovuti a raggi cosmici che spiraleggiano nel campo magnetico presente nel mezzo interstellare” concludono Federico Radiconi del Dipartimento di Fisica della Sapienza e Sofia Fatigoni della Università della British Columbia.

Andromeda galassia immagine

Con i dati ottenuti, per i ricercatori è stato possibile così stimare il ritmo di formazione stellare di Andromeda e produrre una mappa dettagliata che ha messo in evidenza il disco della galassia come regione d’elezione per la nascita di nuove stelle.

Per ottenere questa immagine unica di Andromeda il team ha sviluppato e implementato dei software ad hoc che hanno permesso, tra le altre cose, di testare nuovi algoritmi per la identificazione di sorgenti a più bassa emissione nel campo di vista attorno ad Andromeda, il più vasto mai esaminato a una frequenza di 6.6 GHz: in questo modo i ricercatori hanno estratto dalla mappa un catalogo di circa un centinaio di sorgenti puntiformi, ovvero stelle, galassie e altri oggetti, sullo sfondo di Andromeda.

Andromeda galassia immagine

Riferimenti:

Study of the thermal and non-thermal emission components in M31: the Sardinia Radio Telescope view at 6.6 GHz – S. Fatigoni, F. Radiconi, E.S. Battistelli, M. Murgia, E. Carretti, P. Castangia, R. Concu, P. de Bernardis, J. Fritz, R. Genova-Santos, F. Govoni, F. Guidi, L. Lamagna, S. Masi, A. Melis, R. Paladini, F.M. Perez-Toledo, F. Piacentini, S. Poppi, R. Rebolo, J.A. Rubino-Martin, G. Surcis, A. Tarchi, V. Vacca – Astronomy & Astrophysics 2021

 

Testo e foto dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Istituto Italiano di Tecnologia – IIT e Sapienza Università di Roma: realizzati in laboratorio per la prima volta organoidi cerebrali per lo studio della Sindrome dell’X fragile
Questo risultato consentirà di studiare in vitro il meccanismo molecolare della malattia e testare futuri farmaci.

organoidi cerebrali sindrome X fragile
Dettaglio a livello cellulare degli organoidi cerebrali derivati da cellule iPS umane di Controllo viste al microscopio confocale. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Riprodotti per la prima volta in laboratorio organoidi cerebrali (3D) come modello di studio della Sindrome dell’X Fragile, una malattia ereditaria legata a mutazioni nel gene FMRP localizzato sul cromosoma X, causa di disabilità cognitiva, problemi di apprendimento e relazionali.

Neuroni derivati da cellule iPS umane di Xfragile visti a microscopio confocale per identificazioni delle sinapsi glutammatergiche. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell Death and Disease, è il risultato di una collaborazione tutta italiana fra Istituto Italiano di Tecnologia – IIT e Sapienza Università di Roma. In particolare tra Silvia Di Angelantonio e Alessandro Rosa, entrambi docenti Sapienza e ricercatori affiliati presso il centro IIT di Roma “Center for Life Nano & Neuro-Science” coordinato da Giancarlo Ruocco e il gruppo D3Validation dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, coordinato da Angelo Reggiani.

organoidi cerebrali sindrome X fragile
Organoidi cerebrali ottenuti da cellule iPS umane di controllo viste al microscopio confocale. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Gli organoidi 3D sono strutture cellulari tridimensionali artificiali, generate a partire da cellule staminali umane, che riproducono le caratteristiche dei veri organi. Si tratta di modelli in vitro che mostrano condizioni molto simili a quelle umane sia dal punto di vista fisiologico che patologico e che mimano in vitro l’interazione tra cellule. Negli ultimi anni la messa a punto di organoidi cerebrali umani derivati da cellule staminali pluripotenti indotte (cellule iPS, Premio Nobel per la Medicina 2012) ha permesso di ridurre i test condotti su modelli animali e ha aperto nuovi orizzonti per lo studio delle malattie del neuro-sviluppo come autismo e schizofrenia o della nota infezione da Zika virus.

organoidi cerebrali sindrome X fragile
Organoidi cerebrali ottenuti da cellule iPS umane di Xfragile viste al microscopio confocale. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Le cellule iPS sono cellule staminali che si possono ottenere ‘riprogrammando’ cellule non staminali, per esempio del sangue o della pelle, prelevate da qualunque individuo adulto.

organoidi cerebrali sindrome X fragile
Dettaglio a livello cellulare degli organoidi cerebrali derivati da cellule iPS umane di Xfragile viste al microscopio confocale. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

In questo studio le colture cellulari classiche (2D) e gli organoidi cerebrali (3D) sviluppati a partire da cellule iPS, riproducono in vitro alcune caratteristiche tipiche della sindrome dell’X Fragile, consentendo ai ricercatori di studiare il meccanismo molecolare della patologia e di dimostrare  come la proteina FMRP sia necessaria per supportare correttamente la proliferazione delle cellule neuronali e gliali e per impostare il corretto rapporto eccitazione-inibizione nello sviluppo del cervello umano.

organoidi cerebrali sindrome X fragile
Organoidi cerebrali ottenuti da cellule iPS umane di controllo. Le frecce rosse indicano lo sviluppo di strutture corticali. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Lo studio su modelli cellulari 3D, inoltre, ha permesso di scoprire uno squilibrio di dimensioni tra organoidi X fragile e organoidi di controllo cioè sani, ma soprattutto uno squilibrio in termini di bilancio eccitazione – inibizione delle cellule di X Fragile a favore dell’ipereccitabilità che si potrebbe ipotizzare essere alla base delle crisi epilettiche, sintomi tipici dei pazienti X Fragile.

organoidi cerebrali sindrome X fragile
Organoidi cerebrali ottenuti da cellule iPS umane di X Fragile. Le frecce rosse indicano lo sviluppo di strutture corticali. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Questi risultati ampliano le conoscenze sulla Sindrome dell’X Fragile e gettano le basi per lo screening di nuovi farmaci efficaci per questa patologia oltre al riposizionamento di quelli già in uso.

Silvia Di Angelantonio, ricercatrice affiliata presso il centro IIT di Roma “Center for Life Nano & Neuro-Science”. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

 “Ad oggi questo lavoro è il primo a dimostrare la possibilità di studiare la Sindrome dell’X Fragile in organoidi cerebrali e suggerisce che questa piattaforma sperimentale possa essere applicata per modellizzare in vitro la Sindrome dell’X Fragile” dichiara Silvia Di Angelantonio, ricercatrice affiliata presso il centro IIT – Center for Life Nano & Neuro-Science e docente Sapienza.

Alessandro Rosa, ricercatore affiliato presso il centro IIT di Roma “Center for Life Nano & Neuro-Science”
Caption: Alessandro Rosa, ricercatore affiliato presso il centro IIT di Roma. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

“L’uso di organoidi umani per lo studio di malattie come la Sindrome dell’X Fragile presenta notevoli vantaggi per la comprensione dei meccanismi molecolari che ne sono alla base” aggiunge Alessandro Rosa, ricercatore affiliato presso il centro IIT – Center for Life Nano & Neuro-Science e docente Sapienza.

Angelo Reggiani, Ricercatore Istituto Italiano di Tecnologia. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

“La disponibilità di organoidi derivati da cellule umane crea i presupposti per la identificazione di farmaci migliori e, in un futuro prossimo, di terapie sempre più personalizzate sulle necessità del malato” conclude Angelo Reggiani, coordinatore del laboratorio D3Validation dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

Neuroni derivati da cellule iPS umane di controllo visti a microscopio confocale per identificazioni delle sinapsi glutammatergiche. Credits: Istituto Italiano di Tecnologia – © IIT, all rights reserved

Riferimenti:

Novel fragile X syndrome 2D and 3D brain models based on human isogenic FMRP-KO iPSCs – Carlo Brighi, Federico Salaris, Alessandro Soloperto, Federica Cordella, Silvia Ghirga, Valeria de Turris, Maria Rosito, Pier Francesca Porceddu, Chiara D’Antoni, Angelo Reggiani, Alessandro Rosa and Silvia Di Angelantonio – Cell Death & Disease https://doi.org/10.1038/s41419-021-03776-8

 

Testo e foto dell’Istituto Italiano di Tecnologia – IIT, Image Library; dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Alle origini del buco nero supermassiccio della Via Lattea

Uno studio coordinato dal Dipartimento di Fisica della Sapienza fornisce nuove informazioni sulla formazione del buco nero che si trova al centro dalla nostra Galassia. Lo studio suggerisce che il buco nero super massiccio sia il residuo di un insieme di buchi neri più leggeri che, orbitando, hanno perso energia fino a fondersi. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

centro della Galassia buco nero supermassiccio Via Lattea costellazione del Sagittario
Costellazione del Sagittario. Foto di Kevin Wigell, CC BY-SA 3.0

Sagittarius A* (Sgr A*) è una intensa sorgente di onde radio molto compatta, situata al centro della Via Lattea, e nello specifico, nella costellazione del Sagittario.

Sgr A* è anche il punto della nostra Galassia in cui si trova un oggetto estremamente compatto – 4 milioni di volte più massiccio del Sole – un componente caratteristico dei centri di molte galassie ellittiche e spirali.

L’identificazione di questo “mostro celeste” ha fatto vincere il premio Nobel 2020 per la fisica agli scienziati R. Genzel e A. Ghez, che hanno effettuato misurazioni dei movimenti delle stelle nella regione centrale della Galassia così precise da contribuire a dimostrare l’esistenza di questo oggetto, molto probabilmente assimilabile a un buco nero supermassiccio.

L’esistenza di buchi neri, così come la presenza di oggetti supermassicci e compatti in altre galassie oltre la nostra, sembra essere quindi indubbia. Ma mentre l’origine dei cosiddetti buchi neri stellari ha una spiegazione fisica ormai assodata (sono il residuo di stelle massicce ormai spente) quella dei buchi neri supermassicci rimane ancora incerta.

Un nuovo studio coordinato da Roberto Capuzzo Dolcetta del Dipartimento di Fisica della Sapienza Università di Roma in collaborazione con la École Normale Supérieure di Parigi, dimostra come la formazione del buco nero supermassiccio al centro della nostra Galassia possa derivare dalla rapidissima aggregazione, che avviene tramite collisioni successive, di un “pacchetto” di buchi neri più leggeri, trasportati al centro della Galassia dagli ammassi stellari che li ospitavano, e che hanno orbitato perdendo progressivamente energia, fino a fondersi.

I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, sono stati ottenuti attraverso simulazioni numeriche sofisticate e di alta precisione, condotte anche su computers del Centro di Ricerca Amaldi della Sapienza.

Riferimenti:

Dynamics of a superdense cluster of black Holes and the formation of the Galactic supermassive black hole – P. Chassonnery, R. Capuzzo Dolcetta – Monthly Notices of the Royal Astronomical Society https://doi.org/10.1093/mnras/stab1016

Testo, foto e video dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sulle origini del buco nero supermassiccio della Via Lattea.

Lotta alle zanzare: approda in Italia MosquitoAlert, l’app che permette ai cittadini di contribuire con un click
Un’istantanea dell’insetto consentirà a cittadini ed esperti di conoscere il tipo di zanzara, la sua pericolosità, le aree da disinfestare

MosquitoAlert

Un’app per conoscere i tipi di zanzare che vedremo arrivare, puntuali e numerose, con l’arrivo dei mesi caldi, ma soprattutto per contribuire a combatterne le infestazioni. Il tutto con una semplice fotografia dell’insetto da inviare tramite l’applicazione MosquitoAlert alla Task Force che ha riunito a collaborare a questo progetto esperti dell’Università Sapienza di Roma e dell’Ateneo di Bologna, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e del MUSE di Trento.

Già utilizzata in Spagna, l’app ha consentito di raccogliere migliaia di fotografie validate in tempo reale da esperti entomologi e utilizzate per tracciare l’invasione da parte di eventuali nuove specie, per identificare le regioni ed aree più infestate e dirigere gli interventi di controllo. Quest’anno MosquitoAlert è disponibile anche in Italia e contemporaneamente in altri 20 paesi grazie al progetto europeo AIM-COST coordinato dalla Prof.ssa Alessandra della Torre dell’Università Sapienza di Roma.

La Task Force di MosquitoAlert Italia si fa promotrice dell’iniziativa nel nostro Paese, senz’altro uno dei più infestati d’Europa, dove le zanzare non rappresentano solo una fonte di fastidio (spesso elevato), ma possono trasmettere virus capaci di provocare serie patologie all’uomo come il virus del West Nile, o quelli tropicali del Chikungunya o del Dengue. “Chiediamo ai cittadini di scaricare gratuitamente sul proprio telefono l’app MosquitoAlert e di ricordarsi, ogni qual volta avvistano o riescono a catturare una zanzara anche dopo averla colpita per autodifesa, di inviarne una fotografia tramite la stessa app” spiega il Dott. Beniamino Caputo, ricercatore della Sapienza e coordinatore di MosquitoAlert Italia “L’app consente anche di mandare semplici segnalazioni di punture o segnalare la presenza di raccolte d’acqua stagnante dove si possono sviluppare le zanzare e fornisce inoltre un indirizzo a cui inviare eventualmente l’intero esemplare. In cambio, gli utenti potranno conoscere la specie che li infastidisce e informarsi sui rischi sanitari connessi e avere accesso ad una mappa delle diverse specie presenti sul proprio territorio”.

MosquitoAlert

È proprio la primavera il periodo della prevenzione, in cui cioè intervenire con trattamenti nelle aree pubbliche e private (giardini, orti, terrazzi), per rimuovere, con prodotti idonei, o rendere inaccessibili alle zanzare tutte quelle piccole o grandi raccolte d’acqua in cui potrebbero deporre le uova e nelle quali si possono sviluppare le larve. Ma come capire dove indirizzare le disinfestazioni per colpire le specie più pericolose?

Quest’anno esiste uno strumento in più che richiede la collaborazione attiva di tutti i cittadini per raccogliere dati sulle diverse specie di zanzare, incluse quelle invasive come la zanzara tigre e altre specie di origine asiatica. MosquitoAlert è un progetto di scienza partecipata (citizen science), come ormai ne esistono diversi che grazie all’aiuto dei cittadini consentono di raccogliere preziosissime informazioni sulla biodiversità, sulle specie invasive, sui rifiuti in plastica, sulla qualità dell’aria e dell’acqua, sull’inquinamento acustico e luminoso. Le zanzare possono colpire meno l’attenzione di un bel fiore o di una farfalla, tuttavia rappresentano non solo motivo di forte fastidio per molti, ma anche un rischio per la salute pubblica a causa dei virus che trasmettono con le loro punture. Ora, sono i ricercatori a chiedere una mano ai cittadini per conoscerle e combatterle meglio.

La Task force di Mosquito Alert Italia offre un supporto tecnico scientifico nella gestione di questa piattaforma contribuendo alla rapida validazione del materiale inviato tramite MosquitoAlert e al riconoscimento delle specie di zanzare rappresentate nelle immagini. “Per questo motivo” afferma il Dott. Francesco Severini, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità da sempre impegnato nella ricerca e nelle attività che tutelano la salute dei cittadini “la qualità delle foto inviate è di fondamentale importanza per un’accurata e valida identificazione. Inoltre la possibilità di inviare l’esemplare fotografato ai laboratori di riferimento consentirà di identificare anche gli esemplari difficilmente riconoscibili senza un microscopio o perché parzialmente danneggiati.

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L’Università Sapienza è in prima linea nel progetto Mosquito Alert ITALIA che nasce dalla vasta esperienza del gruppo di ricerca di Entomologia Sanitaria del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive e si propone di coinvolgere tutti gli studenti ed il personale dell’Ateneo nell’utilizzo dell’app. L’11 maggio partirà la campagna social #SCATTALAZANZARA con il contributo degli studenti del corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Scientifica Biomedica, coordinati dalla Prof.ssa Michaela Liuccio. “L’obiettivo è sensibilizzare studenti e personale della Sapienza a contribuire alla ricerca fornendo fotografie e segnalazioni ai colleghi entomologi e, al tempo stesso, sensibilizzare ai rischi associati alle zanzare e alle misure di prevenzione individuale e pubblica”. Ai più volenterosi si chiede inoltre di conservare eventuali esemplari di zanzare in freezer, utilizzando il codice della foto inviata tramite MosquitoAlert, e di consegnarle presso il punto di raccolta nell’atrio del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive.

 

Testo e foto dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

 

Le alterazioni dell’attività elettroencefalografica (EEG) durante la veglia e il sonno nella malattia di Alzheimer 

Uno studio coordinato da ricercatori della Sapienza e dell’IRCCS San Raffaele Roma, in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Gemelli e dell’Università dell’Aquila ha evidenziato per la prima volta specifiche differenze nell’attività elettrica cerebrale durante il sonno che discriminano la malattia di Alzheimer dal decadimento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment o MCI degli anglosassoni, uno stadio intermedio tra demenza ed invecchiamento normale) e dagli anziani sani.

EEG Alzheimer
Le alterazioni dell’attività elettroencefalografica (EEG) durante la veglia e il sonno nella malattia di Alzheimer. Foto di Gerd Altmann

È oramai evidente che le relazioni tra malattia di Alzheimer e caratteristiche del sonno vanno ben al di là del riscontro assai comune di disturbi del sonno in questi pazienti sia perchè le alterazioni del sonno sembrano costituire un fattore di rischio per la malattia, sia perchè un ‘buon sonno’ svolge un ruolo centrale nell’eliminazione dei metaboliti ‘cattivi’ della proteina b-amiloide facilitandone l’aggregazione ed il deposito tipico dell’Alzheimer.

Mancava però nella letteratura scientifica una descrizione delle alterazioni elettroencefalografiche (EEG) del sonno in questi pazienti e la loro relazione con le già descritte alterazioni dell’EEG durante lo stato di veglia. In quasi 10 anni di lavoro, un gruppo di ricercatori della Sapienza e dell’IRCCS San Raffaele Roma, in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Gemelli e l’Università dell’Aquila ha portato avanti uno studio per colmare questa carenza. Ne è risultato il primo e più esteso studio mai pubblicato sinora al mondo in cui si sono confrontate le attività regionali e di frequenza dell’EEG con quelle dell’EEG di veglia registrate in diverse occasioni nel corso del giorno (per controllare l’influenza di fattori circadiani). I risultati di questo ampio progetto sono stati appena pubblicati sulla rivista Open Access di Science (IScience).

“Tutto è iniziato una decina di anni fa – spiegano Luigi De Gennaro e Paolo M. Rossini, coordinatori della ricerca – quando ci siamo posti l’obiettivo di studiare congiuntamente le specifiche alterazioni diurne e notturne dell’attività elettrica cerebrale in un ampio gruppo di pazienti con malattia di Alzheimer. L’idea di base – si potrebbe semplificare – era di verificare se esistessero specifiche alterazioni nel sonno di questi pazienti e se queste presentassero una relazione con quelle già note durante la veglia. Come risultati principali dello studio abbiamo identificato: (1) in entrambi i gruppi clinici (Alzheimer ed MCI) un rallentamento dei ritmi cerebrali nel sonno REM (quello in cui si sogna) paragonabile a quello già descritto in veglia; (2) questo fenomeno del sonno REM correla con il decadimento cognitivo dei pazienti; (3) una drastica diminuzione nell’attività sigma del sonno NREM, sempre in entrambi i gruppi clinici; (4) una consistente riduzione della funzione del sonno nel consentire processi di recupero cerebrale conseguenti alle attività di veglia”.

GLI EFFETTI DELLA SCOPERTA – Le implicazioni di tale studio possono aprono nuovi orizzonti per specifici trattamenti delle alterazioni del sonno in generale nel soggetto anziano e nello specifico nella malattia di Alzheimer e, ancora più, per lo specifico quadro MCI che in moltissimi casi rappresenta l’anticamera dell’Alzheimer.

Riferimenti:

EEG alterations during wake and sleep in mild cognitive impairment and Alzheimer’s disease – Aurora D’Atri, Serena Scarpelli, Maurizio Gorgoni, Camillo Marra, Paolo Maria Rossini, Luigi De Gennaro – IScience. DOI https://doi.org/10.1016/j.isci.2021.102386

Testo dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sulle alterazioni dell’attività elettroencefalografica (EEG) durante la veglia e il sonno nella malattia di Alzheimer.

Quale impatto ha avuto la pandemia sulle dipendenze?

Intervista ai professori Angelo Panno, Benedetto Farina, Claudio Imperatori e ai dottori Giuseppe Alessio Carbone e Chiara Massullo del Laboratorio di Psicologia Cognitiva e Clinica (CCPL) dell’Università Europea di Roma

“[…]la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale.” Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la Giornata mondiale della salute mentale del 2020, spiegava la situazione di aumento di disagio psicologico e sociale con cui l’Italia si è trovata a fare i conti per via della pandemia.

pandemia dipendenze
Dipendenze: “la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana. Foto da quirinale.it, licenza con attribuzione

È oramai noto come la quarantena, l’isolamento sociale e l’aumento dei casi di COVID-19 siano strettamente legati ad un peggioramento generale della salute mentale nella popolazione. Rimangono, però, alcune psicopatologie e domini cognitivi non del tutto analizzati, tra questi le dipendenze, sia da sostanze che comportamentali. Con la parola “dipendenze” si prendono in considerazione tantissimi tipi di disturbi: dal disturbo da uso e abuso di alcool fino a un disturbo di shopping compulsivo.

Quanto la pandemia, quindi, ha avuto un impatto sulle dipendenze? E su quali dipendenze?

In uno studio pubblicato a Novembre 2020 su Frontiers in Psychiatry, Angelo Panno, Giuseppe Alessio Carbone, Chiara Massullo, Benedetto Farina e Claudio Imperatori hanno cercato di ottenere un quadro più comprensibile della situazione e, in particolare, degli effetti del tipo di stress negativo (distress), percepito dagli italiani in maniera crescente, e il suo eventuale collegamento con diversi tipi di dipendenze.

In particolare, lo studio si è focalizzato sulla dipendenza da alcool, quella da social media e la dipendenza da cibo. Ai più di 1500 soggetti presi in considerazione è stato richiesto anche di indicare se fossero fumatori o meno, ma questo dato, come anche riportato successivamente nell’intervista, non è stato approfondito ulteriormente.

 

Dipendenza da alcool, da social media e da cibo

alcool dipendenze pandemia
Pandemia e dipendenze: l’alcool. Foto di Myriams-Fotos

Dei tipi di dipendenza presi in considerazione da Panno e colleghi, la dipendenza da alcool è quella più conosciuta non solo in ambito scientifico, ma anche in generale. L’alcool è una sostanza psicoattiva, per questo inserita nell’elenco delle sostanze stupefacenti, che spesso e volentieri può portare a una dipendenza e, con questa, all’insorgenza di una serie di sintomi che possono aggravarsi col tempo. Questo tipo di dipendenza, anche chiamata disturbo da uso e abuso di alcool, è chiaramente definita in moltissimi manuali diagnostici, come il Manuale Diagnostico Statistico – 5 (DSM 5) dell’American Psychiatric Association e la Classificazione Internazionale delle Malattie – 11 (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non è lo stesso per la dipendenza da social media e la dipendenza da cibo.

La dipendenza da social media può essere considerata un “nuovo” tipo di disturbo, in quanto nasce e si diffonde in parallelo con l’uso delle nuove tecnologie. Se nei primi anni 2000 erano poche le persone che facevano uso di social network, dal decennio successivo questi strumenti hanno iniziato a spopolare (indagine Censis, 2018). Inizialmente, i più giovani utilizzavano di più le piattaforme social, ma con il tempo queste hanno iniziato ad essere sfruttate da persone di tutte le fasce di età. Con l’aumentare della popolarità e dell’uso dei social, ovviamente, è divenuto sempre più palese il problema della dipendenza da social media e, in particolare, da social network e da smartphone.

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Pandemia e dipendenze: i social media. Foto di Engin Akyurt

La dipendenza da cibo, invece, è un tipo di dipendenza che si trova a cavallo fra la dipendenza comportamentale e un disturbo del comportamento alimentare, in quanto vi è una relazione con il cibo anormale e maladattiva che può portare a serie conseguenze psicologiche, sociali e mediche (Gordon et al., 2018). 

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Pandemia e dipendenze: il cibo è un piacere. Foto di Moira Nazzari

Il cibo per il nostro cervello è un piacere e provoca una cascata di eventi che vanno ad agire su una serie di strutture cerebrali chiamate “circuito della ricompensa”. Questo circuito, solitamente, è tenuto strettamente sotto controllo, così da preservare il cervello stesso da possibili comportamenti impulsivi, motivati solo dalla gratifica imminente. A fronte di cibi molto gratificanti per la persona, questo circuito può “districarsi” dal controllo delle aree superiori, facendo sviluppare comportamenti compulsivi e pensieri ossessivi simili a quelli delle altre dipendenze.

Nella dipendenza da cibo abbiamo tre sintomi che solitamente accompagnano l’uso di sostanza o l’adozione di comportamenti disfunzionali, quali: sindrome da astinenza; la tolleranza, cioè l’adattamento del corpo e, in particolare, del cervello a determinate dosi di cibo crescenti; il craving, cioè il bisogno ossessivo, psicologico e fisiologico, che invade i pensieri della persona rispetto al dover ottenere, in qualsiasi modo, il cibo da cui è dipendente.

Seppur nessun manuale abbia mai definito tale dipendenza, gli studi crescenti a riguardo stanno definendo il quadro sintomatico di questo disturbo e le sue differenze con altri disturbi, come il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), ed altre condizioni non patologiche, come l’alimentazione come risposta a determinati stati emotivi (emotional eating).

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Pandemia e dipendenze da cibo. Foto di Free-Photos

 

Lo stress? Gli stress

Per il loro studio, Panno e colleghi hanno preso in considerazione quanto è stato forte l’impatto della pandemia e la quarantena in termini di “stress” percepito. Stress, in psicologia, è un termine indica la capacità di adattamento a fronte di una richiesta ambientale. Con il tempo e le ricerche, quel che noi chiamiamo semplicemente “stress”, può essere diviso in due tipologie: eustress e distress. L’eustress è un tipo di stress tipicamente definito “positivo”, è uno stress che si rivela necessario per reperire risorse sufficienti per affrontare  una situazione che, generalmente, non determina un rischio di vita per la persona. Il distress, invece, è tipicamente definito “negativo”, ed è quello che comunemente definiamo come, semplicemente, “stress”, e ci porta a vivere una situazione specifica con uno stato affettivo e cognitivo alterato e disfunzionale (Selye, 1956; 1974).

Nel loro studio sulle dipendenze, Panno e colleghi hanno preso in considerazione quanto è stato forte l’impatto della pandemia e la quarantena in termini di “stress” percepito. Foto di 1388843

I risultati dello studio

In generale, tutti i punteggi nelle scale di misurazione della presenza e gravità dei diversi tipi di dipendenza sono aumentate con l’aumentare dell’importanza che l’evento della quarantena ha avuto nella vita dell’individuo. In altre parole, dai dati presentati in questa ricerca, lo stress dato dalle condizioni pandemiche da COVID-19 ha portato a un peggioramento dei diversi tipi di dipendenza, sia da sostanze che comportamentali.

Per quanto lo studio presenti alcuni limiti, come la prevalenza di partecipanti di sesso femminile nel campione, i suoi risultati sembrano presentare un quadro abbastanza preoccupante per quanto riguarda l’incidenza delle dipendenze tra gli italiani. Le dipendenze, come ricordiamo, non hanno solo effetti sulla mente e sul corpo della persona, ma, come ogni tipo di patologia, influenzano anche le famiglie, le relazioni, la società e il lavoro.

Ringraziamo i professori Angelo Panno, Benedetto Farina e Claudio Imperatori, che insieme ai dottori Giuseppe Alessio Carbone e Chiara Massullo, del Laboratorio di Psicologia Cognitiva e Clinica (CCPL), un’unità del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma, hanno risposto alle domande di ScientifiCult.

Intervista

Il vostro studio è stato uno tra i pochi a prendere in considerazione la variazione e l’aumento delle dipendenze durante la quarantena. Dalle vostre ipotesi, sappiamo cosa vi aspettavate, cioè che il distress associato al COVID-19 sia collegato ai problemi di alcool, all’abuso di social media e alla dipendenza da cibo. Avete preso in considerazione moltissime variabili anche personali (dall’età fino allo status personale durante la quarantena). C’è stato qualche dato, nelle vostre analisi statistiche, che non vi aspettavate, che vi ha sorpreso? Se sì, quale e perchè?

Intanto, anche a nome degli altri colleghi che hanno realizzato lo studio, ci tenevo a ringraziarla per questa intervista. Occorre fare una precisazione: il nostro studio ha fatto una “fotografia” della situazione legata alla prevalenza di alcune dipendenze durante il lockdown: per calcolare una vera e propria variazione avremmo dovuto avere dei dati relativi allo stesso campione prima dello scoppio della pandemia.

In particolare, sono due i dati che hanno stimolato la nostra attenzione. Il primo ha riguardato l’elevata percentuale di persone che hanno ricevuto una diagnosi di dipendenza da cibo (46.9%), nettamente superiore alle stime riportate in altri campioni non-clinici, che si attestano tra il 3% e il 13% circa.

Se da un lato questo dato potrebbe essere stato influenzato dalle modifiche apportate alla scala in relazione agli obiettivi della ricerca (riferimento dei sintomi negli ultimi 14 giorni, invece che negli ultimi 12 mesi), non ci aspettavamo comunque una percentuale così elevata.

Il secondo dato che ci ha colpito, invece, è stato quello relativo al numero di persone che hanno riportato un livello di distress clinicamente significativo legato al COVID-19. Più di una persona su 2 (il 54.4%), infatti, ha sviluppato dei sintomi significati di distress psicologico (pensieri intrusivi, comportamenti di evitamento, sintomi da iperarousal) durante il lockdown.

Il vostro studio ha preso in considerazione tipi di dipendenze comportamentali e da sostanze con rinforzi “facilmenti accessibili” in casa durante il lockdown, quali alcol, social media e cibo. Riguardo la nicotina, avete preso solo in considerazione l’essere o non essere fumatore da parte del soggetto preso in considerazione. Dato che circa il 28,8% del vostro campione era composto da fumatori, come mai non si sono presi in considerazione anche i dati relativi alla variazione dei sintomi della dipendenza da nicotina (es. numero di sigarette, sintomi associati, aumento o diminuzione dell’assunzione di nicotina)?

Questa è buona domanda. In fase di progettazione dello studio, pensando di fare uno studio che potesse riguardare tutta la popolazione, abbiamo deciso di raccogliere semplicemente il dato relativo ai fumatori e di non fare un’analisi mirata solo su questo campione. Perciò abbiamo deciso di concentrarci su altri stimoli di rinforzo facilmente accessibili. Sicuramente altri studi sul tabagismo completeranno il quadro da noi messo in evidenza.

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Pandemia e dipendenze: lo studio ha raccolto il dato relativo ai fumatori ma non ha effettuato un’analisi mirata solo su questo campione. Foto di Free-Photos

Guardando i dati di regressione della Bergen Social Media Addiction Scale, scala da voi utilizzata per misurare il livello di dipendenza da Social Media, sembra che il punteggio di questa scala sia significativamente legato all’età. I soggetti da voi presi in considerazione avevano un’età compresa tra i circa 18 e i 38 anni. Come avete specificato, questi dati non possono essere generalizzati alla popolazione adolescente, ma per quanto riguarda, invece, persone fra i 40 e i 50 anni?

In realtà il range di età dei nostri partecipanti è stato 18-74, anche se l’età media dei partecipanti era relativamente bassa (28.49 ± 10.89 anni). I social media ormai fanno parte della nostra vita quotidiana e la crisi pandemica “ha costretto” e “sta costringendo” anche fasce di età diverse da quelle degli adolescenti e dei giovani adulti a cimentarsi sempre maggiormente con questi strumenti. Perciò, sebbene sia un fenomeno diffuso soprattutto nel mondo dei giovani, non mi sorprenderebbe avere dei dati di prevalenza elevati anche in altre fasce d’età. Probabilmente il fenomeno sarà destinato ad aumentare in futuro proprio perché i social media raggiungono fasce della popolazione sempre più variegate.

 

All’inizio del vostro studio avete preso in considerazione lo status personale durante il lockdown (isolamento, quarantena, lavoro, numero di coabitanti ecc.). Pare che lo status personale durante la prima fase della pandemia, dove la curva dei contagi si stava alzando esponenzialmente, sia strettamente collegato ai punteggi del Bergen Social Media Addiction Scale. Questo legame sembra svanire nel momento in cui si vanno invece ad analizzare una ad una le sottovariabili (isolamento, numero di coabitanti, smart working ecc.) Volendo speculare su questo risultato, come avete provato a spiegarvi questo risultato? Potrebbe essere che non vi sia un solo fattore nell’ambiente ad influenzare lo sviluppo di abuso di social media, ma tutti concorrano ad esso, differenziandosi per peso e misura da persona a persona?

In letteratura sono riportati diversi dati che suggeriscono, in accordo con il modello biopsicosociale di Bronfenbrenner, il ruolo di diversi fattori (sociali, psicologici e biologici) nel determinismo di questa forma di dipendenza.

Rispetto a chi poteva uscire per andare al lavoro, chi era in isolamento o in quarantena ha riportato maggiori sintomi legati alla dipendenza da social media. Questo potrebbe essere dovuto alla condizione di necessità imposta dal lockdown in cui i social hanno rappresentato l’unico modo per rimanere connessi con i propri cari e con il mondo esterno nel quale eravamo abituati ad immergerci ogni giorno. Sicuramente questo è un tema che merita di essere approfondito.

 

Dai dati è emerso un forte collegamento fra i punteggi della Bergen Social Media Addiction Scale e la modified Yale Food Addiction Scale Version 2.0, quest’ultima utilizzata per misurare la presenza e la gravità dei sintomi di dipendenza da cibo. La dipendenza da cibo è spesso descritta come un disturbo a metà fra dipendenza comportamentale (per via del circuito coinvolto, della presenza di tolleranza, astinenza ecc.) e disturbo del comportamento alimentare (soprattutto, per via della compromissione del rapporto con il cibo). Da letteratura, sappiamo che i social media hanno un forte impatto sui disturbi del comportamento alimentare, in particolare su bulimia e binge eating. A fronte di quanto è emerso dalla vostra ricerca, pensate che la dipendenza da social network e la dipendenza da cibo abbiano un legame più profondo di quel che attualmente ci è noto? In altre parole, pensate che questi due tipi di dipendenza si alimentino a vicenda, soprattutto in una situazione di forte stress, come la pandemia?

È assolutamente possibile. Si tratta di una tematica molto attuale e molto interessante. Una recente meta-analisi pubblicata nel 2019 e condotta su 16.520 studenti ha riportato che l’uso problematico di Internet sembra essere un predittore della sintomatologia legata ai disturbi del comportamento alimentare. Nonostante questo, la complessa associazione tra questi due fenomeni deve essere ancora chiarita e ulteriormente approfondita, soprattutto in riferimento a quei meccanismi psicopatologici che possono alimentare e mantenere questa relazione anche in contesti non necessariamente legati alla pandemia.

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Nello studio di Panno e colleghi su pandemia e dipendenze, il 76% del campione è composto da donne. Foto di Foundry Co

Tra i limiti del vostro studio vi è il fatto che il 76% del  campione fosse composto da donne, le quali “fanno molto più uso dei social network rispetto agli uomini, più propensi a giochi online” (Panno et al.,2020, p.8). Tralasciando l’uso dei social, studi precedenti hanno confermato come il sesso femminile sia stato più a rischio di sviluppo di sintomi depressivi e ansiosi durante il periodo di quarantena in vari paesi (Shaukat, Ali  Razzak, 2020; Luo et al., 2020). I sintomi depressivi e ansiosi, a loro volta, sono strettamente collegati alle dipendenze, in quanto l’uso di sostanze o l’adozione di comportamenti disadattivi (come l’abuso di social network o la dipendenza da cibo) sembrano fungere come da ansiolitici e antidepressivi momentanei, proprio per via della loro specifica azione sul sistema nervoso centrale. Pensate che avere una così grande percentuale di persone di sesso femminile nel vostro campione, possa aver influito sui risultati anche in questa direzione? Pensate, in caso, di prendere in considerazione i sintomi depressivi e di ansia in studi successivi?

Come giustamente osservato la maggior prevalenza di donne distorce il nostro campione che, come specificato, non è rappresentativo della popolazione italiana. Per controllare questo aspetto, questa variabile è stata inclusa come covariata nei modelli testati proprio al fine di “limitarne” il suo effetto.

Relativamente alla seconda domanda, bisogna considerare che lo strumento utilizzato per valutare il distress legato al COVID-19 nel presente studio, la IES-R, nasce per l’assessment del disturbo da stress post-traumatico caratterizzato anche da una forte componente sintomatologica ansioso-depressiva. In ogni caso, un approfondimento specifico su queste due dimensioni psicopatologiche, in relazione alle dipendenze patologiche, potrebbe essere sicuramente interessante, soprattutto in associazione al contesto pandemico.

 

Il vostro studio mette in luce una realtà della pandemia nascosta, ma non più ignorabile, cioè l’aumento e la presenza di dipendenze di vario tipo nella popolazione italiana. Più in generale, assieme a molti altri studi, si mette in luce la presenza di sempre più disagi e disturbi psicologici dovuti sia all’emergenza che alla quarantena. Visti i dati in crescita raccolti dalla scienza, cosa vi augurate o vi aspettate per il futuro della Sanità da un punto di vista psicologico? Credete che siamo ancora in tempo per poter promuovere nuove iniziative e nuovi movimenti di sensibilizzazione a questi temi? Infine, pensate che gli effetti psicologici a lungo termine della pandemia necessitino di ulteriore attenzione?

Assolutamente sì! Questo si ricollega alla risposta della prima domanda, in riferimento all’elevato numero di persone che durante il lockdown hanno sperimentato dei livelli significativi di distress psicologico. In Italia, ormai siamo a più di un anno dall’inizio della pandemia ed è lecito pensare che ci sarà un significativo aumento della richiesta di aiuto legata a problemi di depressione, ansia e più in generale alla salute mentale. Numerosi studiosi internazionali hanno già lanciato questo allarme e l’Italia non può sottovalutarlo. Perciò, da un lato, sarà necessario porre estrema attenzione ai problemi di salute mentale legati alla pandemia nel prossimo futuro e dall’altro essere pronti ad agire per fronteggiarli nel miglior modo possibile. In questo senso, policy makers e decisori politici dovranno porre la massima attenzione nell’offrire linee guida chiare ed efficienti volte ad offrire servizi ed interventi tempestivi per contrastare questi effetti della pandemia, che potremmo definire secondari, nel senso che si svilupperanno a lungo raggio. Tutto dovrebbe avvenire in un’ottica di prevenzione e promozione della salute pubblica che non può non passare anche attraverso delle campagne di sensibilizzazione.

 

Bibliografia

  • Panno, A., Carbone, G. A., Massullo, C., Farina, B., & Imperatori, C. (2020). COVID-19 Related Distress Is Associated With Alcohol Problems, Social Media and Food Addiction Symptoms: Insights From the Italian Experience During the Lockdown. Frontiers in Psychiatry, 11, 1314.
  • Idagine Censis (2018) I Media digitali e la fine dello star system, https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Sintesi_2.pdf
  • Gordon et al. (2018) What is the evidence for “food addiction?” a systematic review, Nutrients, 10(4), 477, doi: 10.3390/nu10040477
  • Selye, H. (1956). The stress of life.
  • Selye, H. (1974). Stress without distress. Philadelphia.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”: un nuovo studio Sapienza mette in luce il ruolo delle cellule stellate nello sviluppo del nostro cervello 

Un nuovo studio della Sapienza ha evidenziato il ruolo degli astrociti nei processi di sviluppo cerebrale neonatale. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Cell Reports permettono di approfondire alcuni meccanismi molecolari di base di molte patologie psichiatriche del neurosviluppo che insorgono nel periodo perinatale, come l’autismo, la schizofrenia o il deficit dell’attenzione, e di individuare nuovi potenziali farmaci.

astrociti cellule stellate sviluppo cervello

Gli astrociti rappresentano un importantissimo contingente strutturale del nostro cervello, più numeroso di circa dieci volte rispetto a quello formato dai neuroni. Queste cellule stellate sono sicuramente meno conosciute dei neuroni, ma non meno importanti da un punto di vista funzionale.

astrociti cellule stellate sviluppo cervello

Un nuovo studio coordinato da Paola Bezzi del Dipartimento di Fisiologia e farmacologia Vittorio Erspamer della Sapienza Università di Roma, realizzato insieme con ricercatori delle Università di Losanna e di Zurigo, mette in luce come la crescita e la maturazione delle cellule stellate subito dopo la nascita sia fondamentale per la sopravvivenza dei neuroni e quindi per la corretta formazione e funzione dei circuiti nervosi nel cervello adulto. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports.

La funzione cerebrale si basa sull’attività dei circuiti nervosi e sui processi di trasmissione del segnale tra neuroni che avviene in piccole strutture chiamate sinapsi. Appena dopo la nascita, durante il periodo dell’allattamento, i neuroni sono ancora immaturi e le sinapsi sono ancora in via di formazione. Poco si sapeva invece sullo sviluppo e sul ruolo delle cellule stellate nei processi di sviluppo cerebrale neonatale.

I ricercatori hanno sviluppato un nuovo approccio metodologico basato sull’iniezione di coloranti fluorescenti in grado di fornire una visione più dettagliata dell’organizzazione strutturale degli astrociti.

Lo studio ha fatto emergere che la funzionalità dei circuiti neuronali e delle sinapsi dipendono dal corretto sviluppo delle cellule stellate che durante il periodo neonatale hanno una riserva energetica particolarmente sviluppata.

“Abbiamo scoperto che tra le varie funzioni di queste cellule, ce ne è una che è fondamentale per il funzionamento dei neuroni: la produzione di energia – spiega Paola Bezzi della Sapienza. “Gli astrociti sono dei veri e propri “baby-sitter” dei neuroni in via di sviluppo e usano molta energia per svolgere questo ruolo fondamentale.  Usando delle tecniche genetiche di recente sviluppo, abbinate alla colorazione di una singola cellula, abbiamo dimostrato che in caso di malfunzionamento degli organelli deputati alla produzione di energia (i mitocondri), le cellule stellate non si sviluppano, non si prendono cura dei neuroni e così facendo inducono problemi nella formazione e maturazione delle cellule nervose e nelle sinapsi”.

Nel campo delle neuroscienze, l’astrocita rappresenta attualmente uno degli argomenti più entusiasmanti in quanto le ricerche sulla maturazione perinatale del cervello sono alla base della comprensione delle malattie ad esso collegate.

I risultati ottenuti dai ricercatori permettono di approfondire i meccanismi cellulari e molecolari di numerose patologie psichiatriche che insorgono nel periodo perinatale e colpiscono prevalentemente la maturazione dei circuiti nervosi, come l’autismo, la schizofrenia o il deficit dell’attenzione, e di individuare così nuovi potenziali farmaci.

Riferimenti:

Mitochondrial biogenesis in developing astrocytes regulates astrocyte maturation and synapse formation – Tamara Zehnder, Francesco Petrelli, Jennifer Romanos, Franck Polleux, Mirko Santello, Paola Bezzi – Cell Reports (2021) https://doi.org/10.1016/j.celrep.2021.108952

 

Testo e foto dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sullo studio circa il ruolo delle cellule stellate per lo sviluppo del cervello.

Covid-19: Come cambiano i comportamenti dei vaccinati? 

Un’indagine congiunta Sapienza e dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I rileva come la maggioranza dei soggetti continua a rispettare le misure di protezione anche dopo il vaccino

Un’indagine rileva come la maggioranza dei soggetti vaccinati COVID-19 continua a mantenere gli stessi comportamenti, a rispettare le misure di protezione anche dopo il vaccino. Foto di Наркологическая Клиника

L’indagine pianificata dalla Sapienza Università di Roma e dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I ha coinvolto gli operatori delle strutture sanitarie dell’Azienda, sottoposti alla seconda dose di vaccino COVID Pfizer-BioNTech fino al 30 marzo 2021. Al personale è stato somministrato un questionario sulle misure di protezione contro SARS-CoV-2 e i soggetti che hanno volontariamente risposto, tra il 2 ed il 17 aprile 2021, sono stati 731, di età compresa tra i 24 ed i 69 anni.

“Il messaggio principale che deriva dall’indagine è che la maggioranza degli intervistati non ha cambiato le proprie abitudini dopo la vaccinazione.

In particolare, ben il 94% dei soggetti ha dichiarato che dopo la seconda vaccinazione contro Covid-19 non è cambiata la frequenza con la quale indossa la mascherina chirurgica o di comunità, in ambienti chiusi e con persone diverse dai familiari e conviventi. Solo il 4% ha ammesso di aver ridotto leggermente tale abitudine. Circa l’89% ha dichiarato che, dopo la seconda vaccinazione contro SARS-CoV-2, non ha cambiato la frequenza con la quale indossa la mascherina FFP2 o la doppia mascherina in ambienti chiusi e con persone diverse dai familiari e conviventi e la frequenza con la quale indossa la mascherina (chirurgica, di comunità o FFP2) all’aperto.

Dopo la seconda vaccinazione contro il Covid-19, la frequenza con la quale il soggetto si lava le mani con acqua e sapone o le disinfetta con soluzione idroalcolica per almeno 20 secondi non è cambiata nel 94% degli intervistati, così come il rispetto del numero massimo di 6 persone all’interno della sua abitazione, escludendo familiari e conviventi.

Infine, la frequenza con la quale il soggetto ha dichiarato di rispettare il distanziamento fisico di almeno 2 metri all’aperto non si è modificata nell’86% dei soggetti, mentre è diminuita leggermente nel 13% dei soggetti intervistati.

Sono risultati importanti che dimostrano come la consapevolezza di non abbassare la guardia neanche anche dopo la vaccinazione sia ampiamente diffusa”.

Questo hanno dichiarato i Coordinatori della ricerca, il professor Domenico Alvaro, Direttore del DAI di Medicina Interna e Specialità Mediche e Preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria e la Professoressa Stefania Basili, Direttrice della unità operativa complessa di Medicina Interna dell’Umberto I.

 

Testo dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Effettuato presso Sapienza-Sant’Andrea il primo trapianto di trachea in Italia, primo al mondo su un paziente post Covid-19

L’intervento, reso necessario a causa delle lesioni provocate dalle complicanze della malattia, rappresenta un modello clinico a livello internazionale

È stato portato a termine con successo il primo trapianto di trachea in Italia, il primo al mondo che viene effettuato su un paziente post Covid-19. I danni conseguenti all’infezione SARS-Cov2 e alle tecniche di ventilazione invasiva che si sono rese necessarie durante la malattia, hanno provocato l’assottigliamento della trachea che impediva quasi completamente la respirazione, rendendo necessario effettuare l’intervento.

Cecilia Menna in sala operatoria

Il trapianto è stato eseguito lo scorso 2 marzo presso la Chirurgia Toracica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea, policlinico universitario della rete Sapienza e azienda di alta specializzazione della Regione Lazio. Il paziente, un uomo di 50 anni originario della Sicilia, immediatamente risvegliato è stato da subito in grado di respirare e parlare autonomamente; dopo un ricovero di tre settimane e un decorso post-operatorio regolare, ha ripreso la sua vita normale, tornando al suo lavoro e alla sua città.

Effettuato presso Sapienza-Sant’Andrea il primo trapianto di trachea in Italia, primo al mondo su un paziente post Covid-19. La conferenza stampa

L’importante traguardo è stato presentato il 15 aprile nell’aula magna della Sapienza da parte dello staff medico della Chirurgia toracica diretta da Erino Rendina e in particolare dalla giovane chirurga Cecilia Menna, la trentacinquenne responsabile del Programma “Tracheal Replacement” del Sant’Andrea che ha condotto con il professor Rendina l’intervento in prima persona. A prender parte, la rettrice della Sapienza Antonella Polimeni, l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato, il direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera-universitaria Sant’Andrea Paolo Annibaldi, il preside della Facoltà di Medicina e psicologia Fabio Lucidi, che hanno condiviso il brillante risultato, spiegando la complessità della macchina organizzativa messa in moto per portare a compimento il trapianto.

Erino Rendina, Antonella Polimeni, Cecilia Menna

“Questo successo è motivo di soddisfazione per tutta la nostra comunità e rappresenta un’ulteriore conferma degli eccellenti risultati clinici della ricerca medica e scientifica prodotta dall’Ateneo, al servizio della salute della collettività” – afferma la rettrice Antonella Polimeni – Il fatto poi che questo intervento veda in prima linea una giovane chirurga è un segnale forte di come le competenze femminili si possano affermare in ambiti professionali come quello chirurgico, tradizionalmente a quasi esclusivo appannaggio degli uomini.”

“Un grande risultato a testimonianza dell’eccellenza clinica raggiunta dal sistema sanitario regionale” sottolinea l’Assessore Alessio D’Amato “Voglio ringraziare la Sapienza e i professionisti dell’équipe chirurgica del Sant’Andrea per l’innovativo intervento portato a termine.”

“Un risultato di elevata complessità organizzativa e clinico-assistenziale, frutto dell’esperienza e dello spirito di innovazione dei nostri chirurghi – commenta il direttore generale del Sant’Andrea Adriano Marcolongo – e della capacità di fare rete con altri centri italiani di eccellenza.”

trapianto trachea
Effettuato presso Sapienza-Sant’Andrea il primo trapianto di trachea in Italia, primo al mondo su un paziente post Covid-19. Foto di gruppo con gli specializzandi

L’intervento chirurgico, che ha coinvolto 5 operatori ed è durato circa 4 ore e mezza, è stato condotto con sofisticate tecniche di anestesia, che hanno permesso di non instituire la circolazione extracorporea. La trachea malata è stata rimossa nella sua totalità e successivamente è iniziata la delicata fase di ricostruzione che ha previsto la sua sostituzione con un segmento di aorta toracica criopreservata presso la Fondazione Banca dei Tessuti di Treviso, diretta da Diletta Trojan e perfettamente adattabile alle dimensioni della via aerea del paziente.

“La patologia tracheale era estesa e severa e non poteva essere affrontata con le tecniche di ricostruzione, su cui pure abbiamo maturato una esperienza ventennale – spiega Erino Rendina – e l’unica opzione plausibile era la sostituzione dell’intera trachea con biomateriale”.

trapianto trachea
Cecilia Menna in sala operatoria

 “Una delle criticità maggiori nella sostituzione della trachea, tubo rigido e pervio” spiega Cecilia Menna – “è il ripristino della sua rigidità: per questo abbiamo provveduto a inserire all’interno dell’aorta impiantata un cilindro di silicone, la cosiddetta protesi di Dumon, della lunghezza di 10 cm e ripristinato completamente la pervietà aerea, la respirazione, la fonazione e la deglutizione”.

Il paziente, Giuseppe Scalisi

Il paziente, immediatamente risvegliato e da subito in grado di respirare e parlare autonomamente, non ha necessitato di ricovero in terapia intensiva né di tracheostomia ed è stato trasferito direttamente nel reparto di Chirurgia Toracica. Sono state effettuate broncoscopie quotidiane per controllare il corretto posizionamento del cilindro di silicone e il buono stato di conservazione del graft aortico. Il suo decorso post-operatorio è stato regolare e dopo tre settimane dall’intervento, il paziente è stato dimesso, senza la necessità di terapia immunosoppressiva, come avviene invece per gli altri trapianti d’organo, grazie alla scarsissima immunogenicità del graft aortico.

trapianto trachea
Erino Rendina e Cecilia Menna in studio

Chirurgia Toracica di Sapienza-Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea – è il maggior centro di riferimento italiano per la chirurgia della trachea ed uno dei maggiori centri europei, un’eccellenza italiana fortemente voluta dai vertici della Sapienza e dell’Ospedale Sant’Andrea. Conosce una costante crescita in termini di volume e qualità assistenziale con particolare riferimento ad interventi di ricostruzione vascolare e delle vie aeree finalizzate al risparmio delle parti di organo sane. Nel 2020 sono stati effettuati sotto la direzione del professor Rendina 1323 interventi, nonostante la maggiore complessità organizzativa dovuta all’emergenza COVID.

Cecilia Menna

Cecilia Menna – Responsabile del progetto “Tracheal Replacement”, è una giovane chirurga di 35 anni. Dopo essersi laureata e specializzata con il professor Rendina, è attualmente dirigente medico presso l’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea. Esegue quotidianamente, in prima persona, tutti gli interventi più complessi di Chirurgia Toracica e rappresenta, con il suo successo professionale, l’abbattimento di un altro cliché duro a scomparire: che la chirurgia sia preclusa alle donne.

Cecilia Menna

Erino Angelo Rendina – Direttore della Chirurgia Toracica, è stato il primo, trent’anni fa esatti, ad eseguire un trapianto polmonare in Italia, nella notte tra l’11 e il 12 gennaio 1991. Attualmente, dirige un gruppo di 9 chirurghi, tra cui 4 donne. La sua lunga esperienza è stata messa a disposizione del paziente per raggiungere in modo assolutamente innovativo quella che sembra una stabile guarigione; ciò dimostra come la ricerca di base e lo studio, uniti alla tenacia nell’applicazione pratica della ricerca scientifica, possano anche in Italia dare risultati di valore assoluto.

Erino Angelo Rendina

Testo, foto e video dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma