News
Ad
Ad
Ad
Tag

Paesi Bassi

Browsing

LOFAR “FOTOGRAFA” IL GIGANTESCO BAGLIORE RADIO ATTORNO A UN AMMASSO DI GALASSIE, ABELL 2255

I dati sono stati raccolti durante 18 notti osservative con le migliaia di antenne che formano il radiotelescopio LOFAR.  L’origine dell’emissione radio attorno ad Abell 2255 sembra sia legata all’enorme energia rilasciata durante il processo di formazione dell’ammasso stesso. L’emissione sarebbe grande almeno 16 milioni di anni luce.

Sfruttando la potenza del radiotelescopio europeo Low Frequency Array (LOFAR), la più estesa rete al mondo attualmente operativa per osservazioni radioastronomiche a bassa frequenza, un team europeo di astronomi in Italia, Olanda e Germania ha osservato l’enorme emissione di onde radio diffusa intorno all’ammasso di galassie Abell 2255. Per 18 notti, le sensibili  antenne LOFAR hanno “ascoltato” un’area di cielo delle dimensioni apparenti di quattro lune piene, distante circa un miliardo di anni luce dalla Terra (in direzione della costellazione del Dragone). Per la prima volta gli astronomi hanno studiato un ammasso di galassie con osservazioni così profonde. Gli astrofisici, coordinati da Andrea Botteon, dell’Osservatorio di Leida, nei Paesi Bassi, recentemente trasferito al Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi” dell’Università di Bologna in qualità di assegnista di ricerca e associato presso l’INAF di Bologna, hanno pubblicato oggi i dati delle loro osservazioni sulla rivista Science Advances.

Abell 2255 LOFAR "fotografa" il gigantesco bagliore radio attorno all'ammasso di galassie Abell 2255
Immagine composita dell’ammasso di galassie Abell 2255. In blu sono evidenziati i dati a raggi X di ROSAT, che mostrano il gas caldo tra le galassie. In arancione e viola sono descritti i dati radio di LOFAR, che mostrano particelle in rapido movimento nei campi magnetici dell’ammasso. Il bagliore viola è l’emissione radio che circonda l’intero cluster. L’immagine ottica di sfondo è stata scattata con l’SDSS. L’immagine composita misura circa 18 milioni per 18 milioni di anni luce, e il campo visivo copre una regione del cielo corrispondente a circa quattro lune piene. Crediti: ROSAT/LOFAR/SDSS/Botteon et al., immagine creata da Frits Sweijen

Oggetti molto interessanti per gli astrofisici, gli ammassi di galassie si trovano nelle regioni più dense dell’Universo e contengono da centinaia a migliaia di galassie. Il volume tra le galassie è permeato da un gas estremamente rarefatto di particelle ad alta energia mescolate a campi magnetici. La loro origine è ancora avvolta da molti interrogativi: da dove vengono le particelle più energetiche in questo gas? E come interagiscono con i campi magnetici degli ammassi?

“Abbiamo scoperto che Abell 2255 è avvolto da un debole bagliore di emissione radio che incorpora migliaia di galassie presenti nell’ammasso e si estende su grandi scale come mai fino ad ora osservato, ovvero almeno 16 milioni di anni luce”, afferma Botteon, autore principale dello studio. “Questa emissione è generata da particelle ad alta energia che si muovono a velocità prossime a quella della luce in deboli campi magnetici – un milione di volte più deboli del campo terrestre – che riempiono l’intero volume dell’ammasso, anche nelle sue regioni più periferiche”.

Il ricercatore spiega, che “è la prima volta che abbiamo informazioni dettagliate sulla distribuzione e le proprietà di questi componenti su così vaste estensioni e che possiamo studiare i processi fisici che si verificano a grandi distanze dal centro dell’ammasso, nelle regioni più rarefatte dell’Universo. Riteniamo che l’origine dell’emissione radio in Abell 2255 sia legata all’enorme energia rilasciata durante il processo di formazione dell’ammasso”.

Le immagini ottenute dal gruppo di ricerca sono 25 volte più nitide e hanno un rumore 60 volte inferiore rispetto ai dati ottenuti in passato con altri strumenti. Nel corso degli ultimi due anni, il team ha dovuto sviluppare nuove e avanzate tecniche di analisi per elaborare il grande volume di dati.

“La sfida dell’analisi delle osservazioni di Abell 2255 – aggiunge Botteon – sta nel fatto che è la prima volta che osserviamo un oggetto esteso così a lungo (le osservazioni LOFAR tipicamente durano 8 ore). Questo richiede da un lato di correggere le distorsioni introdotte dalla ionosfera terrestre distribuite in un’area di cielo molto grande e dall’altro di ricostruire l’emissione diffusa e debole dell’ammasso con molta attenzione. Dato che le nostre osservazioni si spingono fino a frequenza molto bassa (50 MHz), dove le distorsioni della ionosfera si manifestano in maniera più evidente, le tecniche che abbiamo sviluppato hanno dovuto risolvere questi problemi in condizioni particolarmente complesse. Queste tecniche però hanno dato i loro frutti: l’immagine di Abell 2255 che abbiamo ottenuto a 50 MHz è l’immagine più profonda mai realizzata finora a questa frequenza”.

“Teoricamente credevamo che le regioni nelle periferie degli ammassi di galassie fossero molto attive e che la turbolenza e gli shock generati in questi ambienti potessero accelerare le particelle ad altissima energia e amplificare i campi magnetici locali. Grazie alle nostre osservazioni, ora siamo in grado di studiare questi processi in territori inesplorati”,

sottolinea Gianfranco Brunetti, dell’INAF di Bologna, il quale da alcuni anni guida a livello internazionale le ricerche LOFAR nell’ambito degli ammassi di galassie ed è coordinatore nazionale della collaborazione LOFAR.

Svelare le proprietà di regioni inesplorate delle strutture su larga scala del nostro Universo è l’obiettivo dei prossimi anni per gli astronomi che operano in questo campo. Per tale motivo, i ricercatori utilizzeranno LOFAR 2.0 e il futuro radiotelescopio SKA (così come altri strumenti) per andare oltre gli ammassi stessi, tracciando la rete di filamenti che collega gli ammassi di galassie nell’Universo: la famosa ragnatela cosmica.


 

Per ulteriori informazioni:

L’INAF ha aderito all’International LOFAR Telescope nel 2018. Con oltre 25 mila antenne raggruppate in 51 stazioni distribuite in 7 stati europei, il Low Frequency Array (LOFAR), gestito da ASTRON, è la più estesa rete per osservazioni radioastronomiche in bassa frequenza attualmente operativa. Con la firma del contratto per la realizzazione di una nuova stazione presso Medicina, in provincia di Bologna, LOFAR diventerà ancora più esteso e aumenteranno di conseguenza le sue capacità osservative. L’INAF guida un consorzio nazionale, di cui fa parte anche il dipartimento di fisica dell’Università di Torino, e parteciperà allo sviluppo della nuova generazione di dispositivi elettronici che equipaggeranno questo radiotelescopio diffuso sul territorio europeo. Il consorzio ha l’obiettivo di fornire agli scienziati italiani le condizioni per l’accesso e l’analisi dei dati di LOFAR, massimizzando l’impatto scientifico della ricerca. L’INAF gestisce, inoltre, l’infrastruttura computazionale nazionale per l’analisi dei dati LOFAR, distribuita in tre siti: Bologna, Trieste e Catania.

 

L’articolo “Magnetic fields and relativistic electrons fill entire galaxy cluster”, di Andrea Botteon,  Reinout J. van Weeren, Gianfranco Brunetti, Franco Vazza, Timothy W. Shimwell, Marcus Brüggen, Huub J. A. Röttgering, Francesco de Gasperin, Hiroki Akamatsu, Annalisa Bonafede, Rossella Cassano, Virginia Cuciti, Daniele Dallacasa, Gabriella Di Gennaro, Fabio Gastaldello, è stato pubblicato sulla rivista Science Advances.

Testo, video e foto dall’Ufficio stampa – Struttura per la Comunicazione Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)

Le nanoparticelle diventano invisibili per essere più efficaci contro i tumori

Un team di ricerca internazionale coordinato dalla Sapienza ha messo a punto un nuovo tipo di nanoparticella per la veicolazione e il trasporto dei farmaci che, grazie a un rivestimento di proteine plasmatiche umane, è in grado di ingannare il sistema immunitario, permanendo a lungo nell’organismo. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista ACS Nano.

liposoma nanoparticelle tumori
Le nanoparticelle diventano invisibili per essere più efficaci contro i tumori. Lo schema di un liposoma. Immagine di Emmanuel Boutet, CC BY-SA 3.0

In campo biomedico i liposomi rappresentano lo strumento ideale per veicolare il trasporto di farmaci nelle terapie antitumorali. Queste nanoparticelle, formate da uno o più doppi strati lipidici, offrono numerosi vantaggi rispetto alle tecnologie tradizionali, come la possibilità di ridurre le dosi dei farmaci, aumentando la selettività verso gli organi bersaglio e la riduzione degli effetti collaterali potenzialmente dannosi. Tuttavia, solo un numero esiguo di formulazioni liposomiali è stato approvato dagli enti regolatori ed è entrato stabilmente nella pratica clinica.

Decenni di ricerche hanno stabilito infatti che il limitato successo clinico dei liposomi è dovuto principalmente ai cambiamenti a cui essi vanno incontro non appena entrano in contatto con il sangue: una volta introdotti nel liquido organico, questi si ricoprono di una “corona proteica” e vengono riconosciuti dal sistema immunitario come un corpo estraneo da eliminare. Quello che il sistema immunitario combatte quindi non è il liposoma in sé stesso, ma proprio l’abito proteico che indossa nel sangue.

Da qui nasce l’idea di un team di ricerca internazionale, coordinato da Giulio Caracciolo e Saula Checquolo della Sapienza, di realizzare un rivestimento proteico invisibile al sistema immunitario, per “ingannarlo” e “fargli accettare” le nanoparticelle che contengono la terapia farmacologica.

La particella biomimetica messa a punto dai ricercatori in uno studio pubblicato sulla rivista ACS Nano, con la collaborazione della University of Technology di Graz in Austria e della Utrecht University in Olanda, è detta proteoDNAsoma ed è costituita da tre comparti distinti: lipidi, DNA e proteine.

Lo strato più interno è formato da un core lipidico, in cui è incapsulato il farmaco da veicolare, il quale è ricoperto da un rivestimento di DNA con una duplice finalità: funzionale e strutturale. Funzionalmente iI DNA serve a far esprimere una proteina terapeuticamente utile nella cellula bersaglio, mentre la sua carica elettrica negativa permette di far adsorbire un terzo e ultimo strato fatto di specifiche proteine plasmatiche. E’ proprio questo strato proteico a rendere il proteoDNAsoma invisibile al sistema immunitario.

“Rivestire le nanoparticelle con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane – spiega Giulio Caracciolo del Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza – permette di ridurre drasticamente la captazione da parte dei leucociti e di prolungare la circolazione delle vescicole lipidiche nell’organismo, aumentando così l’efficacia terapeutica del trattamento farmacologico”.

Numerose sono le applicazioni di questa scoperta, prima fra tutte l’immunoterapia dei tumori, ma anche altri campi di natura biomedica.

 

Riferimenti:

Opsonin-deficient nucleoproteic corona endows unPEGylated liposomes with stealth properties in vivo – Francesca Giulimondi, Elisabetta Vulpis, Luca Digiacomo, Maria Valeria Giuli, Angelica Mancusi, Anna Laura Capriotti, Aldo Laganà, Andrea Cerrato, Riccardo Zenezini Chiozzi, Carmine Nicoletti, Heinz Amenitsch, Francesco Cardarelli, Laura Masuelli, Roberto Bei, Isabella Screpanti, Daniela Pozzi, Alessandra Zingoni, Saula Checquolo, Giulio Caracciolo – ACS Nano 2022 https://doi.org/10.1021/acsnano.1c07687

 

Testo e immagine dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sullo studio circa le modalità per avere nanoparticelle più efficaci contro i tumori.

I RICERCATORI DI UNITO SCOPRONO UNA PROTEINA FONDAMENTALE PER LO SVILUPPO DEL TUMORE DEL PANCREAS

Lo studio, pubblicato dalla prestigiosa rivista Gastroenterology, è importante per comprendere a fondo la patologia e per identificare possibili marker molecolari utili sia nella diagnostica sia nella terapia

Anatomia del pancreas. Immagine BruceBlaus, Blausen.com staff. “Blausen gallery 2014”. Wikiversity Journal of Medicine. DOI:10.15347/wjm/2014.010. ISSN 20018762. – CC BY-SA 3.0

Gli scienziati del Centro di Biotecnologie Molecolari dell’Università di Torino hanno scoperto un fattore indispensabile per l’insorgenza del tumore al pancreas, identificato nel ruolo della proteina chiave p130Cas. Il loro studio è stato pubblicato dalla prestigiosa rivista Gastroenterology.

Il tumore al pancreas rimane a oggi uno dei tumori più letali e complessi da individuare: la scarsa percentuale di sopravvivenza è principalmente dovuta al fatto che la malattia, nelle sue fasi iniziali, non si manifesta con sintomi eclatanti. Inoltre, la comprensione di tali fasi è ancora limitata, così come la conoscenza di marcatori molecolari per la diagnosi precoce. I tumori pancreatici hanno origine a partire dalle cellule esocrine, responsabili della produzione degli enzimi pancreatici, che permettono la digestione: tali cellule possono andare incontro a una metaplasia acino-duttale (termine che indica la trasformazione di una tipologia cellulare in un’altra differente), che rappresenta il primo step nella progressione tumorale sostenuta dall’oncogene Kras. Gli oncogeni sono geni che, se subiscono delle mutazioni, causano lo sviluppo del tumore; in più del 90% dei tumori pancreatici sono state infatti individuate mutazioni di Kras. Tramite screening genetici ad ampio spettro, la proteina adattatrice p130Cas è emersa come un potenziale interattore di Kras e possibile candidato per predire la suscettibilità allo sviluppo del tumore pancreatico.

Coordinati dalle Prof.sse Miriam Martini e Sara Cabodi, i ricercatori di UniTo hanno analizzato campioni umani di tumore pancreatico e generato modelli murini di cancro del pancreas di crescente aggressività per studiare la relazione fra p130Cas e la tumorigenesi nel pancreas.

Il Dott. Andrea Costamagna, primo autore dello studio, utilizzando topi suscettibili al tumore al pancreas e privi della proteina p130Cas ha osservato che un’elevata espressione di p130Cas è frequente nel tumore pancreatico e ha quindi una stretta correlazione con un maggiore sviluppo del tumore e una peggior prognosi. Al contrario, i topi in cui p130Cas è stata rimossa non sviluppano il tumore nonostante l’attivazione dell’oncogene Kras. Nello studio si è dimostrato che la delezione di p130Cas sopprime la tumorigenesi, poiché blocca la metaplasia acino-duttale tramite l’inibizione della via di segnalazione PI3K-AKT, coinvolta nei meccanismi di crescita e sopravvivenza e fondamentale per la progressione tumorale.

Grazie a una stretta collaborazione con la Prof.ssa Elisa Giovannetti del VU University Medical Center di Amsterdam, è stato inoltre possibile dimostrare che l’elevata espressione di p130Cas si correla a una peggior prognosi e a una minore aspettativa di vita dei pazienti. Queste scoperte hanno dimostrato come p130Cas agisca a valle di Kras per aumentare la segnalazione di PI3K-AKT richiesta per la metaplasia acino-duttale e il successivo sviluppo del tumore, facendo inoltre luce su aspetti ancora poco chiari dello sviluppo del tumore al pancreas oltre ad aprire la strada per futuri studi volti a comprendere se la proteina p130Cas potrà essere utilizzata come marcatore molecolare per l’individuazione di questo tumore tristemente ancora troppo letale.

La scoperta di proteine chiave che regolano le fasi iniziali della tumorigenesi è fondamentale per comprendere a fondo questa patologia e identificare possibili marker molecolari utili nella diagnostica e nella terapia.

 

Testo dall’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Torino

Solitudine: “l’esperienza spiacevole che si verifica quando la rete delle relazioni sociali di un individuo è insufficiente sotto alcuni aspetti importanti, siano essi quantitativi o qualitativi” (Perlman & Peplau, 1984). Tutti quanti abbiamo vissuto all’interno della nostra vita dei momenti di solitudine, ma ciò che non ci aspettiamo è quanto questa possa variare per qualità, quantità e multidimensionalità. 

L’esperienza di solitudine sembra presentarsi occasionalmente nella vita dell’80% dei ragazzi sotto i 18 anni (Galanaki & Vassilopoulou, 2007). Questa percentuale varia seguendo una curva a U nell’arco di vita (Pinquart & Sorensen, 2001), ma il 15-30% degli individui sperimenta invece una esperienza di solitudine cronica (Heinrich & Gullone, 2006). A cosa è dovuta tale variabilità? È possibile che sia dovuta unicamente all’estensione della rete sociale? 

“Solitudine è sinonimo di isolamento sociale percepito, non isolamento sociale oggettivo” affermano Hawkley & Cacioppo (2010) nella loro review, “Le persone possono vivere una vita relativamente solitaria e non sentirsi sole, o, al contrario, possono vivere una vita sociale apparentemente ricca e sentirsi ugualmente sole”. Quando si entra nel campo della percezione i fattori chiamati in gioco diventano numerosi, individuali e soggettivi: personalità, etnia, età, stato di salute, sono solo alcuni esempi di ciò che può realmente influenzare l’esperienza di solitudine. 

Solitudine e salute

Dottoressa - Solitudine
Foto di Francisco Venâncio

Tale multidimensionalità diventa ancora più importante quando si considerano gli enormi rischi connessi all’esperienza cronica e intensa di solitudine. È sufficiente pensare che di per sé il rischio di morte prematura incrementi del 29% se vi è isolamento sociale e del 26% per la solitudine percepita. Tale incremento di rischio appare ancora più sorprendente in quanto molto simile a quello sperimentato da soggetti con condizioni patologiche conclamate, quali l’obesità di grado 2 o 3 (Holt-Lunstad, Smith, Baker, Harris & Stephenson, 2015).

Questo avviene in quanto a fronte di una esperienza di solitudine, reale o soggettiva, numerosi fattori, diretti e indiretti, possono compromettere aspetti relativi, ad esempio, a salute fisica, sonno, funzionamento fisiologico, espressione genica e sistema immunitario (per una review: Hawkley & Cacioppo, 2010). Alle condizioni attuali, il problema della solitudine potrebbe raggiungere dimensioni epidemiche entro il 2030 (Linehan et al., 2014), sebbene già ora la sua influenza diventi sempre più grave in concomitanza con l’emergenza COVID-19

Sulla base di ciò, diventa sempre più importante ed impellente identificare gli specifici fattori che giocano un ruolo individualizzato nel determinare quando e perché si sperimenta l’esperienza di solitudine. Una migliore comprensione del fenomeno è ciò che può favorire un approccio preventivo o terapeutico specializzato ed individualizzato nel “trattamento” della solitudine. 

È questa la direzione presa dallo studio di Franssen, Stijnen, Hamers & Schneider, (2020): le analisi condotte sulla popolazione olandese hanno messo in evidenza come tre diverse fasce d’età (giovani adulti, adulti di prima e di tarda mezza età) presentassero una diversa correlazione fra la percezione della solitudine e la presenza di fattori di vario genere. Ad esempio: i giovani sono particolarmente sensibili alla frequenza dei contatti con i loro amici; gli adulti nella prima mezza età percepiscono di più la solitudine se disoccupati; gli adulti nella tarda mezza età hanno una percezione della solitudine connessa al loro stato di salute fisica. 

Le implicazioni cliniche derivate da questo studio sono determinanti e concordi a quanto illustrato: “I fattori associati con la solitudine nella vita adulta possono essere compresi da una prospettiva basata su stadi di vita età-normati. Di conseguenza, non esiste un singolo approccio uguale per tutti per ridurre la solitudine fra gli adulti, il che suggerisce la potenziale necessità di una varietà di interventi e approcci indiretti” (Franssen, Stijnen, Hamers & Schneider, 2020). I risultati dello studio di Franssen, Stijnen, Hamers & Schneider, oltre ad arricchire il quadro teorico generale, forniscono una cornice contestuale per la determinazione di interventi personalizzati sia clinici che di prevenzione per la gestione del fenomeno della solitudine.

Abbiamo intervistato gli autori dello studio sopracitato, che hanno risposto alle domande di ScientifiCult.

L’intervista

Intervenire sulla solitudine

Uomo solo in un parcheggio - Solitudine
Foto di Harut Movsisyan

In base alla definizione di solitudine di Perlman and Peplau che fornite nell’introduzione della vostra ricerca, la solitudine non è relativa unicamente ai fattori quantitativi delle relazioni, ma anche a quelli qualitativi. Il che si riflette anche in alcuni degli indicatori che avete rilevato all’interno dello studio, quali l’appartenenza etnica, la situazione economica, l’educazione o lo stress psicologico. In riferimento ai fattori qualitativi che rendono una rete sociale efficace contro la solitudine (es: forza, costanza, positività, ecc) quali sarebbero i potenziali fattori candidati nel contrastare la solitudine? E, secondo le vostre ipotesi, in quale maniera si relazionerebbero con l’età?

Non riteniamo vi sia un unico fattore qualitativo che riduca o prevenga la solitudine. Al contrario, tutti i fattori qualitativi legati alla rete sociale andrebbero tenuti in considerazione. Nel nostro studio abbiamo mostrato come un ampio numero di fattori sia associato alla solitudine. Tuttavia, l’importanza di tali fattori può variare in base, ad esempio, all’età. Questo può riflettersi nelle differenze relative alle relazioni importanti per l’individuo nelle varie fasi della vita. Per esempio, una rete sociale ampia può essere importante per un giovane adulto, mentre una rete sociale più piccola ma con legami più stretti può essere importante per un anziano.

Considerata la natura correlazionale del vostro studio, non risulta possibile determinare una direzionalità tra la solitudine percepita e i fattori da voi esplorati. Di conseguenza, pensate che interventi volti alla riduzione della solitudine percepita potrebbero – allo stesso tempo – incrementare la qualità della vita percepita e migliorare lo stato dei fattori da voi investigati? Se sì, quali fattori pensate ne gioverebbero di più?

Gli individui che si sentono soli possono percepire una peggiore qualità della vita. Di conseguenza gli interventi mirati alla riduzione della solitudine possono essere efficaci nell’incrementare anche la qualità di vita. Inoltre, gli interventi mirati ai fattori associati con la solitudine possono avere lo stesso effetto: influenzare positivamente i fattori associati con la solitudine e nel mentre ridurre la solitudine. Per esempio, gli interventi basati sull’attività fisica di gruppo non solo possono migliorare la salute, ma anche ridurre la solitudine. E soprattutto, se la sensazione di solitudine viene ridotta e la salute viene migliorata, ciò può contribuire ad incrementare la qualità di vita.

All’interno del vostro studio riportate un’influenza dell’appartenenza etnica sulla percezione della solitudine. Quale genere di approccio pensate sia più efficiente nel contrastare la solitudine in base a questo fattore? Suggerireste un approccio basato su interventi di integrazione culturale o sulla formazione di aggregati etnici che funzionino da rete di sostegno?

Nel nostro lavoro suggeriamo che gli interventi debbano essere specifici per gruppo d’età. Sulla base di ciò, gli interventi basati sull’integrazione culturale possono essere efficaci sui giovani adulti, mentre la formazione di gruppi etnici può essere efficace nel prevenire/ridurre la solitudine negli adulti più anziani.
Come già accennato, la frequenza dei contatti con gli amici è un fattore importante in relazione alla solitudine. Di conseguenza, gli interventi che si basano sull’integrazione culturale potrebbero aiutare ad allargare e diversificare la rete sociale dei giovani adulti.
Al contrario, i migranti più anziani sentono la mancanza del loro paese di origine, in particolare della loro famiglia, ancor più dei migranti più giovani (Ciabuna, Fokkema & Nedelcu, 2016). Nel nostro studio abbiamo anche mostrato come l’associazione fra la frequenza di contatto con membri della famiglia e la solitudine fosse più forte negli adulti più anziani rispetto ai giovani adulti. Di conseguenza, la formazione di gruppi etnici potrebbe essere efficace per gli adulti più anziani in quanto fornirebbe occasioni per condividere memorie del paese di origine.

Sulla base dei risultati dei vostri studi, quali ritenete possano essere le potenziali implicazioni clinico-terapeutiche pratiche per la gestione specifica della solitudine nei vari gruppi di età? E quali eventuali interventi a livello di politiche sociali potrebbero invece derivarne?

Suggeriamo, sulla base dei risultati del nostro studio, che gli interventi per contrastare la solitudine vadano adattati sulla base dei fattori rilevanti per lo specifico gruppo d’età. Non c’è un singolo approccio valido per tutti.
La consapevolezza in merito a questi fattori specifici per età è un primo punto di partenza nella scelta di un approccio per contrastare la solitudine.
Ciò andrebbe poi seguito da un assessment dei fattori a livello individuale o dello specifico gruppo d’età, preferibilmente attraverso una conversazione individuale, per comprendere quali fattori siano più rilevanti.
Queste informazioni possono poi essere usate per generare interventi in merito a tali fattori e/o scegliere delle strategie di implementazione appropriate.

Ricerca e metodologia

Foto di Steve Buissinne

Un problema comune relativo agli studi cross-sectional riguarda la differenza nelle esperienze di vita dei diversi gruppi d’età. Ad esempio, l’ambiente educativo nel quale i giovani adulti ricevono la loro educazione oggi è piuttosto differente da quello frequentato dagli anziani ai loro tempi. Quanto pensiate siano determinanti tali differenze fra i tre gruppi di età nell’influenzare i risultati della ricerca? E in quali maniere si è manifestata tale influenza?

Nel nostro studio non abbiamo indagato gli effetti periodo o coorte sulla solitudine. Di conseguenza è difficile affermare se le differenze nelle esperienze di vita abbiano influenzato i nostri risultati. In ogni caso, i cambi nella società possono influenzare la sensazione di solitudine, ma ogni coorte di età presenta delle proprie specifiche difficoltà. Per esempio, i giovani adulti oggi sperimentano stress e pressione sociale (es: dai social media) nel perseguire obiettivi personali (es: avere molti amici), educativi o lavorativi. I giovani adulti del 20esimo secolo, invece, dovevano confrontarsi con la pressione relativa al trovare un partner e formare una famiglia. Tali differenze nelle esperienze di vita possono mediare i fattori associati con la solitudine nei diversi gruppi d’età.

Nel vostro lavoro è presente un trend che correla negativamente età e distress psicologico (e.g. rischio depressivo) alla solitudine percepita. Più le persone invecchiano, meno lo stress psicologico le espone alla percezione della solitudine. Come spieghereste questi risultati?

Menzioniamo come lo stress psicologico sia un fattore associato con la solitudine in tutti e tre i gruppi, perché la magnitudine dell’associazione risulta essere abbastanza simile in tutti e tre i gruppi.

COVID-19 e solitudine

Tablet lockdown - Solitudine
Foto di Elena Mozhvilo

Avete in progetto di proseguire questa linea di studio sfruttando analisi longitudinali? Se sì, quali variabili e interrogativi ritenete potrebbero essere di particolare interesse per questo ulteriore sviluppo di ricerca?

Al momento non abbiamo in programma di continuare questo studio con analisi longitudinali. Tuttavia, stiamo valutando se vi sia la possibilità di condurre uno studio che vada ad investigare l’impatto dell’attuale pandemia COVID-19 sulla sensazione di solitudine.

Alla luce dei recenti sviluppi connessi al lockdown per il COVID-19, quanto pensate sia stato importante il fattore “nuove tecnologie e abilità nell’usarle” nel determinare la percezione di solitudine dei diversi gruppi d’età? In quali maniere? Pensate che tale fattore avesse un’influenza anche prima del lockdown? Potrebbe averla anche in futuro?

Quello che abbiamo appreso come comunità dal lockdown relativo al COVID-19 è quanto importanti siano le nuove tecnologie, e le abilità necessarie per farne uso, per rimanere in contatto con amici, famiglia, colleghi, ecc. laddove non sia possibile avere un contatto “faccia a faccia”. Riteniamo che i giovani adulti già prima del lockdown fossero più familiari con queste nuove tecnologie rispetto agli adulti più anziani, e che di conseguenza fossero più inclini ad usarle. Da un altro punto di vista, non poter socializzare con gli amici potrebbe aver colpito maggiormente i giovani adulti rispetto agli adulti più anziani, nonostante l’uso delle tecnologie. Quindi, le nuove tecnologie e la capacità di usarle possono certamente influenzare la percezione di solitudine, benchè siano necessarie ulteriori ricerche al fine di studiarne l’esatta influenza.

Bibliografia

  • Franssen, T., Stijnen, M., Hamers, F., & Schneider, F. (2020). Age differences in demographic, social and health-related factors associated with loneliness across the adult life span (19–65 years): a cross-sectional study in the Netherlands. BMC Public Health, 20(1). doi: 10.1186/s12889-020-09208-0
  • Galanaki, E., & Vassilopoulou, H. (2007). Teachers and children’s loneliness: A review of the literature and educational implications. European Journal of Psychology of Education, 22(4), 455-475. Retrieved November 3, 2020, from http://www.jstor.org/stable/23421518
  • Hawkley, L., & Cacioppo, J. (2010). Loneliness Matters: A Theoretical and Empirical Review of Consequences and Mechanisms. Annals Of Behavioral Medicine, 40(2), 218-227. doi: 10.1007/s12160-010-9210-8
  • Heinrich, L., & Gullone, E. (2006). The clinical significance of loneliness: A literature review. Clinical Psychology Review, 26(6), 695-718. doi: 10.1016/j.cpr.2006.04.002
  • Holt-Lunstad, J., Smith, T., Baker, M., Harris, T., & Stephenson, D. (2015). Loneliness and Social Isolation as Risk Factors for Mortality. Perspectives On Psychological Science, 10(2), 227-237. doi: 10.1177/1745691614568352
  • Linehan, T., Bottery, S., Kaye, A., Millar, L., Sinclair, D., & Watson, J. (2014). 2030 vision: The best and worst futures for older people in the UK. London, England: Independent Age and International Longevity Centre-UK.
  • Pinquart, M., & Sorensen, S. (2001). Influences on Loneliness in Older Adults: A Meta-Analysis. Basic And Applied Social Psychology, 23(4), 245-266. doi: 10.1207/s15324834basp2304_2

CONDIZIONATORE GONFIA LA BOLLETTA DEL 42%,

AUMENTA IL RISCHIO DI POVERTÀ ENERGETICA

 

Studio di Ca’ Foscari e CMCC combina dati Ocse e Nasa di 8 paesi scoprendo una incidenza del raffrescamento sulle spese familiari superiore a quanto previsto da studi precedenti

condizionatore povertà
Immagine di Mohamed Hassan

VENEZIA, 03/06/2020 – L’uso del condizionatore gonfia notevolmente le bollette elettriche delle famiglie, con importanti conseguenze sulla loro “povertà energetica”. Lo rivela uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università Ca’ Foscari Venezia e del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), appena pubblicato sulla rivista scientifica Economic Modeling.

Studi precedenti realizzati negli Stati Uniti stimano un incremento della spesa familiare per l’energia elettrica legata ai condizionatori intorno all’11%. Analizzando i dati socio-economici di famiglie residenti in altri paesi OCSE (Australia, Canada, Francia, Giappone, Olanda, Spagna, Svezia e Svizzera) e dati climatici della NASA, gli autori di questo nuovo studio hanno calcolato che, in media, l’uso del condizionatore porta a spendere fino al 42% in più per l’energia elettrica, rispetto a chi non ha il condizionatore.

Gli aumenti effettivi dipenderanno da quanti gradi centigradi in più le famiglie dovranno affrontare per via del cambiamento climatico. I consumi elettrici per raffrescamento saranno quindi un nuovo fattore destinato ad aumentare la povertà energetica legata all’elettricità, condizione in cui si trovano le famiglie che spendono più del 5% del loro reddito annuale in bollette elettriche.

Secondo il Buildings Performance Institute Europe, nel 2014 la povertà energetica toccava già il 10-15% delle famiglie europee. Lo studio appena pubblicato delinea invece una situazione ancor più preoccupante.

“Il concetto di povertà energetica, già oggetto di attenzione in Europa, è di norma legato alla possibilità di assicurarsi un livello adeguato di riscaldamento durante i mesi più freddi – spiega Enrica De Cian, professoressa di Economia ambientale a Ca’ Foscari e responsabile del team di ricerca del progetto ERC Energya che ha svolto lo studio. – I nostri dati, tuttavia, suggeriscono di allargare il concetto includendo il ruolo sempre più determinante del raffrescamento estivo. I nuclei familiari più poveri spendono già di norma una porzione ampia del loro budget in beni essenziali, come il cibo e l’elettricità. Quest’ultima voce dovrà aumentare per proteggere i più vulnerabili dal rischio di mortalità o da altri gravi problemi di salute durante le ondate di calore”.

Possedere l’aria condizionata comporta importanti conseguenze sia per la spesa energetica delle famiglie che dei Paesi, anche se permangono grandi differenze: negli Stati Uniti rappresenta l’11% del consumo energetico negli edifici mentre in Europa è solo l’1,2%.

“I dati che abbiamo analizzato rivelano che in Spagna il 18.5% delle famiglie spende più del 5% del proprio budget in elettricità – afferma l’economista cafoscarina. Queste percentuali sono generalmente più alte nei paesi freddi, arrivando al 24.2% in Svezia. In Francia e Svizzera troviamo numeri più bassi: 8% e 5% rispettivamente”. L’Italia non è stata analizzata perché non compresa nel dataset OCSE considerato in questo studio, ma “ci aspettiamo un andamento simile a Francia e Spagna, e lo stiamo verificando negli studi che stiamo svolgendo”.

Chi usa il condizionatore e perché

“L’elemento innovativo di questo lavoro – afferma l’economista Teresa Randazzo, prima autrice dello studio – è che la nostra analisi empirica permette di tenere conto di fattori di scelta che sono di norma difficili da osservare e misurare, come la percezione personale del comfort termico, l’avversione al rischio o la consapevolezza ambientale”.

Lo studio evidenzia in effetti come varie caratteristiche degli individui e dei nuclei familiari portino – o meno – all’adozione dell’aria condizionata nelle case. Ad esempio, la presenza di minori in casa induce ad adottare e ad usare di più i condizionatori.

Ancora, gli individui più istruiti tendono a usare meno i condizionatori, suggerendo che sono più consapevoli dell’impatto dei loro consumi sull’ambiente. Allo stesso modo, le famiglie che sono più inclini al risparmio energetico tendono ad usare meno l’aria condizionata. Viceversa, le famiglie che posseggono numerosi elettrodomestici tendono ad usare di più i condizionatori.

Vivere in aree urbane aumenta la probabilità che si adotti un condizionatore di 9 punti percentuali, un contributo importante, se paragonato al ruolo del clima o del reddito familiare, probabilmente dovuto al fenomeno delle isole di calore urbane”, spiega Malcolm Mistry, responsabile dei dati climatici per il progetto Energy-a, e coautore della ricerca.

L’analisi dei dati su famiglie e clima

Per capire meglio le dinamiche di adozione dell’aria condizionata nei paesi industrializzati e il suo impatto sul bilancio delle famiglie, anche alla luce dei cambiamenti climatici, i ricercatori di Energya hanno esaminato otto paesi OCSE di diverse latitudine: Australia, Canada, Francia, Giappone, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Svizzera.

I ricercatori hanno combinato le informazioni geo-codificate su 3.615 famiglie provenienti da dati dell’OCSE raccolti nel 2011, con dati storici sul clima. “La nostra rielaborazione dei dati climatici NASA-GLDAS calcola i cosiddetti Cooling Degree Days per gli ultimi 49 anni, un indicatore comunemente usato in letteratura per catturare l’intensità e la durata dei periodi particolarmente caldi e i corrispondenti bisogni di raffreddamento”, spiega Malcolm Mistry.

I trend nel mercato dei condizionatori

Spinte in gran parte dal settore residenziale, dal 1990 le vendite annuali dei condizionatori d’aria  sono più che triplicate a livello mondiale, raggiungendo 135 milioni unità nel 2016, secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. La Cina è in testa, con 41 milioni di condizionatori nelle case private, seguita da 16 milioni negli Stati Uniti e circa 9 milioni sia in Giappone che in Europa. “Secondo il nostro studio, oltre al ruolo determinante del miglioramento del tenore di vita, i cambiamenti climatici aumenteranno i tassi di adozione dell’aria condizionata anche in Europa, con incrementi fino al 21% in Spagna e al 35% in Francia tra soli 20 anni” conclude la professoressa De Cian.

 

Riferimenti

Link all’articolo su Economic Modeling: https://doi.org/10.1016/j.econmod.2020.05.001

 

Testo e grafico dall’Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Università Ca’ Foscari Venezia