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Lotta alle zanzare: approda in Italia MosquitoAlert, l’app che permette ai cittadini di contribuire con un click
Un’istantanea dell’insetto consentirà a cittadini ed esperti di conoscere il tipo di zanzara, la sua pericolosità, le aree da disinfestare

MosquitoAlert

Un’app per conoscere i tipi di zanzare che vedremo arrivare, puntuali e numerose, con l’arrivo dei mesi caldi, ma soprattutto per contribuire a combatterne le infestazioni. Il tutto con una semplice fotografia dell’insetto da inviare tramite l’applicazione MosquitoAlert alla Task Force che ha riunito a collaborare a questo progetto esperti dell’Università Sapienza di Roma e dell’Ateneo di Bologna, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e del MUSE di Trento.

Già utilizzata in Spagna, l’app ha consentito di raccogliere migliaia di fotografie validate in tempo reale da esperti entomologi e utilizzate per tracciare l’invasione da parte di eventuali nuove specie, per identificare le regioni ed aree più infestate e dirigere gli interventi di controllo. Quest’anno MosquitoAlert è disponibile anche in Italia e contemporaneamente in altri 20 paesi grazie al progetto europeo AIM-COST coordinato dalla Prof.ssa Alessandra della Torre dell’Università Sapienza di Roma.

La Task Force di MosquitoAlert Italia si fa promotrice dell’iniziativa nel nostro Paese, senz’altro uno dei più infestati d’Europa, dove le zanzare non rappresentano solo una fonte di fastidio (spesso elevato), ma possono trasmettere virus capaci di provocare serie patologie all’uomo come il virus del West Nile, o quelli tropicali del Chikungunya o del Dengue. “Chiediamo ai cittadini di scaricare gratuitamente sul proprio telefono l’app MosquitoAlert e di ricordarsi, ogni qual volta avvistano o riescono a catturare una zanzara anche dopo averla colpita per autodifesa, di inviarne una fotografia tramite la stessa app” spiega il Dott. Beniamino Caputo, ricercatore della Sapienza e coordinatore di MosquitoAlert Italia “L’app consente anche di mandare semplici segnalazioni di punture o segnalare la presenza di raccolte d’acqua stagnante dove si possono sviluppare le zanzare e fornisce inoltre un indirizzo a cui inviare eventualmente l’intero esemplare. In cambio, gli utenti potranno conoscere la specie che li infastidisce e informarsi sui rischi sanitari connessi e avere accesso ad una mappa delle diverse specie presenti sul proprio territorio”.

MosquitoAlert

È proprio la primavera il periodo della prevenzione, in cui cioè intervenire con trattamenti nelle aree pubbliche e private (giardini, orti, terrazzi), per rimuovere, con prodotti idonei, o rendere inaccessibili alle zanzare tutte quelle piccole o grandi raccolte d’acqua in cui potrebbero deporre le uova e nelle quali si possono sviluppare le larve. Ma come capire dove indirizzare le disinfestazioni per colpire le specie più pericolose?

Quest’anno esiste uno strumento in più che richiede la collaborazione attiva di tutti i cittadini per raccogliere dati sulle diverse specie di zanzare, incluse quelle invasive come la zanzara tigre e altre specie di origine asiatica. MosquitoAlert è un progetto di scienza partecipata (citizen science), come ormai ne esistono diversi che grazie all’aiuto dei cittadini consentono di raccogliere preziosissime informazioni sulla biodiversità, sulle specie invasive, sui rifiuti in plastica, sulla qualità dell’aria e dell’acqua, sull’inquinamento acustico e luminoso. Le zanzare possono colpire meno l’attenzione di un bel fiore o di una farfalla, tuttavia rappresentano non solo motivo di forte fastidio per molti, ma anche un rischio per la salute pubblica a causa dei virus che trasmettono con le loro punture. Ora, sono i ricercatori a chiedere una mano ai cittadini per conoscerle e combatterle meglio.

La Task force di Mosquito Alert Italia offre un supporto tecnico scientifico nella gestione di questa piattaforma contribuendo alla rapida validazione del materiale inviato tramite MosquitoAlert e al riconoscimento delle specie di zanzare rappresentate nelle immagini. “Per questo motivo” afferma il Dott. Francesco Severini, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità da sempre impegnato nella ricerca e nelle attività che tutelano la salute dei cittadini “la qualità delle foto inviate è di fondamentale importanza per un’accurata e valida identificazione. Inoltre la possibilità di inviare l’esemplare fotografato ai laboratori di riferimento consentirà di identificare anche gli esemplari difficilmente riconoscibili senza un microscopio o perché parzialmente danneggiati.

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L’Università Sapienza è in prima linea nel progetto Mosquito Alert ITALIA che nasce dalla vasta esperienza del gruppo di ricerca di Entomologia Sanitaria del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive e si propone di coinvolgere tutti gli studenti ed il personale dell’Ateneo nell’utilizzo dell’app. L’11 maggio partirà la campagna social #SCATTALAZANZARA con il contributo degli studenti del corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Scientifica Biomedica, coordinati dalla Prof.ssa Michaela Liuccio. “L’obiettivo è sensibilizzare studenti e personale della Sapienza a contribuire alla ricerca fornendo fotografie e segnalazioni ai colleghi entomologi e, al tempo stesso, sensibilizzare ai rischi associati alle zanzare e alle misure di prevenzione individuale e pubblica”. Ai più volenterosi si chiede inoltre di conservare eventuali esemplari di zanzare in freezer, utilizzando il codice della foto inviata tramite MosquitoAlert, e di consegnarle presso il punto di raccolta nell’atrio del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive.

 

Testo e foto dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

 

UNA NUOVA APP PER IL MONITORAGGIO PARTECIPATIVO DEI MAMMIFERI SELVATICI: MAMMALNET, LA SCIENZA A PORTATA DI TUTTI

Scaricando l’app e condividendo gli avvistamenti di mammiferi selvatici, i cittadini potranno interagire direttamente con scienziati ed esperti, comprendere la natura e  supportare attivamente la conservazione della biodiversità.MammalNet iMammalia

Venerdì 16 aprile, in diretta streaming sulla piattaforma ZOOM è stato presentato alla stampa MammalNet, il progetto promosso dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (European Food Safety Authority, EFSA), e coordinato in Italia dalle Università di Torino e Sassari, che ha l’obiettivo di monitorare e conservare i mammiferi selvatici europei tramite il coinvolgimento dei cittadini e l’utilizzo di un’App specifica per Android e iPhone.

Con MammalNet naturalisti, ambientalisti, escursionisti, cacciatori e cittadini parteciperanno attivamente alla citizen science, attraverso la condivisione delle proprie osservazioni di mammiferi selvatici, e contribuiranno direttamente alla comprensione della natura e della biodiversità, attività fondamentale per coadiuvare le ricerche faunistiche di pubblico interesse. MammalNet offre diversi strumenti tecnologici che possono aiutare i cittadini, e con loro gli studiosi, a documentare la presenza di mammiferi nel loro habitat.

Il progetto mette a disposizione di tutti iMammalia, un’app gratuita disponibile per i dispositivi Android e iPhone, che permette di registrare e condividere avvistamenti di mammiferi o dei loro segni e tracce in modo semplice e veloce. L’app include inoltre guide per identificare le diverse specie e può memorizzare tutte le osservazioni in modo da fornire un registro dettagliato di tutti gli avvistamenti. Attraverso le informazioni caricate dagli utenti si potrà registrare quali specie siano presenti in un determinato territorio e avere una migliore percezione di quali specie invece potrebbero essere assenti. Queste informazioni sono importanti per comprendere e prevedere con precisione la distribuzione delle specie e verranno utilizzate per aiutare a creare il prossimo Atlante Europeo dei Mammiferi.

MammalNet iMammalia

Gli appassionati potranno anche contribuire con immagini acquisite mediante trappole fotografiche. Pur senza essere esperti, molti cittadini sono perfettamente in grado di distinguere alcune specie di mammiferi, come conigli, lepri, volpi. Per altre specie tuttavia hanno bisogno del confronto di un esperto. Grazie all’impiego degli strumenti messi a disposizione dal progetto questa interazione con studiosi ed esperti sarà semplice ed efficace. Tutte le registrazioni saranno inviate alla una piattaforma web https://european-mammals.brc.ac.uk/ alla quale si potrà accedere per visualizzare anche le osservazioni degli altri utenti per vedere, ad esempio, quali aree geografiche o specie non sono ancora state incluse.

Il Progetto MammalNet ha inoltre lo scopo di affrontare alcune delle sfide ambientali attuali come i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, le zoonosi e le malattie emergenti legate alla fauna selvatica. I mammiferi selvatici influenzano anche la trasmissione di malattie che colpiscono il bestiame e gli esseri umani. Una buona comprensione della distribuzione dei mammiferi può aiutare a prendere decisioni basate su dati oggettivi, con l’obiettivo di ridurre il rischio di trasmissione.

MammalNet iMammalia

“A molti cittadini capita di osservare i mammiferi selvatici che vivono intorno a loro. L’avvistamento di una volpe in movimento o di un capriolo su un prato, o il riconoscimento di un animale investito sono preziose fonti di informazione per i ricercatori, e possono essere facilmente condivise usando iMammalia” dichiara Ezio Ferroglio, docente del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino e partner del progetto.

MammalNet iMammalia

“Le trappole fotografiche ci forniscono informazioni essenziali su dove e come vivono i mammiferi. Possono essere messe anche nel proprio giardino. È stupefacente vedere cosa sono in grado di fotografare. Se non si ha esperienza, si possono condividere le immagini ottenute e lasciarle classificare agli esperti; pian piano si può imparare  a riconoscere gli animali che ci circondano”, sostiene Massimo Scandura, professore dell’Università di Sassari, anche lui partner di MammalNet.

Durante la prima fase del progetto, i paesi coinvolti sono stati Spagna, Germania, Polonia e Croazia. Ora, nella seconda fase, nuovi Paesi si sono aggiunti tra cui l’Italia. MammalNet è un’opportunità per tutti per contribuire attivamente alla conservazione dei mammiferi, semplicemente limitandosi ad osservarli o a rilevarne la presenza attraverso i loro segni.

 

 

Testo e foto dall’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Torino

La passione per la ricerca supera ogni ostacolo, il COVID-19 non ha fermato la Dott.ssa Roberta Ranieri di Unipg impegnata nel progetto Horizon 2020-CORBEL 

Le è stato dedicato un video e un articolo in occasione del World Science Day

 

Un video e un articolo per raccontare la storia di grande determinazione e di coraggio nelle avversità, legate all’emergenza COVID-19, della Dott.ssa Roberta Ranieri, dottoranda all’Università degli Studi di Perugia.

Sono stati pubblicati, nel giorno dedicato alla Scienza (World Science Day), nel sito dell’European Molecular Biology Laboratory (EMBL).

Roberta Ranieri Horizon 2020-CORBEL 

Articolo: https://www.eurobioimaging.eu/news/conducting-interdisciplinary-transnational-research-in-the-covid-19-era/

Roberta Ranieri si è trovata a vivere, infatti, una prima esperienza traumatica non appena arrivata all’European Molecular Biology Laboratory (EMBL) di Heidelberg (in Germania), lo scorso marzo: la sua attività di ricerca e il suo progetto sono stati bruscamente interrotti dal lockdown in Europa per l’emergenza COVID19 e lei costretta a due periodi di quarantena consecutivi,  il primo appunto in Germania e il secondo al suo rientro in Italia.

Nonostante questo, la Dott.sa Ranieri è tornata all’EMBL in settembre per completare il suo lavoro finanziato dal progetto europeo Horizon 2020-CORBEL pur cosciente della possibilità della reintroduzione in qualsiasi momento di nuove restrizioni di spostamento.

Horizon 2020-CORBEL, consentendo l’accesso a e la collaborazione con due infrastrutture di Ricerca Europee in Germania, EU-OPENSCREEN (Berlino) ed Euro-BioImaging (EMBL), ha finanziato un progetto, coordinato dalla Prof.ssa Maria Paola Martelli, finalizzato all’identificazione, tra migliaia di composti, di piccole molecole che mirano a colpire specificamente un particolare tipo di leucemia mieloide acuta con mutazione nel gene NPM1, scoperta nel 2005 dal gruppo del Prof. Brunangelo Falini (Ematologia, Università degli Studi di Perugia).

La pandemia COVID-19 ha reso più difficile per i ricercatori viaggiare da un paese all’altro, rallentando la cooperazione internazionale, ha costretto i laboratori di tutto il mondo ad adottare rigorose misure di sicurezza e igiene e ha persino avuto un impatto sul focus di alcuni progetti di ricerca. Condurre ricerche interdisciplinari in collaborazioni internazionali nell’era COVID-19 ha bisogno di ricercatori appassionati, intraprendenti e inarrestabili, come la Dott.ssa Roberta Ranieri.

 

Testo, foto e video dall’Università degli Studi di Perugia sul lavoro di Roberta Ranieri, finanziato dal progetto europeo Horizon 2020-CORBEL.

CORONAVIRUS NELL’ARIA? SOLO IN PRESENZA DI ASSEMBRAMENTI

Uno studio multidisciplinare, condotto a maggio 2020, analizza le concentrazioni in atmosfera di SARS-CoV-2 a Venezia e Lecce, evidenziandone le implicazioni per la trasmissione airborne. La ricerca, pubblicata su Environment International, è stata condotta da Cnr-Isac, Università Ca’ Foscari Venezia, Cnr-Isp e Istituto zooprofilattico sperimentale della Puglia e della Basilicata

Fig 2 Confronto delle concentrazioni di PM10 (in alto) e PM2.5 (in basso) nei due siti durante il periodo di campionamento

VENEZIA – La rapida diffusione del Covid-19, e il suo generare focolai di differente intensità in diverse regioni dello stesso Paese, hanno sollevato importanti interrogativi sui meccanismi di trasmissione del virus e sul ruolo della trasmissione in aria (detta airborne) attraverso le goccioline respiratorie. Mentre la trasmissione del SARS-CoV-2 per contatto (diretta o indiretta tramite superfici di contatto) è ampiamente accettata, la trasmissione airborne è invece ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica.

Grazie ad uno studio multidisciplinare, condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Lecce, dall’Università Ca’ Foscari Venezia, dall’Istituto di scienze polari del Cnr (Cnr-Isp) di Venezia e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Puglia e della Basilicata (Izspb), sono state analizzate le concentrazioni  e le distribuzioni dimensionali delle particelle virali nell’aria esterna raccolte simultaneamente, durante la pandemia, in Veneto e Puglia nel mese di maggio 2020, tra la fine del lockdown e la ripresa delle attività. La ricerca, avviata grazie al progetto “AIR-CoV (Evaluation of the concentration and size distribution of SARS-CoV-2 in air in outdoor environments) e pubblicata sulla rivista scientifica Environment International, ha evidenziato una bassa probabilità di trasmissione airbone del contagio all’esterno se non nelle zone di assembramento.

“Il nostro studio ha preso in esame due città a diverso impatto di diffusione: Venezia-Mestre e Lecce, collocate in due parti del Paese (Nord e Sud Italia) caratterizzate da tassi di diffusione del COVID-19 molto diversi nella prima fase della pandemia”, spiega Daniele Contini, ricercatore Cnr-Isac.

Durante la prima fase della pandemia, la diffusione del SARS-CoV-2 è stata eccezionalmente grave nel Veneto, con un massimo di casi attivi (cioè individui infetti) di 10.800 al 16 aprile 2020 (circa il 10% del totale dei casi italiani) su una popolazione di 4,9 milioni. Invece, la Puglia ha raggiunto il massimo dei casi attivi il 3 maggio 2020 con 2.955 casi (3% del totale dei casi italiani) su una popolazione di 4,0 milioni di persone. All’inizio del periodo di misura (13 maggio 2020), le regioni Veneto e Puglia erano interessate, rispettivamente, da 5.020 e 2.322 casi attivi.

coronavirus aria COVID-19 airborne
Fig 1 Numero giornaliero di individui infetti osservati in Veneto e Puglia durante l’epidemia di Covid-19

“Il ruolo della trasmissione airborne dipende da diverse variabili quali la concentrazione e la distribuzione dimensionale delle particelle virali in atmosfera e le condizioni meteorologiche. Queste variabili poi, si diversificano a seconda che ci considerino ambienti outdoor e ambienti indoor”, sottolinea Marianna Conte, ricercatrice Cnr-Isac.

La potenziale esistenza del virus SARS-CoV-2 nei campioni di aerosol analizzati è stata determinata raccogliendo il particolato atmosferico di diverse dimensioni dalla nanoparticelle al PM10 e determinando la presenza del materiale genetico (RNA) del SARS-CoV-2 con tecniche di diagnostica di laboratorio avanzate.

“Tutti i campioni raccolti nelle aree residenziali e urbane in entrambe le città sono risultati negativi, la concentrazione di particelle virali è risultata molto bassa nel PM10 (inferiore a 0.8 copie per m3 di aria) e in ogni intervallo di dimensioni analizzato (inferiore a 0,4 copie/m3 di aria)”, prosegue Contini. “Pertanto, la probabilità di trasmissione airborne del contagio in outdoor, con esclusione di quelle zone molto affollate, appare molto bassa, quasi trascurabile. Negli assembramenti le concentrazioni possono aumentare localmente così come i rischi dovuti ai contatti ravvicinati, pertanto è assolutamente necessario rispettare le norme anti-assembramento anche in aree outdoor”.

“Un rischio maggiore potrebbe esserci in ambienti indoor di comunità scarsamente ventilati, dove le goccioline respiratorie più piccole possono rimanere in sospensione per tempi più lunghi ed anche depositarsi sulle superfici”, sottolinea Andrea Gambaro, professore a Ca’ Foscari. “E’ quindi auspicabile mitigare il rischio attraverso la ventilazione periodica degli ambienti, l’igienizzazione delle mani e delle superfici e l’uso delle mascherine”.

“Lo studio e l’applicazione di metodi analitici sensibili con l’utilizzo di piattaforme tecnologicamente avanzate permettono, oggi, di rilevare la presenza del Sars-CoV-2 anche a concentrazioni molto basse, come potrebbe essere negli ambienti outdoor e indoor, rendendo la diagnostica di laboratorio sempre più affidabile” conclude Giovanna La Salandra, dirigente della Struttura ricerca e sviluppo scientifico dell’Izspb.

Lo studio delle concentrazioni in alcuni ambienti indoor di comunità sarà oggetto di una seconda fase del progetto AIR-CoV.

 

L’articolo su coronavirus e concentrazioni nell’aria:

D. Chirizzi, M. Conte, M. Feltracco, A. Dinoi, E. Gregoris, E. Barbaro, G. La Bella, G. Ciccarese, G. La Salandra, A. Gambaro, D. Contini, 2020. SARS-CoV-2 concentrations and virus-laden aerosol size distributions in outdoor air in north and south of Italy. Environment International 106255, https://doi.org/10.1016/j.envint.2020.106255
Link open access: https://authors.elsevier.com/sd/article/S0160412020322108

 

Testo e immagini dall’Università Ca’ Foscari Venezia sulle concentrazioni e le distribuzioni dimensionali delle particelle di coronavirus nell’aria raccolte durante la prima fase della pandemia.

Articolo a cura di Graziano Gigante e Federico Stifani

Affrontare una pandemia a cui non si è preparati da un punto di vista psicologico può essere davvero devastante, soprattutto per le persone più sensibili. In particolare, persone con psicopatologie pregresse possono essere molto più a rischio della popolazione generale. Il lockdown, le nuove regole stringenti da seguire e un nuovo stile di vita da adottare per far fronte all’emergenza  potrebbero aver avuto un impatto maggiore nelle persone in cui era già presente un disagio psichico. Anche il personale sanitario, coinvolto in prima linea nel combattere questa grande epidemia, è esposto, in misura possibilmente maggiore, agli effetti devastanti del Covid-19

Sulla base di tali premesse, l’Università di Torino, in particolare il gruppo di ricerca del professor Lorys Castelli del Dipartimento di Psicologia, ha condotto due studi: il primo si è concentrato sulla popolazione italiana ed il secondo sugli operatori sanitari. Questi due studi si sono posti  come obiettivo quello di indagare l’impatto psicologico che il Covid-19 ha avuto su questi due tipi di popolazione. In particolare, il focus è stato posto sull’insorgenza e sull’eventuale aggravamento di psicopatologie legate allo stress derivante da questa situazione di emergenza, quali ansia, depressione e sintomi da stress post-traumatico (PTSS).

È stato dimostrato come gli operatori sanitari impegnati nei reparti Covid-19 vadano in maggior misura incontro a sintomi depressivi e sintomi da stress post-traumatico, rispetto ad altri operatori sanitari impegnati in altri reparti, che non trattano pazienti Covid-19. Questo dato è spiegato da alcune caratteristiche del lavoro dei primi, come: l’esposizione al virus, lo scarso riposo, la scarsità di Dispositivi di Protezione individuale (DPI) e lo sforzo impiegato nel cercar di tenere in vita i pazienti; si ritiene che tali caratteristiche possano incidere pesantemente sullo sviluppo delle psicopatologie correlate allo stress precedentemente accennate. Per quanto riguarda, invece, lo studio sull’impatto psicologico del Covid-19 sulla popolazione italiana, quest’ultimo si è posto come scopo quello di analizzare le variabili socio-demografiche, biomediche e di qualità della vita nel ruolo di predittori dei sintomi da stress post-traumatico. I risultati hanno dimostrato come i fattori di rischio di sviluppo di sintomi da stress post traumatico, che potrebbero evolversi in Disturbo da Stress Post-Traumatico, siano stati: sesso femminile, basso livello di educazione e contatto con persone affette da Covid-19. Sulla base dei risultati di questi due studi si potrebbe giungere ad uno screening psicologico più efficiente, che permetterebbe un intervento più rapido e specifico, anche e soprattutto nei confronti degli individui più svantaggiati.

Abbiamo intervistato il professor Lorys Castelli e la dott.ssa Agata Benfante, entrambi dell’Università degli studi di Torino, che hanno risposto alle domande di ScientifiCult.

L’intervista

Impatto psicologico della pandemia: soggetti a rischio

impatto psicologico pandemia popolazione operatori sanitari
Foto di Rondell Melling

Nello studio da voi condotto sulla popolazione generale il ruolo dell’età sui PTSS e sulla sintomatologia depressiva e ansiosa è risultato marginale. Al contrario, nello studio condotto sul personale sanitario è emerso un trend che correla la maggiore età ad un maggior rischio di sviluppare PTSS. Nella vostra opinione, in generale, qual è il ruolo che gioca l’età nello sviluppo di queste sintomatologie in risposta all’emergenza COVID-19? E a cosa potrebbe essere dovuta la differenza di significatività di questo predittore fra i due studi?

Nella letteratura riguardante lo sviluppo di PTSD è noto come l’età, a cui viene vissuto l’evento traumatico, influisca sullo sviluppo successivo della sintomatologia, benché essa possa presentarsi in qualunque fase della vita e sia anche strettamente connessa alla portata dell’evento in sé e alle risorse del soggetto. Negli studi sugli operatori sanitari, i risultati riguardo alla significatività dell’età non sono sempre concordi. Infatti, alcuni studiosi hanno riscontrato piu’ PTSS tra gli operatori più giovani, mentre in altri studi sono stati ottenuti risultati in linea con il nostro. Le spiegazioni addotte sono molteplici e riguardano aspetti inerenti alle condizioni stesse di lavoro: essere più giovani può significare avere minori anni d’esperienza, che rendono le condizioni di emergenza più difficili da gestire; essere più anziani può comportare maggiori difficoltà a sostenere i ritmi e i lunghi turni di lavoro. Uno studio sugli operatori sanitari ha anche messo in luce come la fascia di età studiata può influenzare in modo diverso l’oggetto della preoccupazione: i soggetti più giovani erano maggiormente preoccupati di trasmettere il virus Sars-Cov-2 ai familiari, mentre nel personale più anziano causava maggiore stress la morte dei pazienti e dei colleghi. La differenza di significatività di questo predittore fra i due studi da noi condotti potrebbe, quindi, ricollegarsi al differente carico fisico e psicologico tra la popolazione generale e gli operatori sanitari. (Tang et al., 2017; Cai et al., 2020; Spoorthy, 2020)

Nella Vostra ricerca riguardante gli operatori sanitari, come anche nella ricerca sulla popolazione generale, è emerso che le donne sono molto più predisposte a sviluppare PTSS. Come si potrebbe spiegare questo risultato da un punto di vista psicologico?

In linea sia con gli studi sugli effetti psicologici di precedenti epidemie sia con quelli relativi al COVID-19 dai nostri risultati emerge una più elevata prevalenza di PTSS tra le donne. Le spiegazioni potrebbero essere molteplici e su queste gli studiosi continuano ad indagare. Alcuni autori avanzano ipotesi connesse a differenze di genere psicofisiologiche, ormonali e di reattività delle reti neurali associate alla paura e alle risposte di arousal (Liu et al., 2020). Inoltre, per entrambi i nostri studi bisogna tener conto anche della più elevata percentuale di donne partecipanti, rispetto agli uomini. Nello studio sulla popolazione generale il 69% dei rispondenti erano donne, in quello rivolto agli operatori sanitari il 72%. Questo “bias”, presente in molti altri, studi non permette di trarre conclusioni definitive a riguardo.

Tra chi ha una probabilità più alta di sviluppare PTSS vi sono persone con un grado di educazione basso. Ritenete che questo derivi dalla difficoltà di quest’ultime di accedere ai servizi di supporto psicologico offerti alle persone? Quanto può essere importante l’informazione sui rischi per la salute mentale (e non solo su quella fisica) in questa situazione di pandemia? 

 Si può ipotizzare che soggetti con un grado di istruzione inferiore abbiano maggiori difficoltà a discriminare tra le molteplici e spesso contrastanti informazioni. A ciò si potrebbe aggiungere la possibilità di un mancato riconoscimento di malessere psicologico e una mancata informazione sui servizi disponibili ed accessibili. È fondamentale fornire adeguata informazione, a più livelli, sui rischi per la salute non solo fisica, ma anche psicologica. Nel nostro Paese, la necessità di servizi psicologici è ancora molto spesso disconosciuta tanto a livello istituzionale, quanto a livello individuale. Su questo fronte l’Ordine degli Psicologi è costantemente impegnato, conquistando anno dopo anno riconoscimenti e offrendo sempre maggiori servizi per il benessere di tutti i cittadini. Inoltre, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica contro lo stigma della malattia mentale, fornendo una visione più completa di salute e malattia, in accordo con le più recenti definizioni a livello mondiale.

Ricerca e metodologia

Foto di Steve Buissinne

L’impatto e i numeri relativi all’emergenza COVID-19 sono stati notevolmente differenziati fra le regioni d’Italia, in particolare in riferimento alla differenza fra Nord e Sud. All’interno della vostra analisi, tuttavia, la posizione geografica non è risultata un predittore sociodemografico significativo della presenza di PTSS. In quale maniera è stato configurato il fattore “posizione geografica” all’interno della regressione logistica? A cosa pensate sia dovuta la mancanza di significatività di questo fattore? Inoltre, pensate che confrontando il fattore su diversi livelli di analisi (es: provincia, regione, parte d’Italia) si possano rilevare significatività interessanti rappresentative dei fenomeni osservati nei media durante il lockdown (es: gli eventi di Bergamo)? 

Nelle nostre analisi abbiamo considerato due aree geografiche, Nord e Centro/Sud; questo per poter distinguere le zone inizialmente più colpite, da quelle in cui si registrava un numero inferiore di casi. Il 71% circa del campione totale ha riportato di vivere in una regione del Nord Italia. Ulteriori confronti rispetto a provincia o regione avrebbero richiesto un campione più ampio e maggiormente rappresentativo di queste realtà. Benché non sia possibile rintracciare una spiegazione certa alla mancanza di significatività del fattore geografico, si può pensare che il lockdown, esteso già a tutto il territorio nazionale da circa 10 giorni al momento dell’avvio dello studio, avesse procurato degli effetti psicologici significativi su tutta la popolazione. Inoltre, si potrebbe anche considerare che i soggetti residenti in regioni meno colpite abbiano, attraverso i media, vissuto comunque il dramma che stava più intensamente colpendo il Nord, analogamente a ciò che emerge in uno studio sulla cosiddetta traumatizzazione vicaria, che potrebbe in alcuni casi risultare peggiore nella popolazione generale, rispetto agli operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta al COVID-19 come evidenzia lo studio di Li et al., 2020.

Alcuni operatori sanitari, nel corso dell’emergenza, hanno ricevuto supporto psicologico mirato per meglio sostenere le gravose condizioni di lavoro relative all’emergenza COVID-19. Quanto ritenete che questo genere di interventi abbiano influenzato gli esiti del vostro studio? Ritenete che possa essere interessante andare ad indagare l’efficacia di tali interventi nel determinare la risposta degli operatori all’emergenza? 

Considerando il periodo temporale in cui lo studio è stato condotto, si può ragionevolmente supporre che fossero pochi gli operatori sanitari coinvolti che avessero già fatto ricorso a servizi di supporto psicologico. Sicuramente sarà importante indagare l’efficacia degli interventi proposti e le conseguenze nel determinare la risposta degli operatori all’emergenza. Tale filone di ricerca trova già degli esempi nella valutazione dell’efficacia di interventi psicologici e di supporto agli operatori sanitari durante le passate epidemie che hanno interessato alcuni Paesi del mondo. Questi studi hanno riscontrato sia miglioramenti nella salute mentale degli operatori, sia miglioramenti secondari sulla qualità del lavoro svolto dagli stessi operatori, inserendosi nel solco degli studi più generali sul burn-out.

Prospettive per il futuro: pandemia, intervento psicologico e ricerca

Foto di Michal Jarmoluk

Entrambi gli studi condotti presentano importanti implicazioni cliniche potenziali, in particolare per il trattamento dei PTSS, dove l’intervento precoce può risultare determinante nella prevenzione dello sviluppo del PTSD. Fra gli interventi da voi suggeriti a tal fine viene proposta in particolare un’intensificazione degli screening; se volessimo riferirci ad interventi psicosociali su larga scala, quali potrebbero essere altri interventi di prevenzione e di supporto volti alla popolazione per prevenire l’intensificarsi e lo stabilizzarsi dei PTSS? 

L’intensificazione dello screening psicologico nella popolazione generale e, in particolare, negli operatori sanitari consentirebbe un’individuazione precoce di condizioni di maggiore rischio per lo sviluppo di disturbi psicopatologici. Un esempio di intervento virtuoso è certamente rappresentato dall’attivazione dei servizi di supporto psicologico telefonico, che l’Ordine degli Psicologi, le Università e le associazioni hanno predisposto ed offerto già nei mesi di lockdown. Probabilmente l’implementazione e la diffusione capillare di informazioni relative a questo genere di servizi consentirebbero di agire simultaneamente su più fronti: quello dello screening, del supporto nelle situazioni più favorevoli e dell’eventuale invio a servizi più specifici nei casi più critici. È necessario fare corretta informazione sui possibili effetti psicologici degli eventi stressanti (come la pandemia e le condizioni di restrizioni in cui ci siamo trovati e ci troviamo a vivere), sui servizi già attivi e su quelli che dovrebbero essere attivati sulla base proprio delle necessità che sono emerse dagli studi. La situazione vissuta ha messo ulteriormente in luce la necessità di realizzare, su tutto il territorio italiano, l’implementazione di servizi psicologici che potrebbero avere come compito inziale quello di mettere in atto uno screening su larga scala.

Come da voi riportato nei limiti di entrambi gli studi, a partire dai risultati rilevati non è possibile escludere la pre-esistenza di sintomatologia depressiva o ansiosa nei soggetti prima dell’arrivo del Sars-Cov-2 in Italia. Né tantomeno è possibile prevedere la potenziale evoluzione dei PTSS in PTSD o la loro eventuale recessione spontanea nel futuro prossimo. La naturale prosecuzione degli studi da voi condotti sarebbe quindi, come da voi suggerito, il ricorso ad analisi di tipo longitudinale. Avete in piano di svolgere tali tipi di studi in futuro? Nell’esecuzione di studi di questo tipo quali altri aspetti potrebbero essere eventualmente indagati?

Gli studi pubblicati hanno avuto l’intento di fornire una fotografia della sintomatologia ansiosa, depressiva e post-traumatica nella popolazione italiana e negli operatori sanitari, durante le prime settimane di lockdown. L’obiettivo più generale del nostro progetto di ricerca è quello di rivalutare a distanza di tempo i soggetti, facendo ricorso ad analisi di tipo longitudinale. Questo permetterà di valutare come tale sintomatologia si sarà evoluta nel corso del tempo anche in funzione degli sviluppi dell’emergenza pandemica. La rivalutazione dei soggetti consentirà, inoltre, di indagare altri aspetti connessi all’impatto di eventi traumatici. Negli ultimi anni ci si è interessati non solo agli aspetti psicopatologici conseguenti all’esposizione a un trauma, come lo sviluppo del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di sintomi dissociativi, ma anche ai cambiamenti positivi che possono farvi seguito determinando una crescita psicologica del soggetto. La crescita post-traumatica (PTG) implica il manifestarsi di cambiamenti positivi in ambito personale, relazionale, spirituale ed un maggior apprezzamento per la vita, determinati da processi emotivi e cognitivi di ri-attribuzione di significato e di ristrutturazione delle convinzioni sul sé e il mondo. Sarà, quindi, nostro interesse comprendere in che modo vari costrutti esaminati impattino sui processi di elaborazione di eventi stressanti, così da implementare le conoscenze relative ai fenomeni di cambiamenti post-traumatici, sia negativi sia positivi.

Si ringraziano il professor Lorys Castelli e la dott.ssa Agata Benfante.

Bibliografia:

  • Cai, W., Lian, B., Song, X., Hou, T., Deng, G., & Li, H. (2020). A cross-sectional study on mental health among health care workers during the outbreak of Corona Virus Disease 2019. Asian Journal Of Psychiatry51, 102111. doi: 10.1016/j.ajp.2020.102111
  • Castelli, L., Di Tella, M., Benfante, A., & Romeo, A. (2020). The Spread of COVID-19 in the Italian Population: Anxiety, Depression, and Post-traumatic Stress Symptoms. The Canadian Journal Of Psychiatry65(10), 731-732. doi: 10.1177/0706743720938598
  • Di Tella, M., Romeo, A., Benfante, A., & Castelli, L. (2020). Mental health of healthcare workers during the COVID ‐19 pandemic in Italy. Journal Of Evaluation In Clinical Practice. doi: 10.1111/jep.13444
  • Li, Z., Ge, J., Yang, M., Feng, J., Qiao, M., & Jiang, R. et al. (2020). Vicarious traumatization in the general public, members, and non-members of medical teams aiding in COVID-19 control. Brain, Behavior, And Immunity88, 916-919. doi: 10.1016/j.bbi.2020.03.007
  • Liu, N., Zhang, F., Wei, C., Jia, Y., Shang, Z., & Sun, L. et al. (2020). Prevalence and predictors of PTSS during COVID-19 outbreak in China hardest-hit areas: Gender differences matter. Psychiatry Research287, 112921. doi: 10.1016/j.psychres.2020.112921
  • Spoorthy, M., Pratapa, S., & Mahant, S. (2020). Mental health problems faced by healthcare workers due to the COVID-19 pandemic–A review. Asian Journal Of Psychiatry51, 102119. doi: 10.1016/j.ajp.2020.102119
  • Tang, L., Pan, L., Yuan, L., & Zha, L. (2017). Prevalence and related factors of post-traumatic stress disorder among medical staff members exposed to H7N9 patients. International Journal Of Nursing Sciences4(1), 63-67. doi: 10.1016/j.ijnss.2016.12.002

La psicologia delle regole

Foto di Bradiporap

Durante il periodo di lockdown, messo in atto dal Governo italiano per limitare gli effetti disastrosi dell’epidemia Covid-19, ogni persona ha dovuto fare i conti con le drastiche e inevitabili restrizioni adottate dal Governo, restrizioni che fino ad allora non si erano mai poste in essere, ma che, in un periodo così delicato e di continua tensione, è stato necessario adottare.

Vista la portata di queste nuove regole da seguire, il team di ricerca di Guido Alessandri della Sapienza Università di Roma ha indagato quali sono i meccanismi psicologici e sociali che sottostanno al rispetto delle regole durante la pandemia. In particolare, da questo studio è emerso come il disimpegno morale (una strategia cognitiva messa in atto dagli individui per rimuovere un affetto negativo generato dal contrasto tra le loro azioni e i loro principi) e la fiducia sociale generalizzata  (concettualizzata come il concedere anche a coloro che non si conosce il beneficio del dubbio), la quale è composta, a sua volta, da tre variabili: fiducia nel governo, fiducia nei conoscenti e negli sconosciuti – siano i maggiori predittori dei comportamenti messi in atto durante la pandemia. Come si è potuto notare, non tutti hanno rispettato le regole imposte durante il lockdown.

Secondo questo studio, il disimpegno morale ha giocato un ruolo chiave in questo, insieme ad altre variabili (come i tratti di personalità). In particolare è emerso che nei maschi e nei single ci sia stato un livello più alto di disimpegno morale, rispetto alle femmine e agli sposati, e che tendesse ad aumentare con il passare dei giorni. Nonostante questo risultato, si è potuto verificare come la fiducia nel governo, componente della fiducia sociale generalizzata, sia stato un buon predittore dei comportamenti volti al rispetto delle regole, ossia di come la fiducia nell’autorità che stabilisce tali regole porti gli individui a rispettarle, anche se questa variabile tendeva a calare con il passare dei giorni. L’altra componente della fiducia sociale generalizzata, fiducia negli altri noti, è risultata essere un’arma a doppio taglio: la fiducia riposta nei conoscenti, in merito al rispetto delle regole, da una parte ha portato anch’essi a rispettarle, dall’altra ha portato a favorire un minore distanziamento sociale. Lo studio ha dimostrato, tra l’altro, come i più sospettosi nei confronti degli altri, quindi anche le persone aventi tratti oscuri di personalità (ossia un insieme di tre tratti comportamentali: narcisismo, machiavellismo e psicopatia), abbiano rispettato la norma del distanziamento sociale. Più in generale, è risultato che un alto livello di fiducia nel governo sia preferibile ad un alto livello di fiducia negli altri, noti e non.

Infine, si può affermare che l’obiettivo principale di questa ricerca, ossia fornire una valida spiegazione dei comportamenti volti al rispetto (e non) delle regole imposte dal Governo durante il periodo di lockdown, è stato raggiunto, riuscendo a esplorare quelle variabili psicologiche e sociali che tanto condizionano il nostro comportamento in un periodo così delicato.

 Abbiamo intervistato il professor Guido Alessandri, della Sapienza Università di Roma, che ha risposto alle domande di ScientifiCult.

psicologia regole pandemia lockdown
Foto di djedj

 

Nella Vostra ricerca, tra i risultati non ipotizzati, è emerso un livello più alto di disimpegno morale per i maschi rispetto alle femmine e per i single rispetto ai partecipanti sposati. Ritenete che questo risultato sia collegato a determinati fattori?

Il dato relativo ad un livello di disimpegno morale più alto negli uomini che nelle donne è coerente con ricerche precedenti. Di solito viene collegato alla diversa incidenza dei tratti di personalità nei due sessi (es. donne più empatiche, meno aggressive etc..)

Potrebbe influire la frustrazione dei partecipanti single, dovuta all’isolamento e al distanziamento sociale?

È una delle ipotesi cui abbiamo pensato, ma è difficile sostenerla appieno. Infatti i single come gli sposati hanno accesso ad altri canali di comunicazione… Tuttavia, se si riferisce ai partecipanti maschi single con più alto disimpegno morale, la risposta è che non lo sappiamo, perché non abbiamo esplorato questa ipotesi nei nostri dati. Potrebbe essere un buono spunto per lavori successivi.

In merito le differenze di genere, potrebbe aver contribuito una maggiore predisposizione dei maschi, rispetto alle femmine, verso lo sviluppo di una personalità narcisistica?

È una ipotesi probabile, ma è ovviamente difficile dimostrarlo con i nostri dati.

Come è stato dimostrato dai risultati della Vostra ricerca, il disimpegno morale tendeva ad aumentare con il passare dei giorni, mentre la fiducia nel governo tendeva a calare. Cosa pensate abbia prodotto un aumento del disimpegno morale nei giorni ed un costante calo della fiducia nel governo? Potrebbe aver influito, in merito all’aumento del disimpegno sociale, un certo adattamento degli individui alla situazione pandemica? In merito, invece, al calo della fiducia nel governo, potrebbe aver influito una certa “saturazione” nel tempo dei comportamenti volti al rispetto delle regole?

Sì, concordiamo su tutti i punti. Abituazione al contesto e stringenza delle regole imposte potrebbero aver influito a questo livello.

Grazie alla Vostra ricerca, è stato dimostrato che una minor fiducia nei confronti di sconosciuti, caratteristica dei cosiddetti tratti “oscuri” di personalità, è stato un dato significativo per favorire il distanziamento sociale. Questo risultato può aiutare a sensibilizzare anche le personalità antisociali nel perseguimento di un “bene comune”?

È uno spunto molto interessante, che per essere confermato del tutto dovrebbe essere indagato in altri studi, ma credo che i nostri dati vadan in questo senso.

 

Bibliografia di riferimento:

Guido Alessandri , Lorenzo Filosa , Marie S. Tisak , Elisabetta Crocetti , Giuseppe Crea e Lorenzo Avanzi, Moral Disengagement and Generalized Social Trust as Mediators and Moderators of Rule-Respecting Behaviors During the COVID-19 Outbreak, Frontiers in Psychology 11, 2020.  https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2020.02102/full

 

 

Che fine fanno le zanzare d’inverno? Una task force italiana guidata dal Dipartimento di Sanità pubblica e Malattie infettive della Sapienza ha avviato un progetto di citizen-science per ottenere una mappatura spaziale e temporale delle più pericolose specie di zanzare ormai presenti sul nostro territorio attraverso una nuova versione dell’app Mosquito Alert. Primo obiettivo: scoprire grazie alle segnalazioni dei cittadini dove vanno le zanzare nella stagione invernale.

Zanzara tigra (Aedes albopticus). Foto James Gathany/CDC  Centers for Disease Control and Prevention’s Public Health Image Library (PHIL), identification number #4487, in pubblico dominio

Le zanzare, si sa, non sono più quelle “di una volta”. Negli ultimi decenni, la globalizzazione e i cambiamenti climatici hanno portato alla diffusione in Italia e in Europa di specie di zanzare esotiche, un tempo confinate alle regioni tropicali, prima di tutte la famosa zanzara tigre (Aedes albopictus), ma anche altre specie meno note, come la zanzara giapponese (Aedes japonicus) e quella coreana (Aedes koreicus). Queste specie non solo hanno cambiato la vita di tutti noi a causa del loro comportamento di puntura aggressivo e diurno, ma hanno creato le condizioni per la trasmissione di virus esotici capaci di causare gravi patologie all’uomo. Per combattere questo pericoloso insetto, in Italia, è stata creata una task force nazionale coordinata dal gruppo di Entomologia Molecolare del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Sapienza di Roma, con la collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), MUSE -Museo delle Scienze di Trento, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e dell’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna. Il progetto si inserisce nell’ambito delle attività di sviluppo e ottimizzazione di strategie di sorveglianza e monitoraggio delle specie di zanzare invasive promosse dal progetto Europeo “Aedes Invasive Mosquito” COST ACTION (AIM-COST), coordinato dal gruppo della Sapienza, che vede ad oggi la partecipazione di ricercatori e professionisti di 41 paesi.

 Il gruppo di lavoro si avvale del prezioso contributo di Mosquito Alert, un’applicazione gratuita per telefoni cellulari, attraverso la quale ogni cittadino può inviare segnalazioni e fotografie di zanzare. Mosquito Alert è attiva dal 2014 in Spagna dove ha permesso di rilevare rapidamente l’espansione della zanzara tigre a regioni settentrionali fino a poco fa ancora esenti e la presenza di nuove specie invasive, grazie ad oltre 18.000 avvistamenti inviati da un’ampia rete di volontari. Mosquito Alert ha da oggi una dimensione internazionale grazie a due progetti finanziati dalla Comunità Europea – la AIM-COST Action e Versatile Emerging Infectious Disease Observatory (VEO) – che riuniscono 46 paesi in Europa ed in regioni limitrofe. È stata già tradotta in 17 lingue, Italiano incluso, e aggiornata rispetto alla versione del 2014. La nuova versione consente non solo l’invio di foto delle zanzare (aliene e non), ma anche segnalazioni delle punture ricevute. Attraverso una task force di oltre 50 esperti entomologi, le immagini inviate vengono identificate e archiviate per consentire  una valutazione su larga scala della diffusione e stagionalità delle diverse specie, impossibile da ottenere con strumenti entomologici convenzionali isolato per isolato in tutti i centri abitati dei paesi interessati.

 La presenza delle zanzare non va sottovaluta, nel 2017 un’epidemia del virus chikungunya, sostenuta dalla zanzara tigre, ha causato centinaia di infezioni nel Lazio e in Calabria, e nelle scorse settimane si sono registrati nel Vicentino i primi 10 casi autoctoni del più temibile virus della dengue. La trasmissione di questi virus a partire da viaggiatori infetti provenienti da regioni tropicali endemiche è diventata ormai la norma in molto paesi europei. Questi casi si sommano a quelli di un virus endemico nel nostro territorio – il virus del Nilo Occidentale – trasmesso dalla zanzara notturna nostrana (Culex pipiens), per il quale negli ultimi anni si è osservato un preoccupante aumento, probabilmente legato a un clima particolarmente favorevole al vettore. Secondo i dati del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle malattie (E-CDC), nel 2020 ci sono stati 29 casi di virus del Nilo Occidentale in Italia e 1.688 casi in Europa, con 13 decessi.

  “L’Italia è certamente uno dei paesi europei in cui il rischio di un aggravarsi della trasmissione di malattie trasmesse da vettore è più elevato” sottolinea Beniamino Caputo responsabile della task force italiana “Per questo pensiamo che Mosquito Alert possa veramente rappresentare un significativo passo in avanti verso la mappatura spaziale e temporale delle più pericolose specie di zanzare ormai presenti sul nostro territorio e la sorveglianza di nuove invasioni. Per aiutare i cittadini a capire il significato e l’importanza del contributo che ci aspettiamo da loro, abbiamo creato un sito dedicato (https://www.allertazanzarevirus.com) che fornisce informazioni di base sulla biologia, i rischi sanitari e il controllo delle zanzare, e include una sezione dedicata a Mosquito Alert”.

 Ma ha senso impegnarsi in questo sforzo proprio ora che la bella stagione (per noi, ma anche per le zanzare) volge al termine? “Senz’altro sì spiega Caputo “non sappiamo molto sul comportamento delle zanzare nei mesi freddi. Sappiamo che la zanzara tigre produce uova ibernanti che schiuderanno la prossima primavera, ma sappiamo anche che adulti di questa specie e di Culex pipiens vengono segnalati anche d’inverno. Solo con il contributo attivo dei cittadini potremo capire quanto importante sia questo fenomeno nelle varie regioni, e utilizzare questo dato per sviluppare più efficaci strategie di controllo. Inoltre, i dati che speriamo di ricevere a partire dalle prossime settimane ci serviranno per tarare ed ottimizzare il sistema per il prossimo anno. Senz’altro la prossima primavera ci faremo risentire per una chiamata alle armi di tutti i cittadini che vogliono aiutarci nella lotta contro questi fastidiosi e pericolosi nemici!”.

Progetti in corso

 

Mosquito Alert è un progetto di citizen-science no-profit attivo in Spagna sin dal 2014 coordinato da CEAB-CSIC, CREAF e dall’Università Pompeu Fabra. Ad oggi ha ricevuto e analizzato 18.300 segnalazioni da parte dei cittadini e ha contribuito ad aggiornare le mappe della distribuzione di Aedes albopictus in Spagna e a segnalare il primo rilevamento di Aedes japonicus nel paese.

La Aedes Invasive Mosquito COST ACTION (AIM-COST) è un network di esperti pubblici e privati che operano nella ricerca, sorveglianza e controllo delle zanzare invasive finanziato dalla Comunità Europea. È stato creato nel 2018 e raggruppa oggi ricercatori e professionisti di 33 paesi Europei e di 9 partner internazionali sotto la coordinazione del gruppo di Entomologia Medica del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell’Università di Roma SAPIENZA. Tra i suoi principali obiettivi, AIM-COST ha lo sviluppo di strategie di monitoraggio delle specie invasive di zanzare su scala nazionale ed europea tramite la combinazione di metodi entomologici convenzionali con attività di citizen science. Il progetto ha contribuito e contribuirà al passaggio di Mosquito Alert da una scala nazionale a quella europea.

 

 

Il Versatile Emerging Infectious Disease Observatory (VEO) è un progetto finanziato dalla Comunità Europea, partito a gennaio 2020, volto a creare un sistema di allarme per malattie infettive emergenti basato su evidenze scientifiche. La rivoluzione digitale, insieme alla “data science” e all’uso di tecnologie genomiche innovative, offre grandi opportunità per rilevare malattie infettive, grazie ad un processo iterativo tra esperti di tecnologia, data scientist, big data, medicina, entomologia, epidemiologia, scienziati sociali e scienziati il grazie al contributo attivo dei cittadini nella generazione di dati osservazionali. Il progetto ha contribuito alla creazione della nuova versione di Mosquito Alert, e si occuperà dell’elaborazione dei dati ottenuti e della loro integrazione con altri database di informazioni demografiche, geografiche e climatiche per sviluppare modelli descrittivi e predittivi per patologie potenzialmente pandemiche.

 

 

 

Testo dall’Ufficio Stampa Sapienza Università di Roma

Onde gravitazionali: le nuove sensazionali scoperte del team internazionale di ricercatori Virgo e LIGO 

Il ruolo degli scienziati UNIPG  

onde gravitazionali Virgo LIGO
Helios Vocca e Roberto Rettori


Si è svolta oggi presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Perugia la conferenza stampa di presentazione ai giornalisti umbri delle nuove, sensazionali scoperte scientifiche realizzate dai ricercatori dei progetti Virgo e LIGO.

onde gravitazionali Virgo LIGO
Helios Vocca e Roberto Rettori

All’incontro con i giornalisti – realizzato in contemporanea con l’omologo evento internazionale che ha visto collegati i vari gruppi di ricerca in modalità streaming – erano presenti i professori Helios Vocca, Delegato del Rettore per il settore Ricerca, Valutazione e Fund-raising e Roberto Rettori, Delegato del Rettore per il settore Orientamento, Tutorato e Divulgazione scientifica, insieme a numerosi Delegati Rettorali e Direttori dei Dipartimenti dello Studium.

Onde gravitazionali Virgo LIGO

I ricercatori dei progetti Virgo e LIGO hanno annunciato l’osservazione della fusione di un sistema binario di massa straordinariamente grande: due buchi neri di 66 e 85 masse solari, hanno prodotto alla fine un buco nero di circa 142 masse solari. Il buco nero finale è il più massiccio rivelato finora per mezzo delle onde gravitazionali. Si trova in una regione di massa entro cui non è mai stato osservato prima un buco nero, né con onde gravitazionali né con osservazioni elettromagnetiche, e potrebbe servire a spiegare la formazione dei buchi neri supermassicci. Inoltre, il componente più pesante del sistema binario iniziale si trova in un intervallo di massa proibito dalla teoria dell’evoluzione stellare e rappresenta una sfida per la nostra comprensione degli stadi finali della vita delle stelle massicce.

Helios Vocca

“Il risultato di oggi è per noi fonte di enorme soddisfazione – dichiara il professore Helios Vocca, responsabile del gruppo Virgo Perugia – perché si tratta di una nuova scoperta realizzata grazie ad un detector che è frutto anche del lavoro realizzato dal gruppo Virgo Perugia in trent’anni di attività: un impegno, quello del team perugino, che è stato ampiamente riconosciuto a livello internazionale e che ci vede coinvolti nel management sia del progetto Virgo, sia del nuovo esperimento  giapponese ‘Kagra’, guidato da Takaaki Kajita, premio Nobel per la Fisica nel 2015 e laureato honoris causa del nostro Ateneo. Del nostro gruppo, inoltre – aggiunge Vocca – fa parte anche il dottor Michele Punturo, della sezione INFN di Perugia, attualmente Principal Investigator dell’esperimento ‘Einstein Europe’, il futuro detector europeo per le onde gravitazionali.

Il team di Perugia possiede competenze uniche al mondo – spiega il professor Vocca – in particolare sulle sospensioni degli specchi degli interferometri. In virtù di questa altissima specializzazione, stiamo lavorando insieme ad altri colleghi di vari Paesi europei e giapponesi per creare un laboratorio internazionale proprio a Perugia o comunque in Umbria, al fine di sfruttare le ricadute tecnologiche dei rilevatori di onde gravitazionali in altri settori, quali ad esempio quello del rischio sismico, affinché le avanzatissime tecnologie utilizzate nello spazio servano al miglioramento della vita dei cittadini.

Il tutto, inoltre, – conclude il professor Helios Vocca – avrà un’importante valenza per i nostri studenti: stiamo infatti puntando a costruire, in questo ambito scientifico, un’offerta didattica innovativa interuniversitaria, ovvero corsi di laurea realizzati in partnership con altri Atenei del centro-Italia, per dar vita a una ‘scuola’ che sia davvero unica persino a livello internazionale”.

Roberto Rettori

“In questo periodo di emergenza, nel rispetto delle direttive ministeriali, l’Università degli Studi di Perugia non ha mai interrotto né l’attività didattica né quella di ricerca – ha sottolineato il professore Roberto Rettori -. L’esperimento Virgo, che per l’unità di Perugia è coordinato dal professor Helios Vocca del Dipartimento di Fisica e Geologia, ne è una chiara dimostrazione.

I risultati che i nostri eccellenti ricercatori ottengono in tutte le discipline, permettono al nostro Ateneo di crescere e sempre di più diventare un punto di riferimento in Italia e nel mondo, promuovendo quindi Perugia e il suo territorio. Attraverso le numerose iniziative di divulgazione della ricerca che stiamo organizzando in tutta la regione, l’Università degli Studi di Perugia esce dalle sue mura, arriva alla popolazione e diventa suo patrimonio da difendere e valorizzare. Ringrazio il Magnifico Rettore, Professore Maurizio Olivieroper il supporto costante che offre a tali iniziative nonché tutti i colleghi per il loro lavoro. L’Ateneo di Perugia è soprattutto il luogo accogliente della conoscenza dove i giovani possono realizzare le loro passioni e costruire il loro futuro”.

La Sala Dessau all’Università di Perugia

Perugia, 2 settembre 2020

 

Virgo e LIGO svelano nuove e inattese popolazioni di buchi neri

Helios Vocca e Roberto Rettori

Virgo e LIGO hanno annunciato l’osservazione della fusione di un sistema binario di massa straordinariamente grande: due buchi neri di 66 e 85 masse solari, hanno prodotto alla fine un buco nero di circa 142 masse solari. Il buco nero finale è il più massiccio rivelato finora per mezzo delle onde gravitazionali. Si trova in una regione di massa entro cui non è mai stato osservato prima un buco nero, né con onde gravitazionali né con osservazioni elettromagnetiche, e potrebbe servire a spiegare la formazione dei buchi neri supermassicci. Inoltre, il componente più pesante del sistema binario iniziale si trova in un intervallo di massa proibito dalla teoria dell’evoluzione stellare e rappresenta una sfida per la nostra comprensione degli stadi finali della vita delle stelle massicce.

Gli scienziati delle collaborazioni internazionali che sviluppano e utilizzano i rivelatori Advanced Virgo presso lo European Gravitational Observatory (EGO) in Italia e i due Advanced LIGO negli Stati Uniti hanno annunciato l’osservazione di un buco nero di circa 142 masse solari, che è il risultato finale della fusione di due buchi neri di 66 e 85 masse solari. I componenti primari e il buco nero finale si trovano tutti in un intervallo di massa mai visto prima, né con onde gravitazionali né con osservazioni elettromagnetiche. Il buco nero finale è il più massiccio rivelato finora per mezzo di onde gravitazionali. L’evento di onda gravitazionale è stato osservato dai tre interferometri della rete globale il 21 maggio 2019. Il segnale (chiamato GW190521) è stato analizzato dagli scienziati, che stimano che la sorgente disti circa 17 miliardi di anni luce dalla Terra. Due articoli scientifici che riportano la scoperta e le sue implicazioni astrofisiche sono stati pubblicati oggi su Physical Review Letters e Astrophysical Journal Letters,
rispettivamente.

“Il segnale osservato il 21 maggio dello scorso anno è molto complesso e, dal momento che il sistema è così massiccio, lo abbiamo osservato per un tempo molto breve, circa 0.1 s”, dice Nelson Christensen, directeur de recherche CNRS presso ARTEMIS a Nizza in Francia e membro della Collaborazione Virgo. “Non assomiglia molto ad un sibilo che cresce rapidamente in frequenza, che è il tipo di segnale che osserviamo di solito: assomiglia piuttosto ad uno scoppio, e corrisponde alla massa più alta mai osservata da LIGO e Virgo.” Effettivamente, l’analisi del segnale – basata su una potente combinazione di modernissimi modelli fisici e di metodi di calcolo – ha rivelato una gran quantità di informazione su diversi stadi di questa fusione davvero unica.

Questa scoperta è senza precedenti non solo perché stabilisce il record di massa tra tutte le osservazioni fatte finora da Virgo e LIGO ma anche perché possiede altre caratteristiche speciali. Un aspetto cruciale, che ha attratto in particolare l’attenzione degli astrofisici, è che il residuo finale appartiene alla classe dei cosiddetti “buchi neri di massa intermedia” (da cento a centomila masse solari). L’interesse verso questa popolazione di buchi neri è collegato ad uno degli enigmi più affascinanti e intriganti per astrofisici e cosmologi: l’origine dei buchi neri supermassicci. Questi mostri giganteschi, milioni di volte più pesanti del Sole e spesso al centro delle galassie, potrebbero essere il risultato della fusione di buchi neri di massa intermedia.

Fino ad oggi, pochissimi esempi di questa categoria sono stati identificati unicamente per mezzo di osservazioni elettromagnetiche, e il residuo finale di GW190521 è la prima osservazione di questo genere per mezzo di onde gravitazionali. Ed è di interesse ancora maggiore, visto che si trova nella regione tra 100 e 1000 masse solari, che ha rappresentato per molti anni una specie di “deserto dei buchi neri”, a causa della scarsità di osservazioni in questo intervallo di massa.

I componenti e la dinamica della fusione del sistema binario che ha prodotto GW190521 offrono spunti astrofisici straordinari. In particolare, il componente più massiccio rappresenta una sfida per i modelli astrofisici che descrivono il collasso in buchi neri delle stelle più pesanti, quando queste arrivano alla fine della loro vita. Secondo questi modelli, stelle molto massicce vengono completamente distrutte dall’esplosione di supernova, a causa di un processo chiamato “instabilità di coppia”, e si lasciano dietro solo gas e polveri cosmiche. Perciò gli astrofisici non si aspetterebbero di osservare alcun buco nero nell’intervallo di massa tra 60 e 120 masse solari: esattamente dove si trova il componente più massiccio di GW190521. Quindi, questa osservazione apre nuove prospettive nello studio delle stelle massicce e dei meccanismi di supernova.

“Parecchi scenari predicono la formazione di buchi neri nel cosiddetto intervallo di massa di instabilità di coppia: potrebbero risultare dalla fusione di buchi neri più piccoli o dalla collisione multipla di stelle massicce o addirittura da processi più esotici”, dice Michela Mapelli, professore presso l’Università di Padova, e membro dell’INFN Padova e della Collaborazione Virgo. “Comunque, è possibile che si debba ripensare la nostra attuale comprensione degli stadi finali della vita di una stella e i conseguenti vincoli di massa sulla formazione dei buchi neri. In ogni caso, GW190521 è un importante contributo allo studio della formazione dei buchi neri.”

Infatti, l’osservazione di GW190521 da parte di Virgo e LIGO porta la nostra attenzione sull’esistenza di popolazioni di buchi neri che non sono mai stati osservati prima o sono inattesi, e in tal modo solleva nuove intriganti domande sui meccanismi con cui si sono formati. A dispetto del segnale insolitamente breve, che limita la nostra capacità di dedurre le proprietà astrofisiche della sorgente, le analisi più avanzate e i modelli attualmente disponibili suggeriscono che i buchi neri iniziali avessero alti valori di spin, o in altre parole che avessero un’elevata velocità di rotazione.

“Il segnale mostra segni di precessione, una rotazione del piano orbitale prodotta da spin elevati e con un’orientazione particolare”, nota Tito Dal Canton, ricercatore del CNRS presso IJCLab ad Orsay, Francia, e membro della Collaborazione Virgo, “L’effetto è debole e non possiamo esserne certi del tutto, ma se fosse vero darebbe forza all’ipotesi che i buchi neri progenitori siano nati e vissuti in un ambiente cosmico molto dinamico e affollato, come un ammasso stellare denso o il disco di accrescimento di un nucleo galattico attivo.”

Parecchi scenari diversi sono compatibili con questi risultati e anche l’ipotesi che i progenitori della fusione possano essere buchi neri primordiali non è stata scartata dagli scienziati. Effettivamente, noi stimiamo che la fusione abbia avuto luogo 7 miliardi di anni fa, un tempo vicino alle epoche più
antiche dell’Universo.

Rispetto alle precedenti osservazioni di onde gravitazionali, il segnale di GW190521 è molto breve e più difficile da analizzare. La complessa natura di questo segnale ci ha spinto a considerare anche altre sorgenti più esotiche, e queste possibilità sono descritte in un altro articolo che accompagna quello della scoperta. La fusione di un sistema binario di buchi neri resta però l’ipotesi più
probabile.

“Le osservazioni portate avanti da Virgo e LIGO illuminano l’universo oscuro e definiscono un nuovo panorama cosmico”, dice Giovanni Losurdo, che guida Virgo ed è dirigente di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare in Italia, “E oggi, ancora una volta, annunciamo una scoperta senza precedenti. Continuiamo a migliorare i nostri strumenti per aumentare la loro performance e
per vedere sempre più a fondo nell’Universo.”

Informazioni aggiuntive sugli osservatori di onde gravitazionali:

La Collaborazione Virgo è composta attualmente da circa 580 membri provenienti da 109 istituzioni in 13 diversi paesi, che comprendono Belgio, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Ungheria. Lo European Gravitational Observatory (EGO) che ospita il rivelatore Virgo si trova vicino a Pisa in Italia ed è finanziato dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) in Francia, dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) in Italia, e dal Nikhef in Olanda. Una lista dei gruppi della Collaborazione Virgo è disponibile al link http://public.virgo-gw.eu/the-virgo-collaboration/ . Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web di Virgo http://www.virgo-gw.eu

.LIGO è finanziato dalla National Science Foundation (NSF) e la sua operatività dipende da Caltech e MIT, che hanno concepito e guidato il progetto. Il sostegno finanziario per il progetto Advanced LIGO è venuto dall’NSF, con significativi impegni e contributi da parte tedesca (Max Planck Society), inglese (Science and Technology Facilities Council) e australiana (Australian Research Council-OzGrav). Circa 1300 scienziati di tutto il mondo partecipano all’impresa scientifica della Collaborazione LIGO, che include anche la Collaborazione GEO. Una lista di altri partners è disponibile al link https://my.ligo.org/census.php
.

I RICERCATORI DI PERUGIA A CACCIA DELLE ONDE GRAVITAZIONALI

Un’esperienza ventennale nella descrizione teorica e nello sviluppo di tecnologie per osservare le onde gravitazionali che ha condotto anche a ricadute tecnologiche nel campo delle energie rinnovabili.

onde gravitazionali Virgo LIGO
Helios Vocca e Roberto Rettori

Il gruppo di scienziati di Perugia che lavora all’esperimento Virgo per la rivelazione e lo studio di onde gravitazionali fa parte del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia e della Sezione di Perugia dell’INFN e da circa trent’anni si occupa de i rivelatori delle Onde Gravitazionali. Il gruppo si occupa per lo più di elabora re modelli teorici e tecniche sperimentali per studiare la dinamica dei sistemi fisici non lineari e in particolare p er lo studio del rumore. Si tratta cioè di conoscere le caratteristiche e saper limitare o utilizzare in modo efficiente tutte qu elle vibrazioni che popolano i fenomeni naturali, dalle vibrazioni delle molecole e degli atomi dovute alla temperatura alle vibrazioni macroscopiche che potrebbero disturbare la rivelazione dei segnali che arrivano dal cosmo e che l’esperimento Virgo rivela. Oltre a questo negli ultimi anni ha acquisito competenze di ottica quantistica, di data analisi e modelli stica della Relatività Generale per sistemi compatti.

Il gruppo di ricerca perugino attivo nell’esperimento Virgo è coordinato dal Prof. Helios Vocca (attualmente nel Management Team sia dell’esperimento europeo Virgo che dell’esperimento giapponese Kagra). Sono nel complesso 12, tra scienziati e tecnici, le persone del Dipartimento di Fisica e della Sezione di Perugia dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare che costituiscono il team coinvolto nell’osservazione e nell’analisi dei dati raccolti sulle onde gravitazionali; fra loro anche il Dott. Michele Punturo responsabile del gruppo di ricerca astroparticellare per la sezione INFN di Perugia e attualmente Principal Investigato dell’esperimento Einstein Telescope, futuro detector europeo per le Onde Gravitazionali.

Le abilità acquisite dal team perugino nello studio delle vibrazioni, da quelle microscopiche a quelle più grandi, ha consentito di apportare un contributo essenziale ai metodi utilizzati per istallare gli specchi e il complesso dei sistemi ottici, cuore dello strumento per l’osservazione delle onde gravitazionali: l’interferometro Virgo. Il rivelatore Virgo istallato a Cascina, nelle campagne poco fuori Pisa, è costituito da due lunghi tubi di tre chilometri l’uno, disposti perpendicolarmente tra loro a formare una elle. All’interno di questi tubi si fa il vuoto e viene fatto correre un raggio laser avanti e indietro attraverso un sistema di specchi. È proprio lo spostamento degli specchi al passaggio dell’onda gravitazionale che ne rileva la presenza. Di conseguenza è cruciale la realizzazione di queste parti dell’apparato. Attraverso una conoscenza accurata del rumore termico, ovvero delle vibrazioni degli atomi e delle molecole che costituisco i materiati di cui sono fatte le parti del rivelatore Virgo, il gruppo di Perugia ha fatto sì che il segnale delle onde gravitazionali non si confondesse con altri disturbi provenienti dall’ambiente. Il gruppo di Perugia si è occupato, sin dalla nascita del progetto Virgo, dello sviluppo del sistema per sospendere gli specchi all’interno delle torri dell’esperimento. Tale sistema è unico perché consente allo specchio di poter oscillare dissipando pochissima energia e quindi rendendolo estremamente sensibile alla rivelazione dei segnali gravitazionali. Il pendolo è costituito da sottilissimi fili prima di acciaio, ora di un particolare vetro: il quarzo fuso. Insieme ai fili è stato ideato e realizzato un sistema originale di ancoraggio degli specchi attraverso tecniche innovative d’incollaggio delle componenti del rivelatore sviluppate tra i laboratori di Perugia e quelli di Glasgow. Queste tecnologie sono alla base dell’aumento di sensibilità che caratterizza il cosiddetto Advanded Virgo.

Le abilità tecniche e le conoscenze teoriche acquisite in questi trent’anni dai fisici dell’Università di Perugia, coinvolti nel progetto Virgo, ha consentito al gruppo di entrare da protagonista anche nell’esperimento giapponese, Kagra (esperimento guidato da una vecchia conoscenza dell’Ateneo perugino, il Prof. Takaaki Kajita premio Nobel in Fisica nel 2015, al quale nel 2017 è stata riconosciuta la laurea Honoris Causa) trasferendo le proprie competenze alla collaborazione asiatica per la realizzazione delle sospensioni criogeniche in zaffiro delle ottiche del rivelatore.

 

 

Testi e foto dall’Ufficio Stampa Università di Perugia

La psicologia delle regole: il caso COVID-19

Un nuovo studio, coordinato dal Dipartimento di Psicologia della Sapienza Università di Roma, ha indagato i processi psicologici e i condizionamenti sociali che hanno portato le persone a rispettare le regole di quarantena e di distanziamento sociale imposte dal Governo in risposta all’emergenza da Coronavirus. La ricerca, condotta su un campione di 1.520 soggetti provenienti da tutta Italia, è stata pubblicata sulla rivista Frontiers in Psychology

psicologia regole COVID-19
Foto di Engin Akyurt

Fin dai primi giorni in cui in Italia sono state introdotte le misure di lockdown, è stato chiaro come, nonostante la preoccupazione generata dall’espandersi della pandemia e gli imperativi morali diffusi dai diversi esperti, le persone abbiano avuto difficoltà a rispettare la quarantena, a mantenere il distanziamento sociale e in generale ad adottare le precauzioni imposte dal Governo.
Eppure, il fatto che in molti abbiano trasgredito le regole, le abbiano adottate parzialmente o aggirate in nome di motivazioni di volta in volta convenienti e contingenti, non è del tutto sorprendente. Decine di studi psicologici hanno infatti da tempo dimostrato quanto sia difficile per le persone conformarsi alle regole, soprattutto quando queste vengono imposte dall’esterno e si basano su principi morali non sempre facili da comprendere.

Oggi, in un nuovo lavoro pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology, il team di ricerca coordinato da Guido Alessandri della Sapienza Università di Roma, ha indagato le caratteristiche psicologiche e i determinanti psicosociali alla base del rispetto delle regole durante l’esplosione della pandemia di COVID-19. Lo studio, svolto in collaborazione con le università di Trento e Bologna e l’Università Pontificia Salesiana, ha permesso di identificare il disimpegno morale e la fiducia generalizzata negli altri come fattori cruciali, mediatori e moderatori di un comportamento più o meno ligio.
Durante la prima fase di lockdown, tra il 22 marzo e il 6 aprile 2020, i ricercatori hanno sottoposto le persone a dei questionari in cui gli veniva chiesto di indicare la frequenza con cui erano usciti da casa dall’inizio delle restrizioni e a che livello, a loro avviso, si erano attenuti alle regole imposte dal Governo. In questo modo è stato possibile tracciare il profilo psicologico di coloro che, più di altri, hanno riportato di aver trasgredito, ignorato o comunque avuto difficoltà nel conformarsi alle regole.

“Un ruolo fondamentale – spiega Guido Alessandri – è giocato dalle disposizioni di base delle persone. Abbiamo visto che i tratti di personalità possono determinare le scelte comportamentali andando a influenzare la tendenza degli individui stessi a disimpegnarsi moralmente, ovvero a ignorare per propria convenienza la dimensione etica del comportamento e a trasgredire le regole imposte senza mostrare alcun disagio, vergogna o rimorso, arrivando addirittura a trovare una piena giustificazione per le proprie azioni”.

Stando ai risultati dello studio, le persone che riportavano più alti livelli di disimpegno morale, riferivano all’interno dei questionari di aver violato più frequentemente le regole di isolamento domiciliare o di distanziamento sociale.
Oltre al disimpegno morale, le disposizioni di base degli individui apparivano correlate al loro livello di fiducia sociale generalizzata: la percezione che anche gli altri intorno a noi si stanno impegnando per rispettare le regole imposte, è risultata un ulteriore elemento cruciale nel favorire il rispetto delle regole tanto da arrivare, in talune circostanze, ad attenuare l’influenza del disimpegno morale sul non rispetto delle regole.

“A fronte delle disposizioni di base della personalità di ognuno, il disimpegno morale e la fiducia negli altri e soprattutto nel Governo, costituiscono dei potenti incentivi (o disincentivi) al rispetto delle regole” – conclude Alessandri. “Rappresentano delle leve psicologiche fondamentali per promuovere il rispetto delle regole nelle fasi avanzate della gestione della pandemia, che sempre più fanno affidamento sulle capacità di autoregolamentazione degli individui e sempre meno sulla stretta regolamentazione dei loro comportamenti”.

Riferimenti:
Alessandri, G., Filosa, L., Tisak, M. S., Crocetti, E., Crea, G., & Avanzi, L. (2020). Moral Disengagement and Generalized Social Trust as Mediators and Moderators of Rule-Respecting Behaviors During the COVID-19 Outbreak. Frontiers in Psychology, 11:2102. doi: 10.3389/fpsyg.2020.02102

 

Testo sulla psicologia delle regole col COVID-19 dall’Ufficio Stampa Sapienza Università di Roma.

Riaperture scolastiche: in un documento congiunto le indicazioni

agli istituti perla gestione di casi e focolai di Covid-19

Identificare un referente scolastico per il Covid-19 adeguatamente formato, tenere un registro degli eventuali contatti tra alunni e/o personale di classi diverse, richiedere la collaborazione dei genitori per misurare ogni giorno la temperatura del bambino e segnalare eventuali assenze per motivi di salute riconducibili al Covid-19.

Sono alcune delle raccomandazioni contenute nel rapporto “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia” messo a punto da ISS, Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione, INAIL, Fondazione Bruno Kessler, Regione Veneto e Regione Emilia-Romagna, che contiene anche i comportamenti da seguire e le precauzioni da adottare nel momento in cui un alunno o un operatore risultino casi sospetti o positivi.

Questo documento è il frutto di un impegno condiviso tra molte istituzioni nazionali e Regioni e Province Autonome. La necessità di riprendere le attività scolastiche è indicata da tutte le agenzie internazionali, tra le quali l’Oms, come una priorità ed è tale anche per il nostro Paese.– commenta il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro –. Pertanto, in una prospettiva di possibile circolazione del virus a settembre e nei prossimi mesi, è stato necessario sviluppare una strategia nazionale di risposta a eventuali casi sospetti e confermati in ambito scolastico o che abbiano ripercussioni su di esso, per affrontare le riaperture con la massima sicurezza possibile e con piani definiti per garantire la continuità”.

Il documento, di taglio operativo, descrive le azioni da intraprendere nel caso un alunno o un operatore scolastico abbia dei sintomi compatibili con il Covid-19, sia a scuola che a casa. Ad essere attivati saranno il referente scolastico, i genitori, il pediatra di libera scelta o il medico di medicina generale e il dipartimento di Prevenzione. Se ad esempio un alunno manifesta la sintomatologia a scuola, le raccomandazioni prevedono che questo vada isolato in un’area apposita assistito da un adulto che indossi una mascherina chirurgica e che i genitori vengano immediatamente allertati ed attivati. Una volta riportato a casa i genitori devono contattare il pediatra di libera scelta o medico di famiglia, che dopo avere valutato la situazione, deciderà se è necessario contattare il Dipartimento di prevenzione (DdP) per l’esecuzione del tampone. Se il test è positivo il DdP competente condurrà le consuete indagini sull’identificazione dei contatti e valuterà le misure più appropriate da adottare tra le quali, quando necessario, l’implementazione della quarantena per i compagni di classe, gli insegnanti e gli altri soggetti che rientrano nella definizione di contatto stretto. La scuola in ogni caso deve effettuare una sanificazione straordinaria. Fra i compiti degli istituti il documento prevede anche il monitoraggio delle assenze, per individuare ad esempio casi di classi con molti alunni mancanti che potrebbero essere indice di una diffusione del virus e che potrebbero necessitare di una indagine mirata da parte del DdP.

Il documento sottolinea che è difficile stimare al momento quanto la riapertura delle scuole possa incidere su una ripresa della circolazione del virus in Italia. “In primo luogo – scrivono gli esperti –, non è nota la trasmissibilità di SARS-COV-2 nelle scuole. Più in generale, non è noto quanto i bambini, prevalentemente asintomatici, trasmettano SARS-COV-2 rispetto agli adulti, anche se la carica virale di sintomatici e asintomatici, e quindi il potenziale di trasmissione, non è statisticamente differente. Questo non permette una realistica valutazione della trasmissione di SARS-COV-2 all’interno delle scuole nel contesto italiano. Non è inoltre predicibile il livello di trasmissione (Rt) al momento della riapertura delle scuole a settembre”. È previsto che il documento venga aggiornato per rispondere alle esigenze della situazione e alle conoscenze scientifiche man mano acquisite.

riaperture scolastiche COVID-19
Con le riaperture scolastiche, grande attenzione al COVID-19. Foto di Alexandra Koch

Testo dall’Ufficio Stampa Istituto Superiore di Sanità (www.iss.it) sul documento relativo alla gestione di casi e focolai di COVID-19 dopo le riaperture scolastiche.

Il rapporto “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia” è sul sito del Ministero della Salute.