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Essere lunatici: le fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche?

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Fasi lunari e psiche, ma pure capelli. Foto di StockSnap

Qualche tempo fa mi sono trovato ad affrontare un discorso con degli amici su quello che in inglese viene chiamato “Lunar Effect”, ovvero sull’ipotesi che i cicli lunari possano influire sul nostro stato psicofisico. In particolare, si parlava dell’interazione tra le fasi lunari e la crescita dei capelli (quando tagliarli per farli crescere più velocemente) e delle colture agricole (quando seminare per favorire la crescita), per poi virare sul comportamento umano.

Già questa “traversata” (dalle maree ai capelli, alle piante fino al comportamento umano) farebbe storcere il naso, eppure l’idea che i cicli lunari influenzino la nostra psiche è sedimentata in tutto il globo (con le dovute variazioni) ma anche tra la maggior parte dei professionisti della salute mentale (Francis et al., 2017) con delle particolari credenze relative soprattutto alla luna piena. Ma parliamo appunto solo di credenze o c’è qualcosa di vero?

Nel ricercare sul rapporto tra fasi lunari e psiche, passiamo prima da discipline come astrologia e astronomia. Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, Personificazione dell’Astrologia, olio su tela. Foto di Daderot, in pubblico dominio

Queste teorie affondano le radici in due discipline che ci appaiono oggi nettamente distinte, ma che per secoli si sono sovrapposte, ovvero l’astrologia e l’astronomia. L’astrologia è un complesso di credenze e tradizioni che si prefiggono di interpretare influenze soprannaturali e quindi anche il futuro di un individuo o, più in generale, della collettività, sulla base di una serie di assunti riguardo le posizioni e i movimenti dei corpi celesti rispetto alla terra. Chi praticava questa disciplina in passato occupava un ruolo di spicco nella società, finché gli assunti sulla quale si fondava l’astrologia sono andati a divergere irrimediabilmente da quelli dell’astronomia, che invece si occupa con metodo scientifico di descrivere gli astri, l’universo e le loro proprietà fisiche.

L’astronomia ci ha permesso di capire la relazione tra le fasi lunari e i cicli delle maree, alimentando così, l’idea che la luna possa avere effetti anche sulla fisiologia animale (Andreatta & Tessmar-Raible, 2020). Anche la psicologia ha contribuito (involontariamente) a queste tesi, soprattutto mediante le osservazioni che hanno evidenziato l’importanza dell’esposizione alla luce sull’umore e in generale sullo sviluppo neuropsicologico (Bodrosian & Nelson, 2017).

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Fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche? Foto di Free-Photos

Dunque, partiamo da lontano. La fisiologia animale (e dunque anche quella umana) è soggetta a ritmi stagionali e circadiani (Raible et al., 2017). Questo vuol dire che diverse funzioni fisiologiche si sono evolute in modo da “settarsi” con l’alternarsi delle stagioni e soprattutto con l’alternarsi del giorno e della notte (ad esempio il rilascio di melatonina, il principale ormone implicato nella regolazione del sonno, è massimo alla sera e raggiunge livelli minimi al mattino). Mentre questi ritmi biologici sono stati descritti abbastanza bene nell’uomo, poco si sa circa gli effetti del ciclo lunare sul nostro comportamento e sulla nostra fisiologia. In effetti, molti credono che non sia un caso che il ciclo mestruale duri esattamente (o meglio, mediamente) come un ciclo lunare. Ma a guardare bene sappiamo che questi cicli non sono sincronizzati (ogni donna ha un ciclo con durate specifiche e che iniziano e finiscono in giorni diversi), e non è chiaro perché debba essere proprio il ciclo mestruale dell’essere umano l’”eletto” della luna e non quello di altri animali, ben meno complessi a livello biologico.

Eppure, alcuni studi hanno sostenuto che i cicli lunari abbiano un impatto sulla fertilità degli esseri umani, sulle mestruazioni e sul tasso di natalità (alcuni medici tutt’ora cercano di sincronizzare le nascite con le fasi lunari; Criss & Marcum, 1981; Cutler et al., 1987). In effetti la luce lunare potrebbe influire sui livelli di melatonina, a loro volta implicati nel ciclo mestruale. Altri studi si sono spinti più avanti, ipotizzando una relazione tra ricoveri in ospedale/pronto soccorso dovuti a cause accidentali (eventi cardiovascolari o coronarici, emorragie, diarrea, ritenzione urinaria, incidenti stradali) e fasi lunari o tra queste ultime e il manifestarsi di comportamenti violenti (aggressioni, omicidi o suicidi, Zimecky, 2006).

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Le fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche? Foto di Florian Kurz

Tuttavia, questi studi sono sporadici e mostrano diversi limiti metodologici. In realtà, le ricerche più rigorose hanno trovato ben poche correlazioni tra i cicli lunari e gli aspetti precedentemente citati (Campbell & Beets, 1978; Kelly, 1981). Quanto agli studi sugli animali, invece (come prevedibile) un certo effetto dei cicli lunari sulla produzione degli ormoni è stato trovato, soprattutto negli insetti. Anche nei pesci l’”orologio lunare” sembra influire sulle dinamiche riproduttive e sull’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi che ne è alla base.

Le fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche? Foto di Comfreak

Negli uccelli, le variazioni giornaliere di melatonina e corticosterone (un ormone steroideo prodotto dalle ghiandole surrenali principalmente in condizioni di stress) si riducono durante i giorni di luna piena. I cicli lunari influenzano anche la sensibilità al gusto e la struttura di organuli cellulari della ghiandola pineale in topi studiati in laboratorio. Sono state infine descritte variazioni cicliche relative alle fasi lunari nell’ampiezza della risposta immunitaria in diversi animali. È verosimile che alla base di queste variazioni fisiologiche ci siano modulazioni nel rilascio di melatonina e steroidi endogeni, che possono essere innescate dalle radiazioni elettromagnetiche e/o dall’attrazione gravitazionale della luna (Zimecky, 2006). Ma da qui come si arriva alla psicologia dell’essere umano?

Iniziamo l’indagine approfondendo un comportamento di base come il sonno, su cui la luna (o quantomeno la quantità di luce che riflette) è verosimile abbia una qualche influenza. In un’analisi del 2014 (Turányi et al., 2014) fatta da un centro del sonno su 319 persone, i ricercatori hanno scoperto che la luna piena era associata a un sonno meno profondo o comunque ad una maggiore latenza prima di addormentarsi profondamente. Studi successivi hanno anche riportato differenze di genere (Della Monica et al., 2015) con le donne che dormono meno e hanno una fase REM più breve nei periodi vicini alla luna piena, rispetto ai maschi che presentano una più lunga fase REM. Anche i bambini sembrano dormire leggermente meno nelle fasi di luna piena (Chaput et al., 2016). Questi risultati sono però stati messi in dubbio da uno studio avente un campione molto esteso (oltre 2000 partecipanti), che non ha trovato alcuna relazione tra fasi lunari e qualità/quantità del sonno (Haba-Rubio et al., 2015).

I dati contrastanti sul ciclo-sonno veglia portano a interrogarci sulla possibilità che la qualità del sonno possa avere, a sua volta, delle ricadute sui processi psicologici più complessi, partendo dalla considerazione che l’invenzione dell’energia elettrica ha comunque edulcorato gli effetti della luce naturale. In effetti l’oscillazione dei ritmi circadiani ha effetti significativi sui sintomi ansiosi, dell’umore e psicotici dei pazienti psichiatrici. Ma la luce lunare contribuisce a queste variazioni? Partiamo col dire che il contributo che dà la luna all’illuminazione del nostro ambiente è veramente scarso, visto che l’intensità luminosa della luna è minima rispetto, ad esempio, alla luce emessa dai nostri smartphone (considerato poi che la gran parte delle ore notturne siamo chiusi in casa). Ed in effetti la maggior parte delle ricerche è concorde con l’affermare che le fasi lunari non abbiano alcun effetto sulla sintomatologia psichiatrica. Nel 2017 Francis e collaboratori hanno dimostrato che gli accessi in pronto soccorso per sintomatologie psichiatriche erano del tutto comparabili indipendentemente dalle fasi lunari. Risultati simili sono stati ottenuti da altri studi con campioni enormi (McLay et al., 2006) o da revisioni di letteratura (Raison et al., 1999) che non hanno riscontrato alcuna relazione tra fasi lunari e variazione della sintomatologia psichiatrica.

Un discorso a parte deve essere fatto per il disturbo bipolare, quello che più di tutti i disturbi psichiatrici sembra risentire dei ritmi circadiani. Due studi recenti hanno mostrato, infatti, una correlazione tra fasi lunari e umore. Il sonno dei pazienti bipolari risultava influenzato dalla luce emessa dalla luna (come osservato dagli studi precedentemente citati), e la minor quantità di sonno nelle fasi di luna piena favoriva la transizione dalla fase depressiva a quella maniacale (Wher, 2018). Questi cambiamenti potevano essere attutiti modificando la terapia farmacologica o mediante la terapia della luce (o fototerapia), ancora poco diffusa in Italia, ma ampiamente utilizzata all’estero per trattare i disturbi dell’umore (Avery et al., 2019). I pazienti presi in esame sono comunque molto pochi per trarre conclusioni definitive, ma di certo questi dati meritano di essere approfonditi.

E per quanto riguarda i tratti di personalità non patologici? Le nostre disposizioni emotivo-comportamentali e relazionali sono influenzate dalle fasi lunari? Le credenze popolari dicono di sì, ed esiste addirittura un termine coniato appositamente: “Lunatico/a” che indica una persona “che ha carattere strano, estroso, incostante, umore instabile e facile ad alterarsi” (https://www.treccani.it/vocabolario/lunatico/).

Nella realtà non vi è alcuna prova dell’influsso della luna sui nostri tratti di personalità. La maggior parte degli studi sul tema sono abbastanza vecchiotti, poiché ad oggi è data per assodata una mancanza di correlazione tra fasi lunari e personalità. Ciononostante, a fine anni ’70, Davenhill e Johnson (1979) pubblicarono un articolo in cui chiedevano a 12 maschi e 12 femmine di compilare l’Eysenck Personality Inventory (EPI) che misura i livelli di estroversione-introversione e neuroticismo-stabilità, e il 16PF di Cattell che misura 16 tratti di personalità identificati dal suo autore come “tratti originari”. Questi test venivano compilati da ogni individuo in diversi momenti, in modo tale da ottenere 4 punteggi per ogni questionario (e relativi fattori), uno per ogni quarto del ciclo sinodico lunare (novilunio, primo quarto, plenilunio e ultimo quarto). I ricercatori trovarono diverse interazioni abbastanza inspiegabili. Quei risultati si “spiegavano” col campione irrisorio (24 soggetti), ed erano con ogni probabilità casuali. Infatti, qualche anno più tardi, Startup e Russell (1984) replicarono lo studio con un campione molto più grande (circa 900 partecipanti). I ricercatori non osservarono alcuna interazione tra i tratti di personalità misurati con l’EPI e le 4 fasi lunari prese in esame. D’altra parte, qualche labile interazione significativa con le fasi lunari è stata riscontrata con alcuni fattori del 16PF (il risultato più interessante riguardava il fattore dell’ “l’intelligenza”), ma questi risultati non concordavano con quelli trovati nello studio precedente, confermando, di fatto, che fossero poco attendibili se non del tutto casuali.

Infine, parliamo dell’aggressività, visto che la parola “lunatico/a” tende anche a sottolineare la scontrosità di una persona che magari si è svegliata anche “con la luna storta”. L’idea che la luna piena renda (metaforicamente parlando) dei lupi mannari, per cui l’incidenza di traumi e lesioni o peggio di omicidi e suicidi possano aumentare durante questa fase, è stata ampiamente smentita dalla scienza (Coates et al., 1989), con qualche studio che riporta anche leggere diminuzioni di questi eventi (Näyhä, 2019; Stomp et al., 2009). Al contrario, la luna piena sembra aumentare il numero di incidenti fatali per i motociclisti (Redelmeier & Shafir, 2017). Quest’ultima osservazione controintuitiva (la luce dovrebbe aiutare alla guida) potrebbe essere spiegata dal fatto che la luna piena ben visibile in cielo, potrebbe essere una fonte di distrazione per il centauro, quando magari “spunta” nel suo campo visivo prima di un ostacolo o durante la percorrenza di una curva.

Le fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche? Foto di Jean van der Meulen

Insomma, da un punto di vista psicologico, le fasi lunari non sembrano avere alcuna influenza sugli esseri umani. Solo il disturbo bipolare sembra risentire di un’influenza indiretta della luna piena sulla sintomatologia, causata dalla sua interazione col sonno. Sì, ma noi eravamo partiti dai capelli e dall’agricoltura! Vero, ma questo non è il mio campo. Ciononostante ho provato a fare delle ricerche. Per quanto riguarda la crescita delle piante in base alle fasi lunari, gli studi sono tanti e ve ne sono anche di antichi. Tutte le prove negano l’esistenza di queste relazioni (Mayoral et al., 2020).

 

E il taglio dei capelli? Di certo l’argomento è meno rilevante rispetto alla crescita delle colture, ma non meno diffuso. Eppure, non mi è parso di trovare alcuno studio sul tema. Il problema fondamentale è che sarebbe molto complicato stabilire un qualsivoglia meccanismo che possa spiegare perché è meglio tagliare i capelli durante una fase lunare piuttosto che un altra. Così come per le piante, un nostro capello ha una massa infinitamente minore dell’oceano per poter pensare che qualche tipo di forza gravitazionale, determinata dal ciclo lunare, possa influenzarne la crescita. Ma se per le piante una mezza influenza della luce emessa dalla luna nei primi giorni di “vita” poteva essere sensata, per i capelli degli esseri umani dei paesi industrializzati del XXI anche questa ipotesi appare quantomeno anacronistica. 

Se è vero che la luna ha qualche ruolo nella fisiologia del mondo animale (per cause elettromagnetiche o gravitazionali), è anche vero che noi esseri umani occidentali viviamo molto meno a contatto con la natura, la sua luce e i suoi ritmi (rispetto agli animali) e siamo continuamente circondati da stimoli, oggetti e ambienti artificiali (come le nostre stesse abitazioni) che “sporcano” gran parte dell’energia proveniente dal nostro ecosistema. Di certo astronomi e fisiologi potrebbero dirci qualcosa di più. Da parte mia penso che le credenze condivise (comprese quelle religiose) non di rado conservino una base normativa sociale e a volte scientifica implicita. Altre volte invece le credenze sono sole delle credenze, dei modi per illuderci di poter controllare o conoscere cose molto complesse che dipendono da un numero di variabili potenzialmente infinite e a volte sconosciute. In generale, per quanto fondata o no, una credenza popolare, nonostante qualsiasi smentita, rimane una culla ben più calda e comoda della scienza che offre ben poche risposte definitive, spesso costellate da sempre nuove e più complesse domande.

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Le fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche? Caspar David Friedrich, Mondaufgang am Meer (1822). 55 × 71 cm. Alte Nationalgalerie, Berlino. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le fasi lunari influenzano veramente la nostra psiche?

Bibliografia:

– Andreatta, G., & Tessmar-Raible, K. (2020). The still dark side of the moon: molecular mechanisms of lunar-controlled rhythms and clocks. Journal of molecular biology, 432(12), 3525-3546.

– Avery, D. H., Alexander, E. M., & Wehr, T. A. (2019). Synchrony between bipolar mood cycles and lunar tidal cycles ended after initiation of light treatment and treatment of hypothyroidism. Journal of Psychiatric Practice, 25(6), 475-480.

– Bedrosian, T. A., & Nelson, R. J. (2017). Timing of light exposure affects mood and brain circuits. Translational psychiatry, 7(1), e1017-e1017.

– Campbell, D. E., & Beets, J. L. (1978). Lunacy and the moon. Psychological bulletin, 85(5), 1123.

– Chaput, J. P., Weippert, M., LeBlanc, A. G., Hjorth, M. F., Michaelsen, K. F., Katzmarzyk, P. T., … & Sjödin, A. M. (2016). Are children like werewolves? Full moon and its association with sleep and activity behaviors in an international sample of children. Frontiers in pediatrics, 4, 24.

– Coates, W., Jehle, D., & Cottington, E. (1989). Trauma and the full moon: a waning theory. Annals of emergency medicine, 18(7), 763-765.

Criss, T. B., & Marcum, J. P. (1981). A lunar effect on fertility. Social Biology, 28(1-2), 75-80.

– Cutler, W. B., Schleidt, W. M., Friedmann, E., Preti, G., & Stine, R. (1987). Lunar influences on the reproductive cycle in women. Human biology, 959-972.

– Della Monica, C., Atzori, G., & Dijk, D. J. (2015). Effects of lunar phase on sleep in men and women in Surrey. Journal of sleep research, 24(6), 687-694.

– Davenhill, R., & Johnson, F. N. (1979). Scores on personality tests correlated with phase of the moon. IRCS Medical Sciences, 7, 124.

– Francis, O. J., Kopke, B. J., Affatato, A. J., & Jarski, R. W. (2017). Psychiatric Presentations During All 4 Phases of the Lunar Cycle. Advances in mind-body medicine, 31(3), 4-7.

– Haba-Rubio, J., Marques-Vidal, P., Tobback, N., Andries, D., Preisig, M., Kuehner, C., … & Heinzer, R. (2015). Bad sleep? Don’t blame the moon! A population-based study. Sleep medicine, 16(11), 1321-1326.

– Kelly, I. (1981). The Scientific Case against Astrology-Part Two-Cosmobiology and Moon Madness. Mercury, 10, 13.

– Mayoral, O., Solbes, J., Cantó, J., & Pina, T. (2020). What has been thought and taught on the lunar influence on plants in agriculture? perspective from physics and biology. Agronomy, 10(7), 955.

– McLay, R. N., Daylo, A. A., & Hammer, P. S. (2006). No effect of lunar cycle on psychiatric admissions or emergency evaluations. Military medicine, 171(12), 1239-1242.

– Näyhä, S. (2019). Lunar cycle in homicides: a population-based time series study in Finland. BMJ open, 9(1), e022759.

Raible, F., Takekata, H., & Tessmar-Raible, K. (2017). An overview of monthly rhythms and clocks. Frontiers in neurology, 8, 189.

-Raison, C. L., Klein, H. M., & Steckler, M. (1999). The moon and madness reconsidered. Journal of affective disorders, 53(1), 99-106.

– Redelmeier, D. A., & Shafir, E. (2017). The full moon and motorcycle related mortality: population based double control study. BMJ, 359.

– Startup, M. J., & Russell, R. J. H. (1985). Lunar effects on personality test scores: a failure to replicate. Personality and individual differences, 6(2), 267-269.

– Stomp, W., Fidler, V., ten Duis, H. J., & Nijsten, M. W. (2009). Relation of the weather and the lunar cycle with the incidence of trauma in the Groningen region over a 36-year period. Journal of Trauma and Acute Care Surgery, 67(5), 1103-1108.

– Turányi, C. Z., Rónai, K. Z., Zoller, R., Véber, O., Czira, M. E., Újszászi, Á., … & Novák, M. (2014). Association between lunar phase and sleep characteristics. Sleep medicine, 15(11), 1411-1416.

– Wehr, T. A. (2018). Bipolar mood cycles and lunar tidal cycles. Molecular psychiatry, 23(4), 923-931.

– Zimecki, M. (2006). The lunar cycle: effects on human and animal behavior and physiology. Postepy Hig Med Dosw (online), 60, 1-7.

Quale impatto ha avuto la pandemia sulle dipendenze?

Intervista ai professori Angelo Panno, Benedetto Farina, Claudio Imperatori e ai dottori Giuseppe Alessio Carbone e Chiara Massullo del Laboratorio di Psicologia Cognitiva e Clinica (CCPL) dell’Università Europea di Roma

“[…]la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale.” Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la Giornata mondiale della salute mentale del 2020, spiegava la situazione di aumento di disagio psicologico e sociale con cui l’Italia si è trovata a fare i conti per via della pandemia.

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Dipendenze: “la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana. Foto da quirinale.it, licenza con attribuzione

È oramai noto come la quarantena, l’isolamento sociale e l’aumento dei casi di COVID-19 siano strettamente legati ad un peggioramento generale della salute mentale nella popolazione. Rimangono, però, alcune psicopatologie e domini cognitivi non del tutto analizzati, tra questi le dipendenze, sia da sostanze che comportamentali. Con la parola “dipendenze” si prendono in considerazione tantissimi tipi di disturbi: dal disturbo da uso e abuso di alcool fino a un disturbo di shopping compulsivo.

Quanto la pandemia, quindi, ha avuto un impatto sulle dipendenze? E su quali dipendenze?

In uno studio pubblicato a Novembre 2020 su Frontiers in Psychiatry, Angelo Panno, Giuseppe Alessio Carbone, Chiara Massullo, Benedetto Farina e Claudio Imperatori hanno cercato di ottenere un quadro più comprensibile della situazione e, in particolare, degli effetti del tipo di stress negativo (distress), percepito dagli italiani in maniera crescente, e il suo eventuale collegamento con diversi tipi di dipendenze.

In particolare, lo studio si è focalizzato sulla dipendenza da alcool, quella da social media e la dipendenza da cibo. Ai più di 1500 soggetti presi in considerazione è stato richiesto anche di indicare se fossero fumatori o meno, ma questo dato, come anche riportato successivamente nell’intervista, non è stato approfondito ulteriormente.

 

Dipendenza da alcool, da social media e da cibo

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Pandemia e dipendenze: l’alcool. Foto di Myriams-Fotos

Dei tipi di dipendenza presi in considerazione da Panno e colleghi, la dipendenza da alcool è quella più conosciuta non solo in ambito scientifico, ma anche in generale. L’alcool è una sostanza psicoattiva, per questo inserita nell’elenco delle sostanze stupefacenti, che spesso e volentieri può portare a una dipendenza e, con questa, all’insorgenza di una serie di sintomi che possono aggravarsi col tempo. Questo tipo di dipendenza, anche chiamata disturbo da uso e abuso di alcool, è chiaramente definita in moltissimi manuali diagnostici, come il Manuale Diagnostico Statistico – 5 (DSM 5) dell’American Psychiatric Association e la Classificazione Internazionale delle Malattie – 11 (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non è lo stesso per la dipendenza da social media e la dipendenza da cibo.

La dipendenza da social media può essere considerata un “nuovo” tipo di disturbo, in quanto nasce e si diffonde in parallelo con l’uso delle nuove tecnologie. Se nei primi anni 2000 erano poche le persone che facevano uso di social network, dal decennio successivo questi strumenti hanno iniziato a spopolare (indagine Censis, 2018). Inizialmente, i più giovani utilizzavano di più le piattaforme social, ma con il tempo queste hanno iniziato ad essere sfruttate da persone di tutte le fasce di età. Con l’aumentare della popolarità e dell’uso dei social, ovviamente, è divenuto sempre più palese il problema della dipendenza da social media e, in particolare, da social network e da smartphone.

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Pandemia e dipendenze: i social media. Foto di Engin Akyurt

La dipendenza da cibo, invece, è un tipo di dipendenza che si trova a cavallo fra la dipendenza comportamentale e un disturbo del comportamento alimentare, in quanto vi è una relazione con il cibo anormale e maladattiva che può portare a serie conseguenze psicologiche, sociali e mediche (Gordon et al., 2018). 

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Pandemia e dipendenze: il cibo è un piacere. Foto di Moira Nazzari

Il cibo per il nostro cervello è un piacere e provoca una cascata di eventi che vanno ad agire su una serie di strutture cerebrali chiamate “circuito della ricompensa”. Questo circuito, solitamente, è tenuto strettamente sotto controllo, così da preservare il cervello stesso da possibili comportamenti impulsivi, motivati solo dalla gratifica imminente. A fronte di cibi molto gratificanti per la persona, questo circuito può “districarsi” dal controllo delle aree superiori, facendo sviluppare comportamenti compulsivi e pensieri ossessivi simili a quelli delle altre dipendenze.

Nella dipendenza da cibo abbiamo tre sintomi che solitamente accompagnano l’uso di sostanza o l’adozione di comportamenti disfunzionali, quali: sindrome da astinenza; la tolleranza, cioè l’adattamento del corpo e, in particolare, del cervello a determinate dosi di cibo crescenti; il craving, cioè il bisogno ossessivo, psicologico e fisiologico, che invade i pensieri della persona rispetto al dover ottenere, in qualsiasi modo, il cibo da cui è dipendente.

Seppur nessun manuale abbia mai definito tale dipendenza, gli studi crescenti a riguardo stanno definendo il quadro sintomatico di questo disturbo e le sue differenze con altri disturbi, come il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), ed altre condizioni non patologiche, come l’alimentazione come risposta a determinati stati emotivi (emotional eating).

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Pandemia e dipendenze da cibo. Foto di Free-Photos

 

Lo stress? Gli stress

Per il loro studio, Panno e colleghi hanno preso in considerazione quanto è stato forte l’impatto della pandemia e la quarantena in termini di “stress” percepito. Stress, in psicologia, è un termine indica la capacità di adattamento a fronte di una richiesta ambientale. Con il tempo e le ricerche, quel che noi chiamiamo semplicemente “stress”, può essere diviso in due tipologie: eustress e distress. L’eustress è un tipo di stress tipicamente definito “positivo”, è uno stress che si rivela necessario per reperire risorse sufficienti per affrontare  una situazione che, generalmente, non determina un rischio di vita per la persona. Il distress, invece, è tipicamente definito “negativo”, ed è quello che comunemente definiamo come, semplicemente, “stress”, e ci porta a vivere una situazione specifica con uno stato affettivo e cognitivo alterato e disfunzionale (Selye, 1956; 1974).

Nel loro studio sulle dipendenze, Panno e colleghi hanno preso in considerazione quanto è stato forte l’impatto della pandemia e la quarantena in termini di “stress” percepito. Foto di 1388843

I risultati dello studio

In generale, tutti i punteggi nelle scale di misurazione della presenza e gravità dei diversi tipi di dipendenza sono aumentate con l’aumentare dell’importanza che l’evento della quarantena ha avuto nella vita dell’individuo. In altre parole, dai dati presentati in questa ricerca, lo stress dato dalle condizioni pandemiche da COVID-19 ha portato a un peggioramento dei diversi tipi di dipendenza, sia da sostanze che comportamentali.

Per quanto lo studio presenti alcuni limiti, come la prevalenza di partecipanti di sesso femminile nel campione, i suoi risultati sembrano presentare un quadro abbastanza preoccupante per quanto riguarda l’incidenza delle dipendenze tra gli italiani. Le dipendenze, come ricordiamo, non hanno solo effetti sulla mente e sul corpo della persona, ma, come ogni tipo di patologia, influenzano anche le famiglie, le relazioni, la società e il lavoro.

Ringraziamo i professori Angelo Panno, Benedetto Farina e Claudio Imperatori, che insieme ai dottori Giuseppe Alessio Carbone e Chiara Massullo, del Laboratorio di Psicologia Cognitiva e Clinica (CCPL), un’unità del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma, hanno risposto alle domande di ScientifiCult.

Intervista

Il vostro studio è stato uno tra i pochi a prendere in considerazione la variazione e l’aumento delle dipendenze durante la quarantena. Dalle vostre ipotesi, sappiamo cosa vi aspettavate, cioè che il distress associato al COVID-19 sia collegato ai problemi di alcool, all’abuso di social media e alla dipendenza da cibo. Avete preso in considerazione moltissime variabili anche personali (dall’età fino allo status personale durante la quarantena). C’è stato qualche dato, nelle vostre analisi statistiche, che non vi aspettavate, che vi ha sorpreso? Se sì, quale e perchè?

Intanto, anche a nome degli altri colleghi che hanno realizzato lo studio, ci tenevo a ringraziarla per questa intervista. Occorre fare una precisazione: il nostro studio ha fatto una “fotografia” della situazione legata alla prevalenza di alcune dipendenze durante il lockdown: per calcolare una vera e propria variazione avremmo dovuto avere dei dati relativi allo stesso campione prima dello scoppio della pandemia.

In particolare, sono due i dati che hanno stimolato la nostra attenzione. Il primo ha riguardato l’elevata percentuale di persone che hanno ricevuto una diagnosi di dipendenza da cibo (46.9%), nettamente superiore alle stime riportate in altri campioni non-clinici, che si attestano tra il 3% e il 13% circa.

Se da un lato questo dato potrebbe essere stato influenzato dalle modifiche apportate alla scala in relazione agli obiettivi della ricerca (riferimento dei sintomi negli ultimi 14 giorni, invece che negli ultimi 12 mesi), non ci aspettavamo comunque una percentuale così elevata.

Il secondo dato che ci ha colpito, invece, è stato quello relativo al numero di persone che hanno riportato un livello di distress clinicamente significativo legato al COVID-19. Più di una persona su 2 (il 54.4%), infatti, ha sviluppato dei sintomi significati di distress psicologico (pensieri intrusivi, comportamenti di evitamento, sintomi da iperarousal) durante il lockdown.

Il vostro studio ha preso in considerazione tipi di dipendenze comportamentali e da sostanze con rinforzi “facilmenti accessibili” in casa durante il lockdown, quali alcol, social media e cibo. Riguardo la nicotina, avete preso solo in considerazione l’essere o non essere fumatore da parte del soggetto preso in considerazione. Dato che circa il 28,8% del vostro campione era composto da fumatori, come mai non si sono presi in considerazione anche i dati relativi alla variazione dei sintomi della dipendenza da nicotina (es. numero di sigarette, sintomi associati, aumento o diminuzione dell’assunzione di nicotina)?

Questa è buona domanda. In fase di progettazione dello studio, pensando di fare uno studio che potesse riguardare tutta la popolazione, abbiamo deciso di raccogliere semplicemente il dato relativo ai fumatori e di non fare un’analisi mirata solo su questo campione. Perciò abbiamo deciso di concentrarci su altri stimoli di rinforzo facilmente accessibili. Sicuramente altri studi sul tabagismo completeranno il quadro da noi messo in evidenza.

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Pandemia e dipendenze: lo studio ha raccolto il dato relativo ai fumatori ma non ha effettuato un’analisi mirata solo su questo campione. Foto di Free-Photos

Guardando i dati di regressione della Bergen Social Media Addiction Scale, scala da voi utilizzata per misurare il livello di dipendenza da Social Media, sembra che il punteggio di questa scala sia significativamente legato all’età. I soggetti da voi presi in considerazione avevano un’età compresa tra i circa 18 e i 38 anni. Come avete specificato, questi dati non possono essere generalizzati alla popolazione adolescente, ma per quanto riguarda, invece, persone fra i 40 e i 50 anni?

In realtà il range di età dei nostri partecipanti è stato 18-74, anche se l’età media dei partecipanti era relativamente bassa (28.49 ± 10.89 anni). I social media ormai fanno parte della nostra vita quotidiana e la crisi pandemica “ha costretto” e “sta costringendo” anche fasce di età diverse da quelle degli adolescenti e dei giovani adulti a cimentarsi sempre maggiormente con questi strumenti. Perciò, sebbene sia un fenomeno diffuso soprattutto nel mondo dei giovani, non mi sorprenderebbe avere dei dati di prevalenza elevati anche in altre fasce d’età. Probabilmente il fenomeno sarà destinato ad aumentare in futuro proprio perché i social media raggiungono fasce della popolazione sempre più variegate.

 

All’inizio del vostro studio avete preso in considerazione lo status personale durante il lockdown (isolamento, quarantena, lavoro, numero di coabitanti ecc.). Pare che lo status personale durante la prima fase della pandemia, dove la curva dei contagi si stava alzando esponenzialmente, sia strettamente collegato ai punteggi del Bergen Social Media Addiction Scale. Questo legame sembra svanire nel momento in cui si vanno invece ad analizzare una ad una le sottovariabili (isolamento, numero di coabitanti, smart working ecc.) Volendo speculare su questo risultato, come avete provato a spiegarvi questo risultato? Potrebbe essere che non vi sia un solo fattore nell’ambiente ad influenzare lo sviluppo di abuso di social media, ma tutti concorrano ad esso, differenziandosi per peso e misura da persona a persona?

In letteratura sono riportati diversi dati che suggeriscono, in accordo con il modello biopsicosociale di Bronfenbrenner, il ruolo di diversi fattori (sociali, psicologici e biologici) nel determinismo di questa forma di dipendenza.

Rispetto a chi poteva uscire per andare al lavoro, chi era in isolamento o in quarantena ha riportato maggiori sintomi legati alla dipendenza da social media. Questo potrebbe essere dovuto alla condizione di necessità imposta dal lockdown in cui i social hanno rappresentato l’unico modo per rimanere connessi con i propri cari e con il mondo esterno nel quale eravamo abituati ad immergerci ogni giorno. Sicuramente questo è un tema che merita di essere approfondito.

 

Dai dati è emerso un forte collegamento fra i punteggi della Bergen Social Media Addiction Scale e la modified Yale Food Addiction Scale Version 2.0, quest’ultima utilizzata per misurare la presenza e la gravità dei sintomi di dipendenza da cibo. La dipendenza da cibo è spesso descritta come un disturbo a metà fra dipendenza comportamentale (per via del circuito coinvolto, della presenza di tolleranza, astinenza ecc.) e disturbo del comportamento alimentare (soprattutto, per via della compromissione del rapporto con il cibo). Da letteratura, sappiamo che i social media hanno un forte impatto sui disturbi del comportamento alimentare, in particolare su bulimia e binge eating. A fronte di quanto è emerso dalla vostra ricerca, pensate che la dipendenza da social network e la dipendenza da cibo abbiano un legame più profondo di quel che attualmente ci è noto? In altre parole, pensate che questi due tipi di dipendenza si alimentino a vicenda, soprattutto in una situazione di forte stress, come la pandemia?

È assolutamente possibile. Si tratta di una tematica molto attuale e molto interessante. Una recente meta-analisi pubblicata nel 2019 e condotta su 16.520 studenti ha riportato che l’uso problematico di Internet sembra essere un predittore della sintomatologia legata ai disturbi del comportamento alimentare. Nonostante questo, la complessa associazione tra questi due fenomeni deve essere ancora chiarita e ulteriormente approfondita, soprattutto in riferimento a quei meccanismi psicopatologici che possono alimentare e mantenere questa relazione anche in contesti non necessariamente legati alla pandemia.

pandemia dipendenze donne
Nello studio di Panno e colleghi su pandemia e dipendenze, il 76% del campione è composto da donne. Foto di Foundry Co

Tra i limiti del vostro studio vi è il fatto che il 76% del  campione fosse composto da donne, le quali “fanno molto più uso dei social network rispetto agli uomini, più propensi a giochi online” (Panno et al.,2020, p.8). Tralasciando l’uso dei social, studi precedenti hanno confermato come il sesso femminile sia stato più a rischio di sviluppo di sintomi depressivi e ansiosi durante il periodo di quarantena in vari paesi (Shaukat, Ali  Razzak, 2020; Luo et al., 2020). I sintomi depressivi e ansiosi, a loro volta, sono strettamente collegati alle dipendenze, in quanto l’uso di sostanze o l’adozione di comportamenti disadattivi (come l’abuso di social network o la dipendenza da cibo) sembrano fungere come da ansiolitici e antidepressivi momentanei, proprio per via della loro specifica azione sul sistema nervoso centrale. Pensate che avere una così grande percentuale di persone di sesso femminile nel vostro campione, possa aver influito sui risultati anche in questa direzione? Pensate, in caso, di prendere in considerazione i sintomi depressivi e di ansia in studi successivi?

Come giustamente osservato la maggior prevalenza di donne distorce il nostro campione che, come specificato, non è rappresentativo della popolazione italiana. Per controllare questo aspetto, questa variabile è stata inclusa come covariata nei modelli testati proprio al fine di “limitarne” il suo effetto.

Relativamente alla seconda domanda, bisogna considerare che lo strumento utilizzato per valutare il distress legato al COVID-19 nel presente studio, la IES-R, nasce per l’assessment del disturbo da stress post-traumatico caratterizzato anche da una forte componente sintomatologica ansioso-depressiva. In ogni caso, un approfondimento specifico su queste due dimensioni psicopatologiche, in relazione alle dipendenze patologiche, potrebbe essere sicuramente interessante, soprattutto in associazione al contesto pandemico.

 

Il vostro studio mette in luce una realtà della pandemia nascosta, ma non più ignorabile, cioè l’aumento e la presenza di dipendenze di vario tipo nella popolazione italiana. Più in generale, assieme a molti altri studi, si mette in luce la presenza di sempre più disagi e disturbi psicologici dovuti sia all’emergenza che alla quarantena. Visti i dati in crescita raccolti dalla scienza, cosa vi augurate o vi aspettate per il futuro della Sanità da un punto di vista psicologico? Credete che siamo ancora in tempo per poter promuovere nuove iniziative e nuovi movimenti di sensibilizzazione a questi temi? Infine, pensate che gli effetti psicologici a lungo termine della pandemia necessitino di ulteriore attenzione?

Assolutamente sì! Questo si ricollega alla risposta della prima domanda, in riferimento all’elevato numero di persone che durante il lockdown hanno sperimentato dei livelli significativi di distress psicologico. In Italia, ormai siamo a più di un anno dall’inizio della pandemia ed è lecito pensare che ci sarà un significativo aumento della richiesta di aiuto legata a problemi di depressione, ansia e più in generale alla salute mentale. Numerosi studiosi internazionali hanno già lanciato questo allarme e l’Italia non può sottovalutarlo. Perciò, da un lato, sarà necessario porre estrema attenzione ai problemi di salute mentale legati alla pandemia nel prossimo futuro e dall’altro essere pronti ad agire per fronteggiarli nel miglior modo possibile. In questo senso, policy makers e decisori politici dovranno porre la massima attenzione nell’offrire linee guida chiare ed efficienti volte ad offrire servizi ed interventi tempestivi per contrastare questi effetti della pandemia, che potremmo definire secondari, nel senso che si svilupperanno a lungo raggio. Tutto dovrebbe avvenire in un’ottica di prevenzione e promozione della salute pubblica che non può non passare anche attraverso delle campagne di sensibilizzazione.

 

Bibliografia

  • Panno, A., Carbone, G. A., Massullo, C., Farina, B., & Imperatori, C. (2020). COVID-19 Related Distress Is Associated With Alcohol Problems, Social Media and Food Addiction Symptoms: Insights From the Italian Experience During the Lockdown. Frontiers in Psychiatry, 11, 1314.
  • Idagine Censis (2018) I Media digitali e la fine dello star system, https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Sintesi_2.pdf
  • Gordon et al. (2018) What is the evidence for “food addiction?” a systematic review, Nutrients, 10(4), 477, doi: 10.3390/nu10040477
  • Selye, H. (1956). The stress of life.
  • Selye, H. (1974). Stress without distress. Philadelphia.

Posticipare l’ingresso a scuola migliora il rendimento scolastico

Intervista al professor Luigi De Gennaro

Articolo a cura di Valentina Mastrorilli e Giulia Nania 

I vincoli sociali spesso ci impongono di seguire delle regole che non vanno di pari passo con il nostro ritmo biologico. Fare tardi la sera e far suonare la sveglia molto presto la mattina può avere conseguenze negative non solo sulla salute fisica e mentale, ma anche sulla sonnolenza diurna e sui processi attentivi. Negli ultimi anni si è posta molta attenzione sulle abitudini di vita degli adolescenti e sulla loro tendenza a rimanere attivi fino a tarda notte, nonostante il giorno dopo debbano entrare a scuola al suono della campanella (Louzada, 2019).

Non si tratta solo di un cambio di abitudini comportamentali, ma piuttosto di un vero e proprio cambiamento fisiologico di alcuni dei meccanismi che regolano il sonno. Nei ragazzi in età adolescenziale, infatti, è stato osservata una variazione di due di questi meccanismi: la regolazione omeostatica del sonno (Jenni et al., 2005) e l’orologio circadiano (Wright et al., 2005). Mentre il primo fa riferimento alla stretta dipendenza tra il bisogno di sonno e il numero di ore trascorse da svegli, il secondo si riferisce al nostro comportamento in risposta all’alternanza delle ore di luce e di buio.

Nel complesso, fattori biologici e sociali spingono i ragazzi a rimanere sempre più spesso svegli fino a tardi. Eppure, la campanella suona sempre alle 8:00. La conseguenza è che molto spesso i ragazzi dormono meno delle 8 ore consigliate dall’American Academy of Sleep Medicine, spesso saltano la scuola e si distraggono durante le lezioni. Quali sarebbero le conseguenze sul rendimento scolastico se si provassero ad adattare gli obblighi scolastici alle esigenze fisiologiche degli adolescenti, facendo suonare la campanella un’ora dopo?

Questo è ciò che si è domandato il gruppo di ricerca del Professor De Gennaro della Sapienza Università di Roma in uno studio della durata di un intero anno scolastico. Il loro lavoro è volto a documentare se, il posticipare quotidianamente l’orario delle lezioni, potesse avere dei benefici sul funzionamento cognitivo degli studenti. Alla ricerca hanno partecipato alcuni ragazzi e ragazze dell’istituto secondario “Ettore Majorana” di Brindisi, suddivisi in due gruppi sperimentali: per uno la campanella suonava alle 8.00, mentre per il secondo gruppo le lezioni iniziavano alle 9.00.

Dai risultati di questa ricerca recentemente pubblicata sulla rivista Nature and Science of Sleep è emerso che, al termine dell’anno scolastico, gli studenti che avevano scelto di inserirsi nel gruppo che iniziava le lezioni alle 9:00 mostravano un notevole miglioramento nel rendimento, una migliore attenzione sostenuta, un minor assenteismo e un minor numero di ritardi. Quindi, è stato dimostrato  che il posticipo di un’ora dell’orario delle lezioni può portare ad effetti benefici sulla prestazione accademica.

Abbiamo intervistato il professor Luigi De Gennaro, ordinario di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica della Sapienza Università di Roma, che ha risposto alle domande di ScientifiCult.

Dal vostro lavoro è emerso che gli studenti che hanno posticipato l’orario dell’inizio delle lezioni hanno beneficiato di questo ritardo. Questo è stato osservato non solo attraverso il miglioramento del rendimento scolastico e una migliore attenzione sostenuta, ma anche in termini di minor assenteismo e ritardi. Quali sono i meccanismi alla base del sonno che potrebbero aver generato questo miglioramento?

La storia inizia negli anni ’20 con lo studio dei due psicologi Jenkins e Dallenbach. Il loro studio, con soltanto due soggetti partecipanti, prevedeva un compito di memorizzazione di composizioni di tre lettere. Le composizioni dovevano essere memorizzate durante la sera per poi essere recuperate la mattina successiva in due diverse condizioni: dopo una normale notte di sonno e dopo una deprivazione di sonno. Venne osservato che, il mattino successivo alla notte di deprivazione, la prestazione dei due soggetti era enormemente più bassa.

Nacque così il cosiddetto “sleep effect”. L’aspetto più recente, invece, nasce negli anni ’80. In particolare, venne dimostrato come alterazioni del sonno, causate da vari disturbi del sonno oppure da decurtazioni del sonno, andassero a impattare negativamente sul rendimento scolastico. Inoltre, a partire dagli anni ’90 un movimento internazionale ha visto partire degli esperimenti pilota paragonabili al nostro. In conclusione, si può affermare che il posticipo dell’orario scolastico dovrebbe portare a un aumento della durata del sonno e questo dovrebbe impattare su tutte le misure che poi sono oggetto di valutazione.

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Figura 1: il sonno dei partecipanti con relativi orari medi di addormentamento e risveglio per tutto l’anno

 

In questo periodo storico, molti studenti stanno vivendo l’esperienza della didattica a distanza, durante la quale i ragazzi e le ragazze possono seguire le lezioni da casa. Questo implica, dunque, che molti studenti riescono a dormire un po’ di più. Nonostante i limiti e le difficoltà di questo tipo di insegnamento, lei ritiene che questo cambio di abitudini possa influire positivamente sulla rendita scolastica e l’attenzione degli studenti?

A questa domanda non c’è purtroppo una risposta univoca. Diversi team di ricerca nazionali e internazionali hanno condotto e stanno ancora conducendo diverse indagini volte a monitorare le eventuali alterazioni del sonno durante il periodo del confinamento (che ha riguardato l’Italia nei periodi di Marzo-Maggio 2020).

Sintetizzando, potremmo dire che ne è emerso un fenomeno bimodale: una parte della popolazione oggetto degli studi ha mostrato un consistente aumento dei disturbi del sonno e variazioni di fattori associati alla depressione o allo stress; un’altra parte, invece, ne ha per così dire “beneficiato”, ovvero ha dormito di più e ha mostrato meno sonnolenza diurna rispetto ai periodi precedenti. Tra queste persone vi sono sicuramente gli studenti e le studentesse, che hanno beneficiato della generale ristrutturazione dei ritmi sonno-veglia. Non mi riferisco quindi specificatamente agli effetti della didattica a distanza, ma piuttosto alla diversa gestione del ritmo sonno-veglia che è diventato più coerente con i bisogni biologici.

Ricordiamoci che la specie umana, a seguito della rivoluzione industriale e dell’introduzione dell’illuminazione artificiale, ha collettivamente perso all’incirca due ore di sonno, tanto da delineare negli ultimi 150 anni una forma di insoddisfazione cronica del bisogno di sonno. Di conseguenza è evidente che una gestione diversa della giornata, più svincolata dai classici limitatori sociali (quali ad esempio esigenze scolastiche o lavorative) possa portare benefici almeno alla seconda categoria di persone cui prima facevo riferimento. In conclusione, indipendentemente dal fatto che quello della didattica a distanza sia un fenomeno molto complesso, per quanto riguarda l’aspetto del sonno e del ritmo sonno-veglia, in linea generale possiamo dire che molti studenti hanno beneficiato di questo riassetto dei ritmi giornalieri.

Figura 2: la più elevata performance degli studenti del programma sperimentale in tutto l’anno

 

Ipotizzando di poter seguire le performance degli studenti nel corso dei vari anni scolastici, lei pensa che questi benefici che voi avete osservato al termine di un anno scolastico possano essere riscontrati anche dopo vari anni? Oppure l’organismo si abitua a questi cambi di ritmi e nel corso del tempo verrebbero persi gli effetti benefici dell’ora di sonno in più?

Non saprei darle una risposta precisa. L’anno successivo a quello della sperimentazione che è stata pubblicata mi sarebbe piaciuto condurre uno studio longitudinale, quindi documentare come il rendimento che noi fotografiamo alla fine di un anno scolastico fosse capitalizzato alla fine di un intero ciclo di studi.

Avrei voluto seguire gli studenti dal primo al quinto anno di scuola e magari seguirli fino all’Università per vedere se in qualche modo la coorte di studenti che iniziava le lezioni alle 9 avrebbe poi avuto in futuro una carriera più brillante. Tuttavia, stiamo parlando di aspettative che non siamo riusciti ad implementare per diverse ragioni. La prima è che l’allora dirigente scolastico dell’Istituto Majorana Salvatore Giuliano, innovatore e rivoluzionario, è stato catapultato nell’empireo del governo italiano diventando sottosegretario di Stato al Ministero dell’Istruzione. L’Istituto Majorana continua ad avere nuove classi sperimentali dove, su base volontaria, gli studenti iniziano le lezioni alle 9 piuttosto che alle 8 ma non c’è più la complessa macchina organizzativa della valutazione. Probabilmente, con la presenza di Salvatore Giuliano a Brindisi le cose sarebbero potute andare diversamente.

Bisogna però tener conto di altri due aspetti. Il primo, è che stiamo parlando di uno studio geograficamente anomalo in quanto chi programmava lo studio e analizzava i dati si trovava all’Università La Sapienza di Roma, mentre l’acquisizione dei dati, l’organizzazione dei diari settimanali e lo svolgimento dei compiti al computer era a carico degli insegnanti dell’Istituto Majorana. Gli insegnanti, quindi, si sono trovati nei panni di sperimentatori succedanei che, in maniera volontaria, hanno dovuto fare un grande lavoro spesso al di là delle loro competenze. Il secondo aspetto è che questa ricerca non è stata supportata da alcuna risorsa economica. Tutta questa macchina ha avuto un costo che probabilmente l’organizzazione locale non poteva più tollerare.

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Figura 3: gli effetti descritti limitati ai soli giorni scolastici

 

Nel vostro studio sono state utilizzate misure soggettive, ovvero domande a cui erano i soggetti stessi a rispondere, per analizzare alcuni aspetti come la latenza del sonno, il numero dei risvegli e la durata dei risvegli. Come pensa che sarebbero stati i risultati, se fossero state utilizzate misure oggettive e dunque strumenti che indagano questi stessi aspetti attraverso indici psicofisiologici?

La misura oggettiva più ovvia da utilizzare sarebbe la polisonnografia, ma essa risultava inattuabile in termini di costi e di fattibilità. Inizialmente erano state considerate due possibilità di compromesso tra misure oggettive e soggettive. La prima era far diventare gli studenti ricercatori di loro stessi, affidandogli il carico gestionale e organizzativo. Poteva rappresentare una modalità peculiare di fare scuola-lavoro, ma non è stato possibile realizzarlo.

La seconda opzione sarebbe stata quella di utilizzare l’actigrafia, ovvero uno strumento non invasivo che, indossato al polso come un orologio, va a registrare l’attività motoria del polso stesso. Quest’ultima risulta essere rappresentativa dell’attività motoria dell’individuo. Considerando che movimento presente corrisponde alla veglia e che la quiescenza motoria corrisponde ad uno stato di sonno, l’actigrafia riesce a stimare in maniera consolidata alcune caratteristiche del sonno come la durata e la sua eventuale frammentazione. Essa ha, inoltre, il pregio di avere un’ottima risoluzione temporale e una memoria di uno o due mesi. Anche in questo caso non è stato possibile utilizzare questo strumento.

Ad ogni modo, la misura oggettiva non necessariamente avrebbe aggiunto qualcosa in più. In tanti contesti diagnostici dei disturbi del sonno la misura di eccellenza è il diario e, dunque, è il soggetto stesso che risponde a una specifica griglia di domande nei successivi minuti al risveglio. Il vantaggio di uno strumento così è l’assenza di costo e di essere anche facilmente attuabile. Anche se avessimo utilizzato misure oggettive, i risultati non sarebbero stati verosimilmente molto diversi. Infatti, tra misure self report e l’actigrafia vi è un accordo molto elevato.

 

Come spiegherebbe l’assenza di significatività dei risultati nel Pittsburgh Sleep Quality Index?

Il Pittsburgh Sleep Quality Index è una misura retrospettiva in cui viene chiesto ai soggetti di stimare alcune caratteristiche del sonno nel mese che precede la valutazione. È una misura che quantifica l’alterazione della qualità del sonno. Non ci aspettavamo un dato molto particolare, poiché non abbiamo inciso sui disturbi del sonno. Quello che abbiamo fatto è stato incidere sulla durata del sonno. Anche se i risultati non si sono mostrati significativi da un punto di vista statistico, questi sono comunque andati nella direzione attesa di un relativo miglioramento anche nella qualità del sonno.

Foto Wokandapix

Per eventuali ricerche future, ritiene sia utile poter differenziare gli studenti che riposano il pomeriggio da coloro che non lo fanno?

In questo studio la presenza di sonnellini diurni è stata valutata, ma non in maniera longitudinale, ovvero non per tutto il corso dello studio. Ogni studio futuro dovrebbe, ad ogni modo, meglio monitorare eventuali recuperi pomeridiani di sonno. Riguardo al come farlo, un fattore da tenere in considerazione sarebbe il cronotipo. Per quanto riguarda l’adesione dei nostri ritmi biologici e psicologici al modello circadiano la maggior parte di noi è sincronizzata su una tipologia intermedia in cui abbiamo adattato i nostri picchi di attività certi momenti del giorno.

Ma esistono due code della distribuzione: i mattutini e i serotini. Questi individui hanno una serie di variabili fisiologiche, ormonali e prestazionali spostate in maniera coerente alla loro tipologia. Nello specifico, il mattutino ha dei picchi legati alle prime ore del mattino e il serotino nella parte serale. Questo è un aspetto può essere manipolato. Un progetto quando viene costruito potrebbe prendere in considerazione non solo le singole classi, ma anche i cronotipi estremi e indagare su come rispondono al posticipo dell’orario.

Naturalmente ci si aspetta che siano i serotini a beneficiarne di più e i mattutini o ne beneficiano meno o non ne beneficiano affatto. Questo sarebbe da un punto di vista di pianificazione un aspetto molto facile da valutare e considerare. Infatti, nell’idea di un futuro in cui ipoteticamente l’organizzazione scolastica comincia a tener conto di queste conoscenze, è quella che è più facile da realizzare. Si potrebbero, in questo modo, comporre le classi in maniera oculata così da rispettare il cronotipo preferenziale dei singoli studenti. I mattutini verranno messi in classi tradizionali e i serotini in classi che posticipano l’orario di inizio delle lezioni.

ingresso orario scuola rendimento
Foto StockSnap

Lei pensa che i risultati ottenuti dal vostro lavoro possano essere estesi anche a contesti non scolastici? 

Assolutamente si. Prima però di muoverci ad altri contesti lavorativi rimaniamo ancora in quello scolastico. Nella scuola non ci sono solo gli studenti, ma anche gli insegnanti. Spesso noi insegnanti universitari ci troviamo a dover alternare anni accademici in cui si insegna la mattina ed anni in cui si insegna il pomeriggio. Parlando a titolo personale, essendo io un serotino, l’anno accademico in cui devo insegnare la mattina non mi rende particolarmente felice e se possibile cerco di farmi sempre posticipare un po’ la lezione nella composizione dei calendari delle lezioni.

Questo per dire che tutto ciò di cui abbiamo parlato nella prima parte, vale tanto per gli studenti quanto per gli insegnanti. Tuttavia, per quanto strano, mi sembra di ricordare che in tutti gli studi pubblicati finora hanno sempre guardato gli studenti e mai gli insegnanti, che avrebbero meritato anche loro di essere oggetto di studio. Per rispondere più specificatamente alla sua domanda, negli ultimi anni si è osservato un aumento di diverse organizzazioni professionali che rimangono attive 24h su 24: mentre fino a qualche decennio fa il turnismo era limitato al pronto soccorso ed ai mestieri di emergenza, ora sempre più categorie professionali ne sono interessate. Dunque, una parte sempre più cospicua della popolazione lavora in momenti cronobiologicamente non adatti. Non a caso, si parla proprio di “sindrome dei turnisti” riferendosi ad una costellazione di disturbi che sono conseguenze di questo drammatico sfasamento tra le attività lavorative e il proprio ritmo biologico.

Di conseguenza, la politica e le organizzazioni lavorative dovrebbero iniziare a considerare seriamente tutti quei fattori che minimizzano le conseguenze delle “sindromi dei turnisti”. Io stesso ho aperto un filone di ricerca sui turnisti in ambito infermieristico per documentare quanto l’errore in medicina del personale medico e paramedico (soprattutto durante i turni notturni) sia conseguente a questa desincronizzazione circadiana (Di Muzio et al., 2020; Di Muzio et al., 2019). Si tenga conto, per esempio, che qualche anno fa il British Medical Journal (Macary & Daniel, 2016), un autorevole giornale scientifico, ha pubblicato una drammatica statistica epidemiologica sulle cause di morte nel mondo: dopo i disturbi cardiocircolatori e le malattie oncologiche, la terza causa di morte nel mondo è la morte in contesti ospedalieri.

Non si può banalizzare questa osservazione perché si tratta di un fenomeno complesso ma una larga parte dei decessi dovuta agli errori in medicina è legato alle conseguenze del lavoro a turni. Quindi certamente queste osservazioni valgono anche per tutti gli altri contesti lavorativi, soprattutto quelli in cui le attività si svolgono in momenti cronobiologicamente non adatti. C’è da tener conto che la branca della cronobiologia ha numerose declinazioni, tra cui quella della cronofarmacologia, in cui si studiano quali sono i momenti dell’intero ciclo giornaliero in cui l’efficacia di certi principi attivi viene minimizzata o massimizzata. In definitiva, il ritmo cronobiologico è qualcosa che in futuro dovrebbe sempre più orientare certe scelte di carattere non solo farmacologico ma anche lavorativo e sociale.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

Alfonsi, V., Palmizio, R., Rubino, A., Scarpelli, S., Gorgoni, M., D’Atri, A., Pazzaglia, M., Ferrara, M., Giuliano, S., & De Gennaro, L. (2020). The association between school start time and sleep duration, sustained attention, and academic performance. Nature and Science of Sleep, 12, 1161–1172.

Di Muzio, M., Diella, G., Di Simone, E., Novelli, L., Alfonsi, V., Scarpelli, S., Annarumma, L., Salfi, F., Pazzaglia, M., Giannini, A. M., & De Gennaro, L. (2020). Nurses and Night Shifts: Poor Sleep Quality Exacerbates Psychomotor Performance. Frontiers in neuroscience14, 579938.

Di Muzio, M., Reda, F., Diella, G., Di Simone, E., Novelli, L., D’Atri, A., Giannini, A., & De Gennaro, L. (2019). Not only a Problem of Fatigue and Sleepiness: Changes in Psychomotor Performance in Italian Nurses across 8-h Rapidly Rotating Shifts. Journal of clinical medicine8(1), 47.

Jenni, O. G., Achermann, P., & Carskadon, M. A. (2005). Homeostatic sleep regulation in adolescents. Sleep, 28(11), 1446–1454.

Louzada, F. (2019). Adolescent sleep: a major public health issue. Sleep science, 12(1), 1.

Makary, M. A., & Daniel, M. (2016). Medical error-the third leading cause of death in the US. British Medical Journal, 353, i2139.

Wright, K. P., Jr, Gronfier, C., Duffy, J. F., & Czeisler, C. A. (2005). Intrinsic period and light intensity determine the phase relationship between melatonin and sleep in humans. Journal of biological rhythms, 20(2), 168–177.

 

 

 

 

Articolo a cura di Graziano Gigante e Federico Stifani

Affrontare una pandemia a cui non si è preparati da un punto di vista psicologico può essere davvero devastante, soprattutto per le persone più sensibili. In particolare, persone con psicopatologie pregresse possono essere molto più a rischio della popolazione generale. Il lockdown, le nuove regole stringenti da seguire e un nuovo stile di vita da adottare per far fronte all’emergenza  potrebbero aver avuto un impatto maggiore nelle persone in cui era già presente un disagio psichico. Anche il personale sanitario, coinvolto in prima linea nel combattere questa grande epidemia, è esposto, in misura possibilmente maggiore, agli effetti devastanti del Covid-19

Sulla base di tali premesse, l’Università di Torino, in particolare il gruppo di ricerca del professor Lorys Castelli del Dipartimento di Psicologia, ha condotto due studi: il primo si è concentrato sulla popolazione italiana ed il secondo sugli operatori sanitari. Questi due studi si sono posti  come obiettivo quello di indagare l’impatto psicologico che il Covid-19 ha avuto su questi due tipi di popolazione. In particolare, il focus è stato posto sull’insorgenza e sull’eventuale aggravamento di psicopatologie legate allo stress derivante da questa situazione di emergenza, quali ansia, depressione e sintomi da stress post-traumatico (PTSS).

È stato dimostrato come gli operatori sanitari impegnati nei reparti Covid-19 vadano in maggior misura incontro a sintomi depressivi e sintomi da stress post-traumatico, rispetto ad altri operatori sanitari impegnati in altri reparti, che non trattano pazienti Covid-19. Questo dato è spiegato da alcune caratteristiche del lavoro dei primi, come: l’esposizione al virus, lo scarso riposo, la scarsità di Dispositivi di Protezione individuale (DPI) e lo sforzo impiegato nel cercar di tenere in vita i pazienti; si ritiene che tali caratteristiche possano incidere pesantemente sullo sviluppo delle psicopatologie correlate allo stress precedentemente accennate. Per quanto riguarda, invece, lo studio sull’impatto psicologico del Covid-19 sulla popolazione italiana, quest’ultimo si è posto come scopo quello di analizzare le variabili socio-demografiche, biomediche e di qualità della vita nel ruolo di predittori dei sintomi da stress post-traumatico. I risultati hanno dimostrato come i fattori di rischio di sviluppo di sintomi da stress post traumatico, che potrebbero evolversi in Disturbo da Stress Post-Traumatico, siano stati: sesso femminile, basso livello di educazione e contatto con persone affette da Covid-19. Sulla base dei risultati di questi due studi si potrebbe giungere ad uno screening psicologico più efficiente, che permetterebbe un intervento più rapido e specifico, anche e soprattutto nei confronti degli individui più svantaggiati.

Abbiamo intervistato il professor Lorys Castelli e la dott.ssa Agata Benfante, entrambi dell’Università degli studi di Torino, che hanno risposto alle domande di ScientifiCult.

L’intervista

Impatto psicologico della pandemia: soggetti a rischio

impatto psicologico pandemia popolazione operatori sanitari
Foto di Rondell Melling

Nello studio da voi condotto sulla popolazione generale il ruolo dell’età sui PTSS e sulla sintomatologia depressiva e ansiosa è risultato marginale. Al contrario, nello studio condotto sul personale sanitario è emerso un trend che correla la maggiore età ad un maggior rischio di sviluppare PTSS. Nella vostra opinione, in generale, qual è il ruolo che gioca l’età nello sviluppo di queste sintomatologie in risposta all’emergenza COVID-19? E a cosa potrebbe essere dovuta la differenza di significatività di questo predittore fra i due studi?

Nella letteratura riguardante lo sviluppo di PTSD è noto come l’età, a cui viene vissuto l’evento traumatico, influisca sullo sviluppo successivo della sintomatologia, benché essa possa presentarsi in qualunque fase della vita e sia anche strettamente connessa alla portata dell’evento in sé e alle risorse del soggetto. Negli studi sugli operatori sanitari, i risultati riguardo alla significatività dell’età non sono sempre concordi. Infatti, alcuni studiosi hanno riscontrato piu’ PTSS tra gli operatori più giovani, mentre in altri studi sono stati ottenuti risultati in linea con il nostro. Le spiegazioni addotte sono molteplici e riguardano aspetti inerenti alle condizioni stesse di lavoro: essere più giovani può significare avere minori anni d’esperienza, che rendono le condizioni di emergenza più difficili da gestire; essere più anziani può comportare maggiori difficoltà a sostenere i ritmi e i lunghi turni di lavoro. Uno studio sugli operatori sanitari ha anche messo in luce come la fascia di età studiata può influenzare in modo diverso l’oggetto della preoccupazione: i soggetti più giovani erano maggiormente preoccupati di trasmettere il virus Sars-Cov-2 ai familiari, mentre nel personale più anziano causava maggiore stress la morte dei pazienti e dei colleghi. La differenza di significatività di questo predittore fra i due studi da noi condotti potrebbe, quindi, ricollegarsi al differente carico fisico e psicologico tra la popolazione generale e gli operatori sanitari. (Tang et al., 2017; Cai et al., 2020; Spoorthy, 2020)

Nella Vostra ricerca riguardante gli operatori sanitari, come anche nella ricerca sulla popolazione generale, è emerso che le donne sono molto più predisposte a sviluppare PTSS. Come si potrebbe spiegare questo risultato da un punto di vista psicologico?

In linea sia con gli studi sugli effetti psicologici di precedenti epidemie sia con quelli relativi al COVID-19 dai nostri risultati emerge una più elevata prevalenza di PTSS tra le donne. Le spiegazioni potrebbero essere molteplici e su queste gli studiosi continuano ad indagare. Alcuni autori avanzano ipotesi connesse a differenze di genere psicofisiologiche, ormonali e di reattività delle reti neurali associate alla paura e alle risposte di arousal (Liu et al., 2020). Inoltre, per entrambi i nostri studi bisogna tener conto anche della più elevata percentuale di donne partecipanti, rispetto agli uomini. Nello studio sulla popolazione generale il 69% dei rispondenti erano donne, in quello rivolto agli operatori sanitari il 72%. Questo “bias”, presente in molti altri, studi non permette di trarre conclusioni definitive a riguardo.

Tra chi ha una probabilità più alta di sviluppare PTSS vi sono persone con un grado di educazione basso. Ritenete che questo derivi dalla difficoltà di quest’ultime di accedere ai servizi di supporto psicologico offerti alle persone? Quanto può essere importante l’informazione sui rischi per la salute mentale (e non solo su quella fisica) in questa situazione di pandemia? 

 Si può ipotizzare che soggetti con un grado di istruzione inferiore abbiano maggiori difficoltà a discriminare tra le molteplici e spesso contrastanti informazioni. A ciò si potrebbe aggiungere la possibilità di un mancato riconoscimento di malessere psicologico e una mancata informazione sui servizi disponibili ed accessibili. È fondamentale fornire adeguata informazione, a più livelli, sui rischi per la salute non solo fisica, ma anche psicologica. Nel nostro Paese, la necessità di servizi psicologici è ancora molto spesso disconosciuta tanto a livello istituzionale, quanto a livello individuale. Su questo fronte l’Ordine degli Psicologi è costantemente impegnato, conquistando anno dopo anno riconoscimenti e offrendo sempre maggiori servizi per il benessere di tutti i cittadini. Inoltre, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica contro lo stigma della malattia mentale, fornendo una visione più completa di salute e malattia, in accordo con le più recenti definizioni a livello mondiale.

Ricerca e metodologia

Foto di Steve Buissinne

L’impatto e i numeri relativi all’emergenza COVID-19 sono stati notevolmente differenziati fra le regioni d’Italia, in particolare in riferimento alla differenza fra Nord e Sud. All’interno della vostra analisi, tuttavia, la posizione geografica non è risultata un predittore sociodemografico significativo della presenza di PTSS. In quale maniera è stato configurato il fattore “posizione geografica” all’interno della regressione logistica? A cosa pensate sia dovuta la mancanza di significatività di questo fattore? Inoltre, pensate che confrontando il fattore su diversi livelli di analisi (es: provincia, regione, parte d’Italia) si possano rilevare significatività interessanti rappresentative dei fenomeni osservati nei media durante il lockdown (es: gli eventi di Bergamo)? 

Nelle nostre analisi abbiamo considerato due aree geografiche, Nord e Centro/Sud; questo per poter distinguere le zone inizialmente più colpite, da quelle in cui si registrava un numero inferiore di casi. Il 71% circa del campione totale ha riportato di vivere in una regione del Nord Italia. Ulteriori confronti rispetto a provincia o regione avrebbero richiesto un campione più ampio e maggiormente rappresentativo di queste realtà. Benché non sia possibile rintracciare una spiegazione certa alla mancanza di significatività del fattore geografico, si può pensare che il lockdown, esteso già a tutto il territorio nazionale da circa 10 giorni al momento dell’avvio dello studio, avesse procurato degli effetti psicologici significativi su tutta la popolazione. Inoltre, si potrebbe anche considerare che i soggetti residenti in regioni meno colpite abbiano, attraverso i media, vissuto comunque il dramma che stava più intensamente colpendo il Nord, analogamente a ciò che emerge in uno studio sulla cosiddetta traumatizzazione vicaria, che potrebbe in alcuni casi risultare peggiore nella popolazione generale, rispetto agli operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta al COVID-19 come evidenzia lo studio di Li et al., 2020.

Alcuni operatori sanitari, nel corso dell’emergenza, hanno ricevuto supporto psicologico mirato per meglio sostenere le gravose condizioni di lavoro relative all’emergenza COVID-19. Quanto ritenete che questo genere di interventi abbiano influenzato gli esiti del vostro studio? Ritenete che possa essere interessante andare ad indagare l’efficacia di tali interventi nel determinare la risposta degli operatori all’emergenza? 

Considerando il periodo temporale in cui lo studio è stato condotto, si può ragionevolmente supporre che fossero pochi gli operatori sanitari coinvolti che avessero già fatto ricorso a servizi di supporto psicologico. Sicuramente sarà importante indagare l’efficacia degli interventi proposti e le conseguenze nel determinare la risposta degli operatori all’emergenza. Tale filone di ricerca trova già degli esempi nella valutazione dell’efficacia di interventi psicologici e di supporto agli operatori sanitari durante le passate epidemie che hanno interessato alcuni Paesi del mondo. Questi studi hanno riscontrato sia miglioramenti nella salute mentale degli operatori, sia miglioramenti secondari sulla qualità del lavoro svolto dagli stessi operatori, inserendosi nel solco degli studi più generali sul burn-out.

Prospettive per il futuro: pandemia, intervento psicologico e ricerca

Foto di Michal Jarmoluk

Entrambi gli studi condotti presentano importanti implicazioni cliniche potenziali, in particolare per il trattamento dei PTSS, dove l’intervento precoce può risultare determinante nella prevenzione dello sviluppo del PTSD. Fra gli interventi da voi suggeriti a tal fine viene proposta in particolare un’intensificazione degli screening; se volessimo riferirci ad interventi psicosociali su larga scala, quali potrebbero essere altri interventi di prevenzione e di supporto volti alla popolazione per prevenire l’intensificarsi e lo stabilizzarsi dei PTSS? 

L’intensificazione dello screening psicologico nella popolazione generale e, in particolare, negli operatori sanitari consentirebbe un’individuazione precoce di condizioni di maggiore rischio per lo sviluppo di disturbi psicopatologici. Un esempio di intervento virtuoso è certamente rappresentato dall’attivazione dei servizi di supporto psicologico telefonico, che l’Ordine degli Psicologi, le Università e le associazioni hanno predisposto ed offerto già nei mesi di lockdown. Probabilmente l’implementazione e la diffusione capillare di informazioni relative a questo genere di servizi consentirebbero di agire simultaneamente su più fronti: quello dello screening, del supporto nelle situazioni più favorevoli e dell’eventuale invio a servizi più specifici nei casi più critici. È necessario fare corretta informazione sui possibili effetti psicologici degli eventi stressanti (come la pandemia e le condizioni di restrizioni in cui ci siamo trovati e ci troviamo a vivere), sui servizi già attivi e su quelli che dovrebbero essere attivati sulla base proprio delle necessità che sono emerse dagli studi. La situazione vissuta ha messo ulteriormente in luce la necessità di realizzare, su tutto il territorio italiano, l’implementazione di servizi psicologici che potrebbero avere come compito inziale quello di mettere in atto uno screening su larga scala.

Come da voi riportato nei limiti di entrambi gli studi, a partire dai risultati rilevati non è possibile escludere la pre-esistenza di sintomatologia depressiva o ansiosa nei soggetti prima dell’arrivo del Sars-Cov-2 in Italia. Né tantomeno è possibile prevedere la potenziale evoluzione dei PTSS in PTSD o la loro eventuale recessione spontanea nel futuro prossimo. La naturale prosecuzione degli studi da voi condotti sarebbe quindi, come da voi suggerito, il ricorso ad analisi di tipo longitudinale. Avete in piano di svolgere tali tipi di studi in futuro? Nell’esecuzione di studi di questo tipo quali altri aspetti potrebbero essere eventualmente indagati?

Gli studi pubblicati hanno avuto l’intento di fornire una fotografia della sintomatologia ansiosa, depressiva e post-traumatica nella popolazione italiana e negli operatori sanitari, durante le prime settimane di lockdown. L’obiettivo più generale del nostro progetto di ricerca è quello di rivalutare a distanza di tempo i soggetti, facendo ricorso ad analisi di tipo longitudinale. Questo permetterà di valutare come tale sintomatologia si sarà evoluta nel corso del tempo anche in funzione degli sviluppi dell’emergenza pandemica. La rivalutazione dei soggetti consentirà, inoltre, di indagare altri aspetti connessi all’impatto di eventi traumatici. Negli ultimi anni ci si è interessati non solo agli aspetti psicopatologici conseguenti all’esposizione a un trauma, come lo sviluppo del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di sintomi dissociativi, ma anche ai cambiamenti positivi che possono farvi seguito determinando una crescita psicologica del soggetto. La crescita post-traumatica (PTG) implica il manifestarsi di cambiamenti positivi in ambito personale, relazionale, spirituale ed un maggior apprezzamento per la vita, determinati da processi emotivi e cognitivi di ri-attribuzione di significato e di ristrutturazione delle convinzioni sul sé e il mondo. Sarà, quindi, nostro interesse comprendere in che modo vari costrutti esaminati impattino sui processi di elaborazione di eventi stressanti, così da implementare le conoscenze relative ai fenomeni di cambiamenti post-traumatici, sia negativi sia positivi.

Si ringraziano il professor Lorys Castelli e la dott.ssa Agata Benfante.

Bibliografia:

  • Cai, W., Lian, B., Song, X., Hou, T., Deng, G., & Li, H. (2020). A cross-sectional study on mental health among health care workers during the outbreak of Corona Virus Disease 2019. Asian Journal Of Psychiatry51, 102111. doi: 10.1016/j.ajp.2020.102111
  • Castelli, L., Di Tella, M., Benfante, A., & Romeo, A. (2020). The Spread of COVID-19 in the Italian Population: Anxiety, Depression, and Post-traumatic Stress Symptoms. The Canadian Journal Of Psychiatry65(10), 731-732. doi: 10.1177/0706743720938598
  • Di Tella, M., Romeo, A., Benfante, A., & Castelli, L. (2020). Mental health of healthcare workers during the COVID ‐19 pandemic in Italy. Journal Of Evaluation In Clinical Practice. doi: 10.1111/jep.13444
  • Li, Z., Ge, J., Yang, M., Feng, J., Qiao, M., & Jiang, R. et al. (2020). Vicarious traumatization in the general public, members, and non-members of medical teams aiding in COVID-19 control. Brain, Behavior, And Immunity88, 916-919. doi: 10.1016/j.bbi.2020.03.007
  • Liu, N., Zhang, F., Wei, C., Jia, Y., Shang, Z., & Sun, L. et al. (2020). Prevalence and predictors of PTSS during COVID-19 outbreak in China hardest-hit areas: Gender differences matter. Psychiatry Research287, 112921. doi: 10.1016/j.psychres.2020.112921
  • Spoorthy, M., Pratapa, S., & Mahant, S. (2020). Mental health problems faced by healthcare workers due to the COVID-19 pandemic–A review. Asian Journal Of Psychiatry51, 102119. doi: 10.1016/j.ajp.2020.102119
  • Tang, L., Pan, L., Yuan, L., & Zha, L. (2017). Prevalence and related factors of post-traumatic stress disorder among medical staff members exposed to H7N9 patients. International Journal Of Nursing Sciences4(1), 63-67. doi: 10.1016/j.ijnss.2016.12.002

L’IMPATTO PSICOLOGICO DEL COVID-19 SULLA POPOLAZIONE ITALIANA E SUGLI OPERATORI SANITARI

Due studi coordinati dall’Università di Torino hanno indagato i sintomi depressivi e da stress post-traumatico in seguito alla diffusione del Covid-19 in Italia e i loro possibili fattori di rischio

Due studi, condotti durante la pandemia, tra il 19 marzo e il 5 Aprile 2020, e recentemente pubblicati su riviste scientifiche internazionali, hanno indagato i livelli di ansia, depressione e di sintomi da stress post-traumatico (PTSS) nella popolazione generale e negli operatori sanitari (medici e infermieri). I due studi sono stati condotti dal gruppo di ricerca “ReMind the Body” coordinato dal Prof. Lorys Castelli del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino.

Il primo studio, pubblicato sulla rivista The Canadian Journal of Psychiatry, è stato condotto su 1321 partecipanti provenienti da diverse zone d’Italia. Ai partecipanti è stato richiesto di compilare una serie di questionari, attraverso una survey online anonima.

I risultati hanno messo in luce non solo un’elevata percentuale di individui che presentano sintomi di ansia e depressione clinicamente rilevanti, rispettivamente 69% e 31%, ma anche un’elevata prevalenza di sintomi da stress post-traumatico. Il 20 % del campione riferisce infatti la presenza di significativi PTSS che, come evidenzia la letteratura scientifica, tendono ad aggravarsi nel tempo e che possono sfociare in veri e propri disturbi da stress post-traumatico. Dalla analisi effettuate emerge che i soggetti più a rischio per lo sviluppo di PTSS sono le donne, i soggetti con bassi livelli di scolarità e coloro che sono entrati in contatto con pazienti Covid-19 positivi.

Il secondo studio, condotto sugli operatori sanitari e pubblicato sul Journal of Evaluation in Clinical Practice, è stato condotto su 145 operatori sanitari (72 medici e 73 infermieri), confrontando i sintomi psicopatologici (ansia, depressione e PTSS) tra gli operatori sanitari che stavano lavorando nei reparti Covid-19 (63), vale a dire con pazienti Covid positivi, e quelli che lavoravano in altre unità ospedaliere (82) e non erano quindi a contatto con pazienti Covid positivi. I risultati hanno messo in luce che i primi riportano livelli significativamente più elevati sia di depressione sia di PTSS rispetto ai secondi. Inoltre, tra i professionisti sanitari impegnati nei reparti Covid-19, l’essere donna e l’essere single rappresentano fattori di rischio per i sintomi depressivi mentre l’essere donna e avere un’età più avanzata sono associati a maggiori livelli di PTSS.

Questi risultati, oltre a evidenziare l’impatto drammatico dell’epidemia in atto sulla salute mentale della popolazione italiana e in particolare sugli operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta al Covid-19, evidenziano la necessità di mettere in atto tempestivi programmi di screening, volti a identificare le persone con livelli di psicopatologia clinicamente rilevanti.

È infatti noto che i disturbi psicologici/psichiatrici, come la depressione, possano avere un peso importante anche sulla salute fisica. Le persone che sviluppano depressione, ad esempio, hanno maggiori probabilità di andare incontro a determinate patologie mediche, come l’infarto del miocardio. La presenza di sintomi psicopatologici clinicamente rilevanti non rappresenta quindi solamente un problema di per sé ma ha ampie ricadute a lungo termine sulla salute psico-fisica dell’individuo.

Gli strumenti di screening psicologico permettono di identificare i soggetti che presentano una sintomatologia clinicamente rilevante e, attraverso successive valutazioni, di monitorarne l’andamento nel tempo. Tale procedura, qualora venisse applicata su larga scala, renderebbe possibile proporre degli interventi psicologici mirati (sportelli di ascolto, sostegno psicologico, psicoterapia) che si tradurrebbero in un beneficio per i soggetti che presentano disagio psicologico e in un risparmio economico per il sistema sanitario sul lungo periodo, in termini di minori ricadute psicofisiche e minor richiesta di cure.

Il celebre “motto” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “There is no health without mental health”, “non c’è salute senza salute mentale”, ben fotografa la necessità di prendersi carico oggi di questo disagio, affinché non si cronicizzi e non si traduca nel tempo in un più generale peggioramento della salute psicofisica, con i costi umani, sociali ed economici che ne conseguirebbero. Lo Spazio di Ascolto dell’Ateneo torinese, promosso e coordinato dal dipartimento di Psicologia, rappresenta un utile esempio di questo modello, che andrebbe valorizzato ed esteso.

 


Testo dall’Università degli Studi di Torino sui due studi relativi all’impatto psicologico sulla popolazione e sugli operatori sanitari a seguito della diffusione del Covid-19 in Italia.

Effetti del lockdown: sintomi depressivi o ansiosi per un italiano su quattro, oltre il 40% ha avuto disturbi del sonno

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Foto di Jeyaratnam Caniceus

Sono stati pubblicati sull’International Journal of Environmental Research and Public Health i risultati del progetto COCOS (Covid Collateral ImpactS), ideato e condotto dalla Prof.ssa Maria Rosaria Gualano e dal Dr. Gianluca VoglinoIl Gruppo di Ricerca – guidato dalla Prof.ssa Roberta Siliquini – della Sezione di Igiene del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche, si occupa da anni di approfondire il tema del benessere mentale in un’ottica di sanità pubblica. Lo studio è stato realizzato nelle ultime due settimane della Fase 1 (19 aprile – 3 maggio 2020), valutando l’impatto del lockdown sui comportamenti e sul benessere degli italiani.

Dalle interviste condotte su un campione di oltre 1500 soggetti, tutti maggiori di 18 anni d’età, la salute mentale sembra essere un problema significativo.  Si possono evidenziare profili di fragilità tra le donne, i più giovani e tra coloro i quali hanno subito difficoltà economiche legate al lockdown. I dati mostrano che il 23,2% degli intervistati ha avuto disturbi di tipo ansioso, il 24,7% sintomi depressivi, il 42,4% disturbi del sonno e, per quest’ultima patologia, la probabilità di essere colpiti risulta doppia tra le donne. Ulteriori dati circa l’accesso alle cure, l’uso della mascherina e la paura di uscire e svolgere attività indotta dalle pressioni sociali saranno pubblicati dai ricercatori nelle prossime settimane e presentati al Congresso Mondiale di Sanità Pubblica che si terrà ad ottobre 2020.

“Bisogna mettere al centro dell’agenda di sanità pubblica la cura della salute mentale del cittadino – dichiara la Prof.ssa Maria Rosaria Gualano – in quanto la sofferenza mentale potrebbe rappresentare un’ennesima pandemia di cui occuparsi a livello globale, soprattutto per i soggetti più a rischio come i giovani, le persone sole e chi ha perso o rischia di perdere il lavoro”“L’alto interesse che lo studio ha suscitato tra gli intervistati – prosegue il Dr. Gianluca Voglino – testimonia la necessità di ascoltare i bisogni dei cittadini. Serve farsi carico delle persone in modo globale, ancor di più in momenti difficili come quello che stiamo vivendo”.

 

 

Testo sui sintomi depressivi e ansiosi legati al lockdown dall’Area Relazioni Esterne e con i Media dell’Università degli Studi di Torino

Un nuovo alleato per resistere a quell’incontrollabile desiderio di abbuffarsi di cibo

Lo studio italiano dei gruppi di ricerca della Sapienza e dell’Università di Camerino ha identificato in una molecola, l’oleoiletanolamide, un nuovo strumento farmacologico per prevenire e contrastare il disturbo da alimentazione incontrollata. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Neuropsychopharmacology

oleoiletanolamide

Durante questo periodo unico nella storia moderna rifugiarsi nel cibo è per molte persone un modo per sfuggire alle emozioni negative e per gratificarsi attraverso i piaceri della vita. Questo perché molti alimenti, soprattutto quelli ricchi di zuccheri, costituiscono una fonte di energia immediatamente disponibile per l’organismo e allo stesso tempo stimolano la trasmissione dopaminergica nel cervello, il neurotrasmettitore associato alla motivazione e al senso di gratificazione.

Si tratta di una normale risposta fisiologica allo stress che, tuttavia, in molti individui diventa un comportamento compulsivo, incontrollabile e ripetitivo che spesso sfocia in una vera e propria patologia. È il caso del Binge Eating Disorder (BED) il disturbo alimentare più comune, caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate fuori controllo, analoghe a quelle della bulimia, non seguiti da atti compensatori o di eliminazione (come l’induzione del vomito o l’auto-somministrazione di lassativi). Chi ne è affetto sviluppa nel tempo obesità grave, oltre a un marcato disagio psicologico, caratterizzato da depressione, ansia, bassa autostima o altri problemi che possono influenzare notevolmente la qualità della vita.

I trattamenti più significativi e attualmente disponibili per il BED prevedono una combinazione di psicoterapia e farmacoterapia, quest’ultima generalmente basata su farmaci antidepressivi. Tuttavia, il fatto che il tasso di ricaduta sia ancora molto elevato evidenzia la necessità di individuare strategie più efficaci.

Due gruppi di ricerca coordinati rispettivamente da Silvana Gaetani del Dipartimento di Fisiologia e farmacologia Vittorio Erspamer della Sapienza e da Carlo Cifani della Scuola di Scienze del farmaco e dei prodotti della salute dell’Università di Camerino, hanno identificato in una molecola, l’oleoiletanolamide, un nuovo strumento farmacologico per prevenire e contrastare il disturbo da alimentazione incontrollata. I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Neuropsychopharmacology.

Il crescente interesse della comunità scientifica per l’oleoiletanolamide, più nota con il suo acronimo OEA, deriva dal suo ruolo ben caratterizzato come segnale di sazietà per il cervello e come regolatore del metabolismo, soprattutto quello dei grassi.  In questo panorama di scoperte chiave sul ruolo dell’OEA, il team Sapienza ha dato negli ultimi quindici anni un significativo contributo.

“Oggi sappiamo – spiegano Adele Romano della Sapienza e Maria Vittoria Micioni Di Bonaventura dell’Università di Camerino, entrambe primi co-autori dello studio – che l’OEA è in grado di prevenire lo sviluppo di un comportamento alimentare anomalo, di tipo binge, e agisce modulando l’attività di circuiti cerebrali che rispondono alle proprietà piacevoli del cibo e/o all’esposizione a una condizione stressante”.

“Le prove scientifiche che abbiamo fornito – aggiunge Silvana Gaetani – sono state ottenute in un modello sperimentale di BED, sviluppato dal team di Carlo Cifani, e sebbene debbano essere confermate in pazienti affetti da BED, fanno ben sperare che l’OEA possa essere effettivamente un nuovo potenziale alleato per la prevenzione o la cura dei disturbi del comportamento alimentare”.

 

Riferimenti:

Oleoylethanolamide decreases frustration stress-induced binge-like eating in female rats: a novel potential  treatment for binge eating disorder – Adele Romano, Maria Vittoria Micioni Di Bonaventura, Cristina Anna Gallelli, Justyna Barbara Koczwara, Dorien Smeets, Maria Elena Giusepponi, Marialuisa De Ceglia, Marzia Friuli, Emanuela Micioni Di Bonaventura, Caterina Scuderi, Annabella Vitalone, Antonella Tramutola, Fabio Altieri, Thomas A. Lutz, Anna Maria Giudetti, Tommaso Cassano, Carlo Cifani and Silvana Gaetani – Neuropsychopharmacology (2020) 0:1–11; https://doi.org/10.1038/s41386-020-0686-z

 

Testo e foto dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma