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Le alterazioni dell’attività elettroencefalografica (EEG) durante la veglia e il sonno nella malattia di Alzheimer 

Uno studio coordinato da ricercatori della Sapienza e dell’IRCCS San Raffaele Roma, in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Gemelli e dell’Università dell’Aquila ha evidenziato per la prima volta specifiche differenze nell’attività elettrica cerebrale durante il sonno che discriminano la malattia di Alzheimer dal decadimento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment o MCI degli anglosassoni, uno stadio intermedio tra demenza ed invecchiamento normale) e dagli anziani sani.

EEG Alzheimer
Le alterazioni dell’attività elettroencefalografica (EEG) durante la veglia e il sonno nella malattia di Alzheimer. Foto di Gerd Altmann

È oramai evidente che le relazioni tra malattia di Alzheimer e caratteristiche del sonno vanno ben al di là del riscontro assai comune di disturbi del sonno in questi pazienti sia perchè le alterazioni del sonno sembrano costituire un fattore di rischio per la malattia, sia perchè un ‘buon sonno’ svolge un ruolo centrale nell’eliminazione dei metaboliti ‘cattivi’ della proteina b-amiloide facilitandone l’aggregazione ed il deposito tipico dell’Alzheimer.

Mancava però nella letteratura scientifica una descrizione delle alterazioni elettroencefalografiche (EEG) del sonno in questi pazienti e la loro relazione con le già descritte alterazioni dell’EEG durante lo stato di veglia. In quasi 10 anni di lavoro, un gruppo di ricercatori della Sapienza e dell’IRCCS San Raffaele Roma, in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Gemelli e l’Università dell’Aquila ha portato avanti uno studio per colmare questa carenza. Ne è risultato il primo e più esteso studio mai pubblicato sinora al mondo in cui si sono confrontate le attività regionali e di frequenza dell’EEG con quelle dell’EEG di veglia registrate in diverse occasioni nel corso del giorno (per controllare l’influenza di fattori circadiani). I risultati di questo ampio progetto sono stati appena pubblicati sulla rivista Open Access di Science (IScience).

“Tutto è iniziato una decina di anni fa – spiegano Luigi De Gennaro e Paolo M. Rossini, coordinatori della ricerca – quando ci siamo posti l’obiettivo di studiare congiuntamente le specifiche alterazioni diurne e notturne dell’attività elettrica cerebrale in un ampio gruppo di pazienti con malattia di Alzheimer. L’idea di base – si potrebbe semplificare – era di verificare se esistessero specifiche alterazioni nel sonno di questi pazienti e se queste presentassero una relazione con quelle già note durante la veglia. Come risultati principali dello studio abbiamo identificato: (1) in entrambi i gruppi clinici (Alzheimer ed MCI) un rallentamento dei ritmi cerebrali nel sonno REM (quello in cui si sogna) paragonabile a quello già descritto in veglia; (2) questo fenomeno del sonno REM correla con il decadimento cognitivo dei pazienti; (3) una drastica diminuzione nell’attività sigma del sonno NREM, sempre in entrambi i gruppi clinici; (4) una consistente riduzione della funzione del sonno nel consentire processi di recupero cerebrale conseguenti alle attività di veglia”.

GLI EFFETTI DELLA SCOPERTA – Le implicazioni di tale studio possono aprono nuovi orizzonti per specifici trattamenti delle alterazioni del sonno in generale nel soggetto anziano e nello specifico nella malattia di Alzheimer e, ancora più, per lo specifico quadro MCI che in moltissimi casi rappresenta l’anticamera dell’Alzheimer.

Riferimenti:

EEG alterations during wake and sleep in mild cognitive impairment and Alzheimer’s disease – Aurora D’Atri, Serena Scarpelli, Maurizio Gorgoni, Camillo Marra, Paolo Maria Rossini, Luigi De Gennaro – IScience. DOI https://doi.org/10.1016/j.isci.2021.102386

Testo dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sulle alterazioni dell’attività elettroencefalografica (EEG) durante la veglia e il sonno nella malattia di Alzheimer.

Su Age and Ageing (British Geriatrics Society) i risultati del progetto My-AHA finanziato dall’Unione Uuropea e coordinato dall’Università di Torino 

DALLE APP UN AIUTO PER PREVENIRE IL DECLINO COGNITIVO

Prevenire la fragilità aiuta a mantenere una buona qualità di vita: lo conferma uno studio di 18 mesi su 200 persone over 65  

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Prevenire e arrestare la fragilità e il declino cognitivo, garantendo una buona qualità della vita nell’invecchiamento. È questa una delle maggiori sfide per la sanità del 21° secolo: la maggiore aspettativa di vita degli ultimi decenni si traduce infatti in un significativo aumento del numero di persone affette da demenza che, com’è noto, si manifesta soprattutto negli anziani. In Europa sono quasi 9 milioni i pazienti con demenza di cui 1.200.00 in Italia, paese che presenta un’elevata prevalenza di soggetti anziani. Nel 2015 i pazienti con malattia di Alzheimer e demenze correlate erano circa 47 milioni nel mondo, un numero destinato a triplicarsi nel 2050 in mancanza di strategie efficaci per prevenire il deficit cognitivo e rallentarne la progressione.

Le malattie neurodegenerative che causano demenza sono caratterizzate da una lunga fase preclinica – che può durare anche 20 anni – in cui i meccanismi responsabili delle lesioni cerebrali sono già attivi ma causano sintomi modesti, che non interferiscono in modo significativo sulla vita quotidiana. Con il passare degli anni, tuttavia, questi deficit si aggravano fino a evolvere in una demenza conclamata. Negli ultimi anni, l’interesse di ricercatori e medici per questa fase preclinica è cresciuto in modo esponenziale, nella speranza di prevenire la comparsa di demenza.

Un aiuto importante arriva dalle nuove tecnologie digitali, efficaci nel monitorare primi sintomi di deficit cognitivo e attuare quanto prima le strategie di prevenzione. Lo dimostrano i risultati – pubblicati sulla prestigiosa rivista Age and Ageing della British Geriatrics Society – del progetto di ricerca My-AHA – My Active and Healthy Aging, coordinato dal prof. Alessandro Vercelli,  Dipartimento di Neuroscienze Rita Levi Montalcini e direttore del NICO Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino, e finanziato dalla Comunità europea nell’ambito del Programma Horizon 2020.

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Il progetto My-AHA, forte della sinergia di 15 centri di ricerca e aziende ICT europei ed extra-UE (Australia, Giappone e Corea del Sud), ha portato in 4 anni allo sviluppo e validazione di una piattaforma tecnologica che – integrando una serie app – è in grado di monitorare lo stato di salute, rilevando precocemente il rischio di fragilità, e suggerire – in parallelo – attività utili per prevenire il deficit cognitivo e mantenere una buona qualità di vita nei soggetti anziani.

Valore aggiunto di My-AHA l’approccio integrato che ha unito le competenze multidisciplinari di medici, ingegneri ed esperti di informatica, questi ultimi – afferenti all’Istituto di Biomeccanica di Valencia, all’Università di Siegen (Germania), all’Istituto Fraunhofer (Portogallo) e ad alcune piccole imprese europee – coordinati dall’ing. Marco Bazzani della Fondazione LINKS di Torino. Le attività psicologiche e fisiche sono state invece monitorate e stimolate mediante protocolli disegnati dalle Università di Loughborough e di Siegen.

LO STUDIO CLINICO DI VALIDAZIONE DELLA PIATTAFORMA MY-AHA 

Dopo uno screening iniziale di alcune migliaia di persone in Italia (Università di Torino), Giappone (Università di Tohoku), Spagna (Istituto GESMED di Valencia), Austria (Johanniter Inst. di Vienna) e Australia (Università della Sunshine Coast), sono stati selezionati 200 soggetti di età maggiore di 65 anni in condizione di pre-fragilità fisica, cognitiva o psicosociale.

Le persone selezionate, divise in due gruppi, hanno partecipato per un periodo complessivo di 18 mesi allo studio clinico di validazione della piattaforma My-AHA, coordinato dal prof. Innocenzo Rainero, della Clinica Neurologica del Dipartimento di Neuroscienze UniTo, Città della Salute e della Scienza di Torino, responsabile del workpackage clinico del progetto.

I partecipanti di entrambi i gruppi hanno caricato sui loro smartphone le app My-AHA, e sono stati costantemente monitorati mediante la piattaforma tecnologica sviluppata per il progetto e delle visite regolari per valutarne l’attività fisica, cognitiva e sociale, l’alimentazione e il sonno.

Il primo gruppo (di controllo) è stato seguito secondo i normali standard assistenziali, mentre il secondo ha ricevuto anche l’intervento multifattoriale della piattaforma My-AHA: 100 soggetti hanno quindi utilizzato delle app con “giochi” per stimolare le funzioni cognitive e programmi per incoraggiare l’attività fisica. Inoltre, i partecipanti del secondo gruppo sono stati coinvolti in attività sociali (gite, visite ai musei, occasioni conviviali) e incentivati ad adottare una corretta alimentazione e una appropriata igiene del sonno.

Dopo 12 mesi abbiamo comparato i risultati dei soggetti che usavano regolarmente le diverse app con quelli del gruppo di controllo. Questi ultimi – spiega il prof. Innocenzo Rainero – hanno dimostrato al termine dello studio un peggioramento significativo della qualità di vita, misurato con una apposita scala dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Al contrario, i soggetti nel gruppo ‘attivo’ hanno mantenuto una buona qualità di vita e la differenza tra i due gruppi, come indicano i dati pubblicati su Age and Ageing, è risultata statisticamente significativa. Inoltre – continua il prof. Rainero – i soggetti che hanno utilizzato la piattaforma e gli interventi suggeriti da My-AHA dimostrano un significativo miglioramento del tono dell’umore e del comportamento alimentare: due parametri molto importanti per la prevenzione delle patologie correlate all’età”.

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Questo studio – aggiunge il prof. Alessandro Vercelli – conferma che, se si interviene precocemente, è possibile mantenere una buona qualità di vita nelle persone anziane, prevenendo o rallentando l’evoluzione delle malattie neurodegenerative che causano demenza. Ancora, conferma che per prevenire la malattia di Alzheimer e le demenze correlate è necessario intervenire su diversi fattori di rischio, inclusi l’attività fisica, la funzione cognitiva, lo stato psicologico ma anche l’isolamento sociale. Un precoce intervento su più ambiti – conclude il coordinatore del progetto My-AHA – sembra essere la strada maestra per prevenire le demenze. Lo studio dimostra inoltre che la tecnologia della informazione e comunicazione (ICT) può essere di grande aiuto nell’assistenza dell’anziano”.

Age and Ageing22 January 2021, The My Active and Healthy Aging ICT platform prevents quality of life decline in older adults: a randomised controlled study

 

Testo e foto dall’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Torino

Secondo il World Alzheimer Report del 2016, le persone con demenza erano 47 milioni in tutto il mondo e, con l’invecchiamento della popolazione, la cifra è destinata ad aumentare fino ad oltre 131 milioni entro il 2050. La demenza è un disturbo caratterizzato da un declino significativo delle funzioni cognitive (memoria, linguaggio, orientamento spazio-temporale, ecc.) e questo interferisce con il funzionamento lavorativo, sociale e domestico della persona affetta (Gale, Acar & Daffner, 2018).

In una società come la nostra, in cui si è perennemente impegnati nei propri progetti e nel riuscire a portarli a termine, e quindi in attività che richiedono l’impiego di funzioni cognitive sofisticate, questo comporta una immediata svalutazione di chi riceve una tale diagnosi. Infatti, la persona con demenza viene oggettivata, ritenuta inferiore e i rapporti interpersonali dal tipo io-tu si trasformano in io-esso (Dewing, 2008). Inoltre, si crea un divario tra “noi”, i sani e i competenti e “loro”, i danneggiati (Kitwood & Bredin 1992). Dunque, sembra che l’Altro non venga più percepito come un soggetto con proprie emozioni, desideri e bisogni, bensì come un oggetto. 

È importante, allora, interrogarsi su quale sia lo stato che può propriamente essere definito “essere una persona”. Nel far ciò, Kitwood (1992) sostiene che l’essere persona (personhood) abbia una natura sociale, è una condizione, uno status che viene conferito dagli altri e pertanto nasce nella relazione con l’Altro. Infatti, il percorso che permette al bambino di acquisire alcuni attributi dell’essere umano ha una natura sociale, il neonato ha bisogno di una figura che si prenda cura di lui. In particolare, il bambino impara a relazionarsi con gli altri, con le varie situazioni e ad avere una certa visione di se stesso, grazie ai legami significativi che gli forniscono sicurezza e supporto. La personhood non è una proprietà individuale, per il suo sviluppo sono necessari gli altri. 

Se si considera la persona nella sua interezza e se ci si concentra sulla natura relazionale della personhood e non soltanto sull’aspetto cognitivo, la persona con demenza non ha perso i suoi attributi essenziali dell’essere umano e ha ancora dei bisogni e delle emozioni. Di conseguenza, anche il modo in cui ci si relaziona può avere un impatto negativo che mina i bisogni della persona con demenza, o positivo che ne sostiene il benessere. 

 

Cinque bisogni psicologici

Kitwood (1997) individua cinque bisogni dell’essere umano che risultano essenziali in una persona con demenza e questi sono tenuti insieme da un unico centro che è l’amore (figura).

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Il fiore dei bisogni, rivisitazione del fiore di Kitwood (1997), a cura di @okrae_ – Alessia Colafrancesco

Come mostrato in figura, i bisogni sono: il conforto, l’attaccamento, l’inclusione, l’occupazione e l’identità.
Il conforto corrisponde alla tenerezza, al calore, ciò che può lenire l’ansia e la paura.
Riguardo al secondo bisogno, l’uomo ha necessità di avere legami di attaccamento, soprattutto in condizioni di fragilità come nella demenza. Kitwood spiega come il pioniere degli studi in questo campo, ovvero Bowlby, sostenga che i legami di attaccamento che si creano tra il bambino e chi si prende cura di lui, formano una rete di sicurezza che garantisce il benessere dell’individuo. Come nell’infanzia in cui predomina l’incertezza, anche nella demenza l’incertezza e l’ansia diventano predominanti ed è di fondamentale importanza avere dei legami significativi.

Il terzo bisogno riguarda l’inclusione, ovvero il sentirsi parte di un gruppo. Purtroppo, le persone con demenza si trovano spesso isolate, non hanno un gruppo a cui appartenere e, talvolta, perdono anche i loro familiari. Come conseguenza la persona potrebbe regredire. Invece, se il bisogno venisse soddisfatto, ciò potrebbe portare un miglioramento delle condizioni della persona (Kitwood, 1997).
L’occupazione consiste nel sentirsi impegnati in qualcosa, nell’avere un progetto e portarlo a termine. Questo fa sentire l’essere umano competente e utile. Nella demenza, anche se le funzioni cognitive vengono meno, il bisogno di occupazione persiste. Infine, vi è l’identità, il sapere chi si è e avere un senso di continuità con il passato. Essa dipende anche dagli altri e dalla loro percezione che hanno su di noi. Pertanto, in una condizione in cui varie fonti dell’identità vengono perse, è ancora più importante il ruolo che hanno gli altri nel conferire un’identità alla persona con demenza.

Personal Enhancer e Personal Detraction

demenza
Foto di Gerd Altmann

Nel Dementia Care Mapping, strumento di osservazione e di valutazione per la demenza, vengono mostrati i comportamenti che potrebbero soddisfare questi bisogni (Personal Enhancer) e quelli che li potrebbero minare (Personal Detraction) (Brooker & Surr, 2006).
Come sostengono gli autori, il conforto può essere soddisfatto stando vicino alla persona con demenza con calore e assecondando i suoi ritmi; può essere minato attraverso l’intimidazione, il rifiuto e non assecondando i ritmi. Riguardo all’attaccamento, è importante essere autentici e riconoscere le emozioni e i comportamenti dell’altro senza accusare o mentire. Invece, un esempio per soddisfare il bisogno di inclusione è il ridere con e non il ridere di. Inoltre, fra i comportamenti negativi vi sono la stigmatizzazione e l’ignorare. Collaborare e facilitare la persona con demenza senza imposizioni e senza sostituirsi potrebbe aiutarla ad appagare il bisogno di sentirsi occupato. Infine, per favorire il benessere dell’individuo e sostenere la sua identità, bisognerebbe avere un atteggiamento di rispetto, accettazione e celebrazione. Diversamente, con il disprezzo e relazionandosi come se l’Altro fosse un bambino, si potrebbe ottenere l’effetto contrario.

Cambiare prospettiva

Foto di silviarita

È difficile poter comprendere del tutto il punto di vista di una persona con demenza, dato che nessuno è mai tornato indietro da questa esperienza per poterla raccontare ma, come sostiene Kitwood (1997), ci sono dei modi per provare a farlo. Degli esempi potrebbero essere la lettura di scritti di persone con demenza in fasi non gravi; ascoltare le esperienze di coloro che hanno avuto vissuti simili, come succede nella depressione e nelle meningiti; oppure attraverso l’immaginazione poetica, ovvero utilizzando storie di fantasia scritte con un linguaggio poetico. Infatti, come sostiene l’autore, il linguaggio poetico, essendo meno lineare e più condensato rispetto al linguaggio abituale, risulta essere un mezzo più potente per comunicare un vissuto.

Eccone un esempio:

“Qualche volta intravedi un volto familiare, ma, non appena ti avvicini, il viso svanisce o si trasforma in un demone. Ti senti disperatamente perso, solo, sconcertato, spaventato. […] Ma la cosa peggiore è che tu sai che non è sempre stato così. Dietro la nebbia e l’oscurità c’è un vago ricordo del buon tempo in cui sapevi dov’eri e chi eri, quando ti sentivi vicino agli altri, e quando eri in grado di portare a termine i compiti quotidiani con abilità e grazia.” (T. Kitwood, 1997, p. 17)

Kitwood mostra come la persona con demenza possa provare diverse emozioni e sentimenti, come il sentirsi soli e spaventati. Altri esempi potrebbero essere la paura dell’abbandono e dell’umiliazione, ansia, frustrazione, senso di inutilità, rabbia, confusione, terrore, disperazione e depressione. Si può passare da uno stato all’altro senza un percorso lineare e alcuni di essi possono presentarsi simultaneamente con diversa intensità. Nel suo lavoro, Kitwood (p. 20-21) riporta anche un racconto di fantasia in cui una donna con demenza grave e in assistenza residenziale viene presa in carico con un approccio che segue il suo modello centrato sulla persona, attento ai cinque bisogni. 

Sei in un giardino, all’inizio di una giornata estiva. L’aria è calda e dolce e trasporta un dolce profumo di fiori e una leggera nebbia aleggia intorno. Non riesci a distinguere la forma di tutto, ma sei consapevole di alcuni bei colori, blu, arancione, rosa e viola; l’erba è verde come lo smeraldo. Non sai dove ti trovi, ma non importa. In qualche modo ti senti “a casa” e c’è un senso di armonia e pace. Mentre cammini, diventi consapevole delle altre persone. Molti di loro sembrano conoscerti; è una gioia essere accolti così calorosamente e per nome. Ce ne sono uno o due che ritieni di conoscere bene. […] La fiamma della vita ora brucia luminosa e allegramente dentro di te. Non è sempre stato così. Da qualche parte, nel profondo, ci sono vaghi ricordi di tempi di solitudine opprimente e paura gelida. Quando è stato, non lo sai; forse era in un’altra vita. Ora c’è compagnia ogni volta che vuoi e tranquillità quando lo preferisci. Questo è il posto a cui appartieni, con queste persone meravigliose che sono come una specie di famiglia.”

Così Kitwood immagina l’esperienza di una donna accolta in maniera calorosa e secondo l’approccio suddetto. Questo mette in evidenza quanto possa essere benefico per una persona con demenza sentire riconosciuti e soddisfatti i propri bisogni. Un approccio che faccia sentire maggiormente supportati e meno soli, che potrebbe aprire un nuovo capitolo fatto di piaceri e gioia

 

 

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BIBLIOGRAFIA

Brooker, D. J., & Surr, C. (2006). Dementia Care Mapping (DCM): initial validation of DCM 8 in UK field trials. International journal of geriatric psychiatry, 21(11), 1018–1025.

Dewing, J. (2008). Personhood and dementia: revisiting Tom Kitwood’s ideas. International journal of older people nursing, 3(1), 3–13.

Kitwood, T., (1997). The experience of dementia. Aging and Mental Health, 1, 13-22.

Kitwood, T., & Bredin, K. (1992). Towards a Theory of Dementia Care: Personhood and Well-being. Ageing and Society, 12, 269-287.

Martin, P.,  Comas-Herrera, A., Knapp, M., Guerchet, M. & Karagiannidou, M. (2016). World Alzheimer report 2016: improving healthcare for people living with dementia: coverage, quality and costs now and in the future. Alzheimer’s Disease International

CoVID-19 e Sindrome di Down, mortalità fino a 10 volte più elevata

Le persone con Sindrome di Down sono state al centro di uno studio congiunto ISS-Università Cattolica che ha tracciato un profilo clinico e demografico di questi pazienti durante la pandemia da CoVID-19, calcolando tra essi livelli di mortalità ben più alti rispetto a quelli della popolazione generale

Foto di Pete Linforth

La mortalità per CoVID-19 tra le persone con Sindrome di Down (SD) potrebbe essere stata fino a 10 volte maggiore rispetto a quella della popolazione generale. A questa conclusione sono giunti i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che, insieme a quelli dell’Università Cattolica, Campus di Roma, hanno analizzato 3.438 grafici, elaborati dallo stesso ISS dal 22 febbraio 2020 all’11 giugno 2020, identificando 16 decessi in persone con SD. Persone più giovani rispetto a quelle senza SD decedute con CoVID-19 (52 contro 78 anni) e con un rischio maggiore di complicanze non respiratorie come sepsi (31% vs. 13%).

Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Medical Genetics, è in linea con le conclusioni di un altro studio retrospettivo condotto negli Stati Uniti sui pazienti ospedalizzati con CoVID-19, che ha descritto un aumento di nove volte la percentuale prevista di pazienti con SD ospedalizzati rispetto alla popolazione generale.

La prevalenza di persone con Sindrome di Down nel nostro campione è stata dello 0,5% (16 individui). Questo porta ad una stima di 100-130 individui con SD deceduti con CoVID-19 in Italia fino all’11 giugno scorso. La prevalenza di SD nella popolazione generale italiana è circa lo 0,05%, suggerendo che la mortalità da CoVID-19 in questa popolazione potrebbe essere fino a 10 volte maggiore della popolazione generale – spiega Graziano Onder, direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e dell’invecchiamento dell’ISS – Questi pazienti sono più suscettibili alle infezioni, sperimentano l’invecchiamento precoce di più organi e sistemi, sviluppano un ampio spettro di comorbidità, comprese endocrinopatie, malattie neurologiche, reumatiche, muscoloscheletriche. Inoltre, presentano spesso diverse anomalie anatomiche delle vie aeree superiori che aumentano la probabilità di ostruzione delle medesime vie aeree, una condizione che può predisporre all’ipertensione polmonare, che a sua volta può aumentare la gravità dell’infezione da CoVID-19”.

In sintesi, le persone adulte con SD rappresentano una popolazione fragile e vulnerabile alle infezioni e pertanto da tutelare con estrema attenzione in questa fase epidemica – dichiara Emanuele Rocco Villani, dottorando di ricerca in Scienze dell’invecchiamento all’Università Cattolica e primo autore della ricerca – Le persone con SD rientrano dunque nella fascia di popolazione per cui l’accesso al vaccino per SARS-COV2 dovrà essere prioritario, nel momento in cui esso sarà finalmente disponibile”.

Le caratteristiche cliniche e demografiche dei pazienti con Sindrome di Down

Gli individui con SD erano più giovani di quelli senza SD (52 contro 78 anni), mentre la distribuzione del sesso era simile (femmine 38% vs. 33%). Le malattie autoimmuni come tiroidite di Hashimoto e psoriasi (44% vs. 4%), l’obesità (38% vs. 11%), e la demenza (38% vs. 16%) erano però significativamente più diffuse negli individui con SD. Queste condizioni sono noti fattori di rischio, in quanto associate ad uno stato proinfiammatorio, che sembra avere un ruolo nell’insorgenza di gravi complicazioni di CoVID-19. Tutti e 16 i soggetti inoltre hanno sviluppato, come complicanza, la sindrome da distress respiratorio acuto.

Anche le superinfezioni batteriche, come le infezioni del sangue (sepsi) e la polmonite batterica, sono state più comuni tra i soggetti con SD morti con CoVID-19 rispetto alla popolazione generale (31% contro il 13%), un dato in linea con l’osservazione che gli individui con SD presentano una maggiore suscettibilità alle infezioni per la presenza di deficit immunitari.

Inoltre, i 16 pazienti esaminati avevano un’alta prevalenza di demenza, il che è coerente con ciò che si vede nella popolazione con SD, nella quale possono verificarsi danni cognitivi progressivi a partire dall’età di 45 anni, raggiungendo una prevalenza complessiva di demenza fino al 68-80% a 65 anni. Anche questo è in linea con l’osservazione che le caratteristiche dell’invecchiamento si verificano in genere prima rispetto alla popolazione generale e coinvolgono soprattutto il cervello e il sistema immunitario. L’età media di morte nei soggetti con DS è stata stimata intorno a 60 anni.

Relativamente alla terapia farmacologica, la prescrizione di antibiotici (81% e 86%, rispettivamente), antivirali/antimalarici (63% e 60%, rispettivamente) e tocilizumab (6% vs. 4%) è stata simile in entrambi i gruppi. Al contrario, l’uso di steroidi sistemici era più prevalente tra gli individui con DS (75% vs. 38%).

Testo dall’Ufficio Stampa Istituto Superiore di Sanità
www.iss.it