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Svelato il motivo per cui i bambini si ammalano molto meno di Covid-19: una molecola “chiave” che apre le porte al virus è meno attiva

Lo hanno scoperto i ricercatori del CEINGE-Biotecnologie Avanzate di Napoli, studiando i meccanismi di attacco del virus all’interno delle prime vie respiratorie in soggetti di età inferiore o superiore ai 20 anni

Fin dall’inizio della pandemia medici e ricercatori si sono interrogati riguardo i motivi della differente espressività clinica dell’infezione da SARS-CoV-2 in età pediatrica.  I bambini ed i giovani di età inferiore ai 20 anni hanno infatti una suscettibilità a contrarre l’infezione pari a circa la metà rispetto agli adulti e, oltre ad essere molto spesso asintomatici, presentano quadri clinici comunque molto meno severi (e più spesso a carico del tratto gastrointestinale) con una prognosi nettamente migliore ed una letalità decisamente inferiore rispetto agli adulti.

bambini COVID-19
Svelato il motivo per cui i bambini si ammalano molto meno di Covid-19. Foto di Alexandra_Koch

Il gruppo di ricercatori coordinati da Roberto Berni Canani, professore di Pediatria dell’Ateneo Federico II e Principal Investigator del CEINGE-Biotecnologie Avanzate, ha finalmente svelato la causa di queste differenze.

Gli studiosi hanno analizzato i campioni biologici ottenuti dalle alte vie del respiro e dall’intestino (le due principali vie di ingresso del Coronavirus nel nostro organismo) di bambini e adulti sani ed hanno dimostrato che una molecola, denominata Neuropilina 1, nel tessuto epiteliale nasale dei bambini è molto meno espressa.  Si tratta di un recettore in grado di potenziare l’entrata del virus SARS-CoV2 nelle cellule e la diffusione nell’organismo. La Neuropilina1 ha un ruolo cruciale nel consentire l’attacco al recettore ACE-2 con cui la proteina spike del Coronavirus si lega per entrare nelle cellule dell’ospite.

Lo studio, che sarà pubblicato sul prossimo numero della prestigiosa rivista Frontiers in Pediatrics*, è frutto di una collaborazione tra gruppi di ricerca operanti presso il CEINGE-Biotecnologie Avanzate e guidati rispettivamente da Roberto Berni Canani (tra l’altro membro della Task Force per gli studi del Microbioma dell’Università di Napoli Federico II) e Giuseppe Castaldo (professore dell’Università Federico II, Principal Investigator e coordinatore della Diagnostica CEINGE), con i gruppi di ricerca dell’Università degli Studi Federico II, guidati da Elena Cantone e Nicola Gennarelli e dell’Università Vanvitelli, guidati da Caterina Strisciuglio.

«Abbiamo identificato un importante fattore in grado di conferire protezione contro SARS-CoV-2 nei bambini – afferma Roberto Berni Canani – che si aggiunge ad altri fattori immunologici che stiamo studiando. La definizione di questi co-fattori sarà molto utile per la creazione di nuove strategie per la prevenzione ed il trattamento del COVID-19».

 

* Frontiers in Pediatrics 2021 – Age-related differences in the expression of most relevant mediators of SARS-CoV-2 infection in human respiratory and gastrointestinal tract– Roberto Berni Canani, Marika Comegna, Lorella Paparo, Gustavo Bruno, Cristina Bruno, Caterina Strisciuglio, Immacolata Zollo, Antonietta G Gravina, Erasmo Miele, Elena Cantone, Nicola Gennarelli, Rita Nocerino, Laura Carucci, Veronica Giglio, Felice Amato Giuseppe Castaldo.

 

 

Il CEINGE-Biotecnologie avanzate è un centro di ricerca e di diagnostica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II e dell’Ateneo Federico II, che opera nel campo delle malattie onco-ematologiche (prevenzione, diagnosi e terapie dei tumori solidi e non), delle malattie genetiche ereditarie (prenatali e postnatali) e acquisite, delle malattie congenite del metabolismo, delle malattie rare e delle malattie neurodegenerative.

 

Testo dall’Ufficio Stampa Università Federico II di Napoli

INFEZIONI VIRALI, LO STUDIO CHE RIVELA NUOVE STRADE PER LA TERAPIA

La scoperta dei ricercatori del Laboratorio di Patogenesi delle Infezioni Virali, Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino

infezioni virali terapia
Infezioni virali, su Nature Communications lo studio che rivela nuove strade per la terapia. Da sinistra, il professor Marco De Andrea e il professor Santo Landolfo

Scoperta una nuova modalità utilizzata dai virus per replicarsi all’interno delle cellule umane. È il risultato di uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Communications. Coordinati dai Professori Santo Landolfo e Marco De Andrea, co-fondatori anche dello spin-off NoToVir, i ricercatori del laboratorio di Patogenesi delle Infezioni ViraliDipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino, hanno scoperto un nuovo meccanismo associato alla replicazione virale che apre nuove possibilità allo sviluppo di farmaci antivirali.

L’infezione virale

Il citomegalovirus umano (HCMV) è un herpesvirus che infetta una larga percentuale della popolazione umana. Sebbene l’infezione sia spesso innocua nei soggetti sani, può portare a gravi conseguenze in individui con un sistema immunitario deficitario, come i pazienti trapiantati o i malati di AIDS. Inoltre, l’infezione congenita da HCMV è la causa più comune di malformazioni fetali e neonatali nei paesi sviluppati. Più recentemente, HCMV è stato collegato a malattie autoimmuni e degenerative, come l’aterosclerosi, malattie vascolari e l’invecchiamento cerebrale precoce, nonché ad alcuni tipi di tumori.

Una delle strategie escogitate dal virus per favorirne la replicazione consiste nel modificare le proteine cellulari dell’ospite, alterando così la loro localizzazione e la loro attività funzionale. Una di queste modifiche, nota per essere associata a malattie di tipo degenerativo, è la citrullinazione. Sebbene il processo di citrullinazione sia stato descritto, e utilizzato anche a scopo diagnostico, in diverse condizioni infiammatorie, come l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico, il morbo di Alzheimer, la sclerosi multipla, l’aterosclerosi e in diverse forme di cancro, nessuno aveva finora correlato la citrullinazione con le infezioni virali.

La scoperta

I ricercatori impegnati in questo studio hanno dimostrato non solo che il virus può indurre il processo di citrullinazione, ma anche che alcune proteine cellulari a forte attività antivirale sono quelle maggiormente modificate e inibite. Per la prima volta è stato svelato il cosiddetto “citrullinoma” (il complesso di tutte le proteine cellulari citrullinate) associato ad infezione virale. Inoltre, l’utilizzo di molecole che specificamente bloccano le modifiche delle proteine cellulari può drasticamente ridurre il processo infettivo, limitando la disseminazione del virus.

Nuove terapie

Alcune delle problematiche legate all’utilizzo dei farmaci antivirali, in particolare dei farmaci anti-erpetici, sono rappresentate dalla tossicità delle molecole utilizzate e dalla loro capacità di indurre “resistenza” (i farmaci possono diventare inefficaci col tempo). Lo studio in oggetto, frutto della collaborazione con gruppi internazionali ed in parte finanziato dalla comunità europea, evidenzia per la prima volta come anche delle molecole che non colpiscono direttamente il virus possono essere utili per bloccarne la replicazione, aprendo prospettive concrete per la terapia delle sopra citate patologie, ovviando così agli effetti collaterali degli antivirali oggi disponibili. Attualmente, il gruppo di ricercatori è impegnato a valutare l’impatto di questo meccanismo anche nei confronti di altre infezioni virali, inclusa l’infezione da SARS-CoV-2.

«I risultati ottenuti – ha spiegato il Prof. Santo Landolfo – sono molto incoraggianti, e chiariscono un aspetto della replicazione dei virus finora sconosciuto che potrà essere sfruttato per lo sviluppo di nuovi farmaci antivirali. Inoltre, poiché HCMV è stato implicato anche nello sviluppo di altre malattie, comprese quelle autoimmuni, cardiovascolari e alcuni tumori, tutte caratterizzate da un alto grado di citrullinazione delle proteine cellulari, è possibile che la citrullinazione mediata da HCMV costituisca anche un evento chiave nella patogenesi di tali patologie. Attualmente la nostra attività di ricerca è mirata a chiarire proprio questi aspetti, con lo scopo finale di individuare nuove opzioni terapeutiche per pazienti affetti da diverse malattie».

 

Testo e foto dall’Università degli Studi di Torino

IL COVID-19 HA MESSO A RISCHIO LA CONSERVAZIONE DEI PIPISTRELLI?

Uno studio coordinato dal Prof. Sandro Bertolino, docente del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino e condotto da un team di ricercatori italiani, ha analizzato la diffusione di notizie nel 2020 che associano i pipistrelli alla diffusione di SARS CoV-2, il virus responsabile del Covid-19. Secondo la ricerca i pipistrelli sono stati al centro di una ‘bolla mediatica’ che li ha demonizzati, con conseguenze potenzialmente pericolose per la conservazione di questi mammiferi.

pipistrelli COVID-19 conservazione
Miniopterus schreibersii bassanii. Foto di Steve Bourne, CC BY-SA 4.0

Nel 2020, pochi mesi dopo la notizia della diffusione di SARS-CoV-2 oltre i confini cinesi, molti giornali, siti web e social network, hanno spesso identificato i pipistrelli come responsabili certi della diffusione del virus all’uomo. Un gruppo di ricercatori italiani, coordinati dal Prof. Sandro Bertolino, docente di Ecologia del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, ha voluto quantificare la dimensione di questa ‘bolla mediatica’ che ha colpito i pipistrelli associandoli al COVID-19. Il lavoro è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Mammal Review.

I ricercatori hanno cercato di analizzare se, in concomitanza con la diffusione del Covid, fosse avvenuto un aumento delle ricerche su internet sui pipistrelli. Su Google Trends i ricercatori hanno verificato come, dal 2016 al 2019, ci fosse una predominanza di termini non direttamente associati ai pipistrelli, come halloween e baseball (baseball bat è la mazza da baseball). Dal 2020, le ricerche della parola ‘bats’ su Google e Wikipedia sono aumentate notevolmente. Inoltre, il termine ‘bats’ è stato in prevalenza correlato a parole come “Wuhan”, “China”, “Virus”, “eating”, a indicare la percezione in molte persone di un legame diretto tra i pipistrelli e la pandemia da Covid-19.

Il fenomeno è stato osservato su scala globale, esaminando le ricerche in 8 lingue e per 21 Paesi. Lo stesso risultato è stato ottenuto consultando il Television News Archive (https://www.gdeltproject.org/), un archivio contenente la raccolta completa di notizie quotidiane diffuse dalle nove maggiori emittenti televisive degli Stati Uniti.

“Televisioni e giornali hanno enfatizzato il ruolo dei pipistrelli nella diffusione di SARS-CoV-2, dando spesso per scontato ciò che è ancora dibattuto a livello scientifico” spiega il Prof. Sandro Bertolino, docente di Ecologia del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino. “L’immagine pubblica di questi mammiferi, importanti fornitori di servizi ecosistemici quali il controllo di molti insetti, anche dannosi per l’uomo, potrebbe quindi essersi deteriorata. I media hanno riportato notizie circa uccisioni di pipistrelli per paura che potessero diffondere il COVID-19. Lo studio lancia un allarme e sottolinea la necessità di fornire informazioni scientificamente accurate sui pipistrelli e su SARS-CoV-2 per evitare inutili cacce alle streghe”.

Articolo completo https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/mam.12261

Testo dall’Università degli Studi di Torino

Quale impatto ha avuto la pandemia sulle dipendenze?

Intervista ai professori Angelo Panno, Benedetto Farina, Claudio Imperatori e ai dottori Giuseppe Alessio Carbone e Chiara Massullo del Laboratorio di Psicologia Cognitiva e Clinica (CCPL) dell’Università Europea di Roma

“[…]la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale.” Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la Giornata mondiale della salute mentale del 2020, spiegava la situazione di aumento di disagio psicologico e sociale con cui l’Italia si è trovata a fare i conti per via della pandemia.

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Dipendenze: “la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana. Foto da quirinale.it, licenza con attribuzione

È oramai noto come la quarantena, l’isolamento sociale e l’aumento dei casi di COVID-19 siano strettamente legati ad un peggioramento generale della salute mentale nella popolazione. Rimangono, però, alcune psicopatologie e domini cognitivi non del tutto analizzati, tra questi le dipendenze, sia da sostanze che comportamentali. Con la parola “dipendenze” si prendono in considerazione tantissimi tipi di disturbi: dal disturbo da uso e abuso di alcool fino a un disturbo di shopping compulsivo.

Quanto la pandemia, quindi, ha avuto un impatto sulle dipendenze? E su quali dipendenze?

In uno studio pubblicato a Novembre 2020 su Frontiers in Psychiatry, Angelo Panno, Giuseppe Alessio Carbone, Chiara Massullo, Benedetto Farina e Claudio Imperatori hanno cercato di ottenere un quadro più comprensibile della situazione e, in particolare, degli effetti del tipo di stress negativo (distress), percepito dagli italiani in maniera crescente, e il suo eventuale collegamento con diversi tipi di dipendenze.

In particolare, lo studio si è focalizzato sulla dipendenza da alcool, quella da social media e la dipendenza da cibo. Ai più di 1500 soggetti presi in considerazione è stato richiesto anche di indicare se fossero fumatori o meno, ma questo dato, come anche riportato successivamente nell’intervista, non è stato approfondito ulteriormente.

 

Dipendenza da alcool, da social media e da cibo

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Pandemia e dipendenze: l’alcool. Foto di Myriams-Fotos

Dei tipi di dipendenza presi in considerazione da Panno e colleghi, la dipendenza da alcool è quella più conosciuta non solo in ambito scientifico, ma anche in generale. L’alcool è una sostanza psicoattiva, per questo inserita nell’elenco delle sostanze stupefacenti, che spesso e volentieri può portare a una dipendenza e, con questa, all’insorgenza di una serie di sintomi che possono aggravarsi col tempo. Questo tipo di dipendenza, anche chiamata disturbo da uso e abuso di alcool, è chiaramente definita in moltissimi manuali diagnostici, come il Manuale Diagnostico Statistico – 5 (DSM 5) dell’American Psychiatric Association e la Classificazione Internazionale delle Malattie – 11 (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non è lo stesso per la dipendenza da social media e la dipendenza da cibo.

La dipendenza da social media può essere considerata un “nuovo” tipo di disturbo, in quanto nasce e si diffonde in parallelo con l’uso delle nuove tecnologie. Se nei primi anni 2000 erano poche le persone che facevano uso di social network, dal decennio successivo questi strumenti hanno iniziato a spopolare (indagine Censis, 2018). Inizialmente, i più giovani utilizzavano di più le piattaforme social, ma con il tempo queste hanno iniziato ad essere sfruttate da persone di tutte le fasce di età. Con l’aumentare della popolarità e dell’uso dei social, ovviamente, è divenuto sempre più palese il problema della dipendenza da social media e, in particolare, da social network e da smartphone.

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Pandemia e dipendenze: i social media. Foto di Engin Akyurt

La dipendenza da cibo, invece, è un tipo di dipendenza che si trova a cavallo fra la dipendenza comportamentale e un disturbo del comportamento alimentare, in quanto vi è una relazione con il cibo anormale e maladattiva che può portare a serie conseguenze psicologiche, sociali e mediche (Gordon et al., 2018). 

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Pandemia e dipendenze: il cibo è un piacere. Foto di Moira Nazzari

Il cibo per il nostro cervello è un piacere e provoca una cascata di eventi che vanno ad agire su una serie di strutture cerebrali chiamate “circuito della ricompensa”. Questo circuito, solitamente, è tenuto strettamente sotto controllo, così da preservare il cervello stesso da possibili comportamenti impulsivi, motivati solo dalla gratifica imminente. A fronte di cibi molto gratificanti per la persona, questo circuito può “districarsi” dal controllo delle aree superiori, facendo sviluppare comportamenti compulsivi e pensieri ossessivi simili a quelli delle altre dipendenze.

Nella dipendenza da cibo abbiamo tre sintomi che solitamente accompagnano l’uso di sostanza o l’adozione di comportamenti disfunzionali, quali: sindrome da astinenza; la tolleranza, cioè l’adattamento del corpo e, in particolare, del cervello a determinate dosi di cibo crescenti; il craving, cioè il bisogno ossessivo, psicologico e fisiologico, che invade i pensieri della persona rispetto al dover ottenere, in qualsiasi modo, il cibo da cui è dipendente.

Seppur nessun manuale abbia mai definito tale dipendenza, gli studi crescenti a riguardo stanno definendo il quadro sintomatico di questo disturbo e le sue differenze con altri disturbi, come il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), ed altre condizioni non patologiche, come l’alimentazione come risposta a determinati stati emotivi (emotional eating).

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Pandemia e dipendenze da cibo. Foto di Free-Photos

 

Lo stress? Gli stress

Per il loro studio, Panno e colleghi hanno preso in considerazione quanto è stato forte l’impatto della pandemia e la quarantena in termini di “stress” percepito. Stress, in psicologia, è un termine indica la capacità di adattamento a fronte di una richiesta ambientale. Con il tempo e le ricerche, quel che noi chiamiamo semplicemente “stress”, può essere diviso in due tipologie: eustress e distress. L’eustress è un tipo di stress tipicamente definito “positivo”, è uno stress che si rivela necessario per reperire risorse sufficienti per affrontare  una situazione che, generalmente, non determina un rischio di vita per la persona. Il distress, invece, è tipicamente definito “negativo”, ed è quello che comunemente definiamo come, semplicemente, “stress”, e ci porta a vivere una situazione specifica con uno stato affettivo e cognitivo alterato e disfunzionale (Selye, 1956; 1974).

Nel loro studio sulle dipendenze, Panno e colleghi hanno preso in considerazione quanto è stato forte l’impatto della pandemia e la quarantena in termini di “stress” percepito. Foto di 1388843

I risultati dello studio

In generale, tutti i punteggi nelle scale di misurazione della presenza e gravità dei diversi tipi di dipendenza sono aumentate con l’aumentare dell’importanza che l’evento della quarantena ha avuto nella vita dell’individuo. In altre parole, dai dati presentati in questa ricerca, lo stress dato dalle condizioni pandemiche da COVID-19 ha portato a un peggioramento dei diversi tipi di dipendenza, sia da sostanze che comportamentali.

Per quanto lo studio presenti alcuni limiti, come la prevalenza di partecipanti di sesso femminile nel campione, i suoi risultati sembrano presentare un quadro abbastanza preoccupante per quanto riguarda l’incidenza delle dipendenze tra gli italiani. Le dipendenze, come ricordiamo, non hanno solo effetti sulla mente e sul corpo della persona, ma, come ogni tipo di patologia, influenzano anche le famiglie, le relazioni, la società e il lavoro.

Ringraziamo i professori Angelo Panno, Benedetto Farina e Claudio Imperatori, che insieme ai dottori Giuseppe Alessio Carbone e Chiara Massullo, del Laboratorio di Psicologia Cognitiva e Clinica (CCPL), un’unità del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma, hanno risposto alle domande di ScientifiCult.

Intervista

Il vostro studio è stato uno tra i pochi a prendere in considerazione la variazione e l’aumento delle dipendenze durante la quarantena. Dalle vostre ipotesi, sappiamo cosa vi aspettavate, cioè che il distress associato al COVID-19 sia collegato ai problemi di alcool, all’abuso di social media e alla dipendenza da cibo. Avete preso in considerazione moltissime variabili anche personali (dall’età fino allo status personale durante la quarantena). C’è stato qualche dato, nelle vostre analisi statistiche, che non vi aspettavate, che vi ha sorpreso? Se sì, quale e perchè?

Intanto, anche a nome degli altri colleghi che hanno realizzato lo studio, ci tenevo a ringraziarla per questa intervista. Occorre fare una precisazione: il nostro studio ha fatto una “fotografia” della situazione legata alla prevalenza di alcune dipendenze durante il lockdown: per calcolare una vera e propria variazione avremmo dovuto avere dei dati relativi allo stesso campione prima dello scoppio della pandemia.

In particolare, sono due i dati che hanno stimolato la nostra attenzione. Il primo ha riguardato l’elevata percentuale di persone che hanno ricevuto una diagnosi di dipendenza da cibo (46.9%), nettamente superiore alle stime riportate in altri campioni non-clinici, che si attestano tra il 3% e il 13% circa.

Se da un lato questo dato potrebbe essere stato influenzato dalle modifiche apportate alla scala in relazione agli obiettivi della ricerca (riferimento dei sintomi negli ultimi 14 giorni, invece che negli ultimi 12 mesi), non ci aspettavamo comunque una percentuale così elevata.

Il secondo dato che ci ha colpito, invece, è stato quello relativo al numero di persone che hanno riportato un livello di distress clinicamente significativo legato al COVID-19. Più di una persona su 2 (il 54.4%), infatti, ha sviluppato dei sintomi significati di distress psicologico (pensieri intrusivi, comportamenti di evitamento, sintomi da iperarousal) durante il lockdown.

Il vostro studio ha preso in considerazione tipi di dipendenze comportamentali e da sostanze con rinforzi “facilmenti accessibili” in casa durante il lockdown, quali alcol, social media e cibo. Riguardo la nicotina, avete preso solo in considerazione l’essere o non essere fumatore da parte del soggetto preso in considerazione. Dato che circa il 28,8% del vostro campione era composto da fumatori, come mai non si sono presi in considerazione anche i dati relativi alla variazione dei sintomi della dipendenza da nicotina (es. numero di sigarette, sintomi associati, aumento o diminuzione dell’assunzione di nicotina)?

Questa è buona domanda. In fase di progettazione dello studio, pensando di fare uno studio che potesse riguardare tutta la popolazione, abbiamo deciso di raccogliere semplicemente il dato relativo ai fumatori e di non fare un’analisi mirata solo su questo campione. Perciò abbiamo deciso di concentrarci su altri stimoli di rinforzo facilmente accessibili. Sicuramente altri studi sul tabagismo completeranno il quadro da noi messo in evidenza.

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Pandemia e dipendenze: lo studio ha raccolto il dato relativo ai fumatori ma non ha effettuato un’analisi mirata solo su questo campione. Foto di Free-Photos

Guardando i dati di regressione della Bergen Social Media Addiction Scale, scala da voi utilizzata per misurare il livello di dipendenza da Social Media, sembra che il punteggio di questa scala sia significativamente legato all’età. I soggetti da voi presi in considerazione avevano un’età compresa tra i circa 18 e i 38 anni. Come avete specificato, questi dati non possono essere generalizzati alla popolazione adolescente, ma per quanto riguarda, invece, persone fra i 40 e i 50 anni?

In realtà il range di età dei nostri partecipanti è stato 18-74, anche se l’età media dei partecipanti era relativamente bassa (28.49 ± 10.89 anni). I social media ormai fanno parte della nostra vita quotidiana e la crisi pandemica “ha costretto” e “sta costringendo” anche fasce di età diverse da quelle degli adolescenti e dei giovani adulti a cimentarsi sempre maggiormente con questi strumenti. Perciò, sebbene sia un fenomeno diffuso soprattutto nel mondo dei giovani, non mi sorprenderebbe avere dei dati di prevalenza elevati anche in altre fasce d’età. Probabilmente il fenomeno sarà destinato ad aumentare in futuro proprio perché i social media raggiungono fasce della popolazione sempre più variegate.

 

All’inizio del vostro studio avete preso in considerazione lo status personale durante il lockdown (isolamento, quarantena, lavoro, numero di coabitanti ecc.). Pare che lo status personale durante la prima fase della pandemia, dove la curva dei contagi si stava alzando esponenzialmente, sia strettamente collegato ai punteggi del Bergen Social Media Addiction Scale. Questo legame sembra svanire nel momento in cui si vanno invece ad analizzare una ad una le sottovariabili (isolamento, numero di coabitanti, smart working ecc.) Volendo speculare su questo risultato, come avete provato a spiegarvi questo risultato? Potrebbe essere che non vi sia un solo fattore nell’ambiente ad influenzare lo sviluppo di abuso di social media, ma tutti concorrano ad esso, differenziandosi per peso e misura da persona a persona?

In letteratura sono riportati diversi dati che suggeriscono, in accordo con il modello biopsicosociale di Bronfenbrenner, il ruolo di diversi fattori (sociali, psicologici e biologici) nel determinismo di questa forma di dipendenza.

Rispetto a chi poteva uscire per andare al lavoro, chi era in isolamento o in quarantena ha riportato maggiori sintomi legati alla dipendenza da social media. Questo potrebbe essere dovuto alla condizione di necessità imposta dal lockdown in cui i social hanno rappresentato l’unico modo per rimanere connessi con i propri cari e con il mondo esterno nel quale eravamo abituati ad immergerci ogni giorno. Sicuramente questo è un tema che merita di essere approfondito.

 

Dai dati è emerso un forte collegamento fra i punteggi della Bergen Social Media Addiction Scale e la modified Yale Food Addiction Scale Version 2.0, quest’ultima utilizzata per misurare la presenza e la gravità dei sintomi di dipendenza da cibo. La dipendenza da cibo è spesso descritta come un disturbo a metà fra dipendenza comportamentale (per via del circuito coinvolto, della presenza di tolleranza, astinenza ecc.) e disturbo del comportamento alimentare (soprattutto, per via della compromissione del rapporto con il cibo). Da letteratura, sappiamo che i social media hanno un forte impatto sui disturbi del comportamento alimentare, in particolare su bulimia e binge eating. A fronte di quanto è emerso dalla vostra ricerca, pensate che la dipendenza da social network e la dipendenza da cibo abbiano un legame più profondo di quel che attualmente ci è noto? In altre parole, pensate che questi due tipi di dipendenza si alimentino a vicenda, soprattutto in una situazione di forte stress, come la pandemia?

È assolutamente possibile. Si tratta di una tematica molto attuale e molto interessante. Una recente meta-analisi pubblicata nel 2019 e condotta su 16.520 studenti ha riportato che l’uso problematico di Internet sembra essere un predittore della sintomatologia legata ai disturbi del comportamento alimentare. Nonostante questo, la complessa associazione tra questi due fenomeni deve essere ancora chiarita e ulteriormente approfondita, soprattutto in riferimento a quei meccanismi psicopatologici che possono alimentare e mantenere questa relazione anche in contesti non necessariamente legati alla pandemia.

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Nello studio di Panno e colleghi su pandemia e dipendenze, il 76% del campione è composto da donne. Foto di Foundry Co

Tra i limiti del vostro studio vi è il fatto che il 76% del  campione fosse composto da donne, le quali “fanno molto più uso dei social network rispetto agli uomini, più propensi a giochi online” (Panno et al.,2020, p.8). Tralasciando l’uso dei social, studi precedenti hanno confermato come il sesso femminile sia stato più a rischio di sviluppo di sintomi depressivi e ansiosi durante il periodo di quarantena in vari paesi (Shaukat, Ali  Razzak, 2020; Luo et al., 2020). I sintomi depressivi e ansiosi, a loro volta, sono strettamente collegati alle dipendenze, in quanto l’uso di sostanze o l’adozione di comportamenti disadattivi (come l’abuso di social network o la dipendenza da cibo) sembrano fungere come da ansiolitici e antidepressivi momentanei, proprio per via della loro specifica azione sul sistema nervoso centrale. Pensate che avere una così grande percentuale di persone di sesso femminile nel vostro campione, possa aver influito sui risultati anche in questa direzione? Pensate, in caso, di prendere in considerazione i sintomi depressivi e di ansia in studi successivi?

Come giustamente osservato la maggior prevalenza di donne distorce il nostro campione che, come specificato, non è rappresentativo della popolazione italiana. Per controllare questo aspetto, questa variabile è stata inclusa come covariata nei modelli testati proprio al fine di “limitarne” il suo effetto.

Relativamente alla seconda domanda, bisogna considerare che lo strumento utilizzato per valutare il distress legato al COVID-19 nel presente studio, la IES-R, nasce per l’assessment del disturbo da stress post-traumatico caratterizzato anche da una forte componente sintomatologica ansioso-depressiva. In ogni caso, un approfondimento specifico su queste due dimensioni psicopatologiche, in relazione alle dipendenze patologiche, potrebbe essere sicuramente interessante, soprattutto in associazione al contesto pandemico.

 

Il vostro studio mette in luce una realtà della pandemia nascosta, ma non più ignorabile, cioè l’aumento e la presenza di dipendenze di vario tipo nella popolazione italiana. Più in generale, assieme a molti altri studi, si mette in luce la presenza di sempre più disagi e disturbi psicologici dovuti sia all’emergenza che alla quarantena. Visti i dati in crescita raccolti dalla scienza, cosa vi augurate o vi aspettate per il futuro della Sanità da un punto di vista psicologico? Credete che siamo ancora in tempo per poter promuovere nuove iniziative e nuovi movimenti di sensibilizzazione a questi temi? Infine, pensate che gli effetti psicologici a lungo termine della pandemia necessitino di ulteriore attenzione?

Assolutamente sì! Questo si ricollega alla risposta della prima domanda, in riferimento all’elevato numero di persone che durante il lockdown hanno sperimentato dei livelli significativi di distress psicologico. In Italia, ormai siamo a più di un anno dall’inizio della pandemia ed è lecito pensare che ci sarà un significativo aumento della richiesta di aiuto legata a problemi di depressione, ansia e più in generale alla salute mentale. Numerosi studiosi internazionali hanno già lanciato questo allarme e l’Italia non può sottovalutarlo. Perciò, da un lato, sarà necessario porre estrema attenzione ai problemi di salute mentale legati alla pandemia nel prossimo futuro e dall’altro essere pronti ad agire per fronteggiarli nel miglior modo possibile. In questo senso, policy makers e decisori politici dovranno porre la massima attenzione nell’offrire linee guida chiare ed efficienti volte ad offrire servizi ed interventi tempestivi per contrastare questi effetti della pandemia, che potremmo definire secondari, nel senso che si svilupperanno a lungo raggio. Tutto dovrebbe avvenire in un’ottica di prevenzione e promozione della salute pubblica che non può non passare anche attraverso delle campagne di sensibilizzazione.

 

Bibliografia

  • Panno, A., Carbone, G. A., Massullo, C., Farina, B., & Imperatori, C. (2020). COVID-19 Related Distress Is Associated With Alcohol Problems, Social Media and Food Addiction Symptoms: Insights From the Italian Experience During the Lockdown. Frontiers in Psychiatry, 11, 1314.
  • Idagine Censis (2018) I Media digitali e la fine dello star system, https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Sintesi_2.pdf
  • Gordon et al. (2018) What is the evidence for “food addiction?” a systematic review, Nutrients, 10(4), 477, doi: 10.3390/nu10040477
  • Selye, H. (1956). The stress of life.
  • Selye, H. (1974). Stress without distress. Philadelphia.

Covid-19: Come cambiano i comportamenti dei vaccinati? 

Un’indagine congiunta Sapienza e dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I rileva come la maggioranza dei soggetti continua a rispettare le misure di protezione anche dopo il vaccino

Un’indagine rileva come la maggioranza dei soggetti vaccinati COVID-19 continua a mantenere gli stessi comportamenti, a rispettare le misure di protezione anche dopo il vaccino. Foto di Наркологическая Клиника

L’indagine pianificata dalla Sapienza Università di Roma e dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I ha coinvolto gli operatori delle strutture sanitarie dell’Azienda, sottoposti alla seconda dose di vaccino COVID Pfizer-BioNTech fino al 30 marzo 2021. Al personale è stato somministrato un questionario sulle misure di protezione contro SARS-CoV-2 e i soggetti che hanno volontariamente risposto, tra il 2 ed il 17 aprile 2021, sono stati 731, di età compresa tra i 24 ed i 69 anni.

“Il messaggio principale che deriva dall’indagine è che la maggioranza degli intervistati non ha cambiato le proprie abitudini dopo la vaccinazione.

In particolare, ben il 94% dei soggetti ha dichiarato che dopo la seconda vaccinazione contro Covid-19 non è cambiata la frequenza con la quale indossa la mascherina chirurgica o di comunità, in ambienti chiusi e con persone diverse dai familiari e conviventi. Solo il 4% ha ammesso di aver ridotto leggermente tale abitudine. Circa l’89% ha dichiarato che, dopo la seconda vaccinazione contro SARS-CoV-2, non ha cambiato la frequenza con la quale indossa la mascherina FFP2 o la doppia mascherina in ambienti chiusi e con persone diverse dai familiari e conviventi e la frequenza con la quale indossa la mascherina (chirurgica, di comunità o FFP2) all’aperto.

Dopo la seconda vaccinazione contro il Covid-19, la frequenza con la quale il soggetto si lava le mani con acqua e sapone o le disinfetta con soluzione idroalcolica per almeno 20 secondi non è cambiata nel 94% degli intervistati, così come il rispetto del numero massimo di 6 persone all’interno della sua abitazione, escludendo familiari e conviventi.

Infine, la frequenza con la quale il soggetto ha dichiarato di rispettare il distanziamento fisico di almeno 2 metri all’aperto non si è modificata nell’86% dei soggetti, mentre è diminuita leggermente nel 13% dei soggetti intervistati.

Sono risultati importanti che dimostrano come la consapevolezza di non abbassare la guardia neanche anche dopo la vaccinazione sia ampiamente diffusa”.

Questo hanno dichiarato i Coordinatori della ricerca, il professor Domenico Alvaro, Direttore del DAI di Medicina Interna e Specialità Mediche e Preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria e la Professoressa Stefania Basili, Direttrice della unità operativa complessa di Medicina Interna dell’Umberto I.

 

Testo dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Effettuato presso Sapienza-Sant’Andrea il primo trapianto di trachea in Italia, primo al mondo su un paziente post Covid-19

L’intervento, reso necessario a causa delle lesioni provocate dalle complicanze della malattia, rappresenta un modello clinico a livello internazionale

È stato portato a termine con successo il primo trapianto di trachea in Italia, il primo al mondo che viene effettuato su un paziente post Covid-19. I danni conseguenti all’infezione SARS-Cov2 e alle tecniche di ventilazione invasiva che si sono rese necessarie durante la malattia, hanno provocato l’assottigliamento della trachea che impediva quasi completamente la respirazione, rendendo necessario effettuare l’intervento.

Cecilia Menna in sala operatoria

Il trapianto è stato eseguito lo scorso 2 marzo presso la Chirurgia Toracica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea, policlinico universitario della rete Sapienza e azienda di alta specializzazione della Regione Lazio. Il paziente, un uomo di 50 anni originario della Sicilia, immediatamente risvegliato è stato da subito in grado di respirare e parlare autonomamente; dopo un ricovero di tre settimane e un decorso post-operatorio regolare, ha ripreso la sua vita normale, tornando al suo lavoro e alla sua città.

Effettuato presso Sapienza-Sant’Andrea il primo trapianto di trachea in Italia, primo al mondo su un paziente post Covid-19. La conferenza stampa

L’importante traguardo è stato presentato il 15 aprile nell’aula magna della Sapienza da parte dello staff medico della Chirurgia toracica diretta da Erino Rendina e in particolare dalla giovane chirurga Cecilia Menna, la trentacinquenne responsabile del Programma “Tracheal Replacement” del Sant’Andrea che ha condotto con il professor Rendina l’intervento in prima persona. A prender parte, la rettrice della Sapienza Antonella Polimeni, l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato, il direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera-universitaria Sant’Andrea Paolo Annibaldi, il preside della Facoltà di Medicina e psicologia Fabio Lucidi, che hanno condiviso il brillante risultato, spiegando la complessità della macchina organizzativa messa in moto per portare a compimento il trapianto.

Erino Rendina, Antonella Polimeni, Cecilia Menna

“Questo successo è motivo di soddisfazione per tutta la nostra comunità e rappresenta un’ulteriore conferma degli eccellenti risultati clinici della ricerca medica e scientifica prodotta dall’Ateneo, al servizio della salute della collettività” – afferma la rettrice Antonella Polimeni – Il fatto poi che questo intervento veda in prima linea una giovane chirurga è un segnale forte di come le competenze femminili si possano affermare in ambiti professionali come quello chirurgico, tradizionalmente a quasi esclusivo appannaggio degli uomini.”

“Un grande risultato a testimonianza dell’eccellenza clinica raggiunta dal sistema sanitario regionale” sottolinea l’Assessore Alessio D’Amato “Voglio ringraziare la Sapienza e i professionisti dell’équipe chirurgica del Sant’Andrea per l’innovativo intervento portato a termine.”

“Un risultato di elevata complessità organizzativa e clinico-assistenziale, frutto dell’esperienza e dello spirito di innovazione dei nostri chirurghi – commenta il direttore generale del Sant’Andrea Adriano Marcolongo – e della capacità di fare rete con altri centri italiani di eccellenza.”

trapianto trachea
Effettuato presso Sapienza-Sant’Andrea il primo trapianto di trachea in Italia, primo al mondo su un paziente post Covid-19. Foto di gruppo con gli specializzandi

L’intervento chirurgico, che ha coinvolto 5 operatori ed è durato circa 4 ore e mezza, è stato condotto con sofisticate tecniche di anestesia, che hanno permesso di non instituire la circolazione extracorporea. La trachea malata è stata rimossa nella sua totalità e successivamente è iniziata la delicata fase di ricostruzione che ha previsto la sua sostituzione con un segmento di aorta toracica criopreservata presso la Fondazione Banca dei Tessuti di Treviso, diretta da Diletta Trojan e perfettamente adattabile alle dimensioni della via aerea del paziente.

“La patologia tracheale era estesa e severa e non poteva essere affrontata con le tecniche di ricostruzione, su cui pure abbiamo maturato una esperienza ventennale – spiega Erino Rendina – e l’unica opzione plausibile era la sostituzione dell’intera trachea con biomateriale”.

trapianto trachea
Cecilia Menna in sala operatoria

 “Una delle criticità maggiori nella sostituzione della trachea, tubo rigido e pervio” spiega Cecilia Menna – “è il ripristino della sua rigidità: per questo abbiamo provveduto a inserire all’interno dell’aorta impiantata un cilindro di silicone, la cosiddetta protesi di Dumon, della lunghezza di 10 cm e ripristinato completamente la pervietà aerea, la respirazione, la fonazione e la deglutizione”.

Il paziente, Giuseppe Scalisi

Il paziente, immediatamente risvegliato e da subito in grado di respirare e parlare autonomamente, non ha necessitato di ricovero in terapia intensiva né di tracheostomia ed è stato trasferito direttamente nel reparto di Chirurgia Toracica. Sono state effettuate broncoscopie quotidiane per controllare il corretto posizionamento del cilindro di silicone e il buono stato di conservazione del graft aortico. Il suo decorso post-operatorio è stato regolare e dopo tre settimane dall’intervento, il paziente è stato dimesso, senza la necessità di terapia immunosoppressiva, come avviene invece per gli altri trapianti d’organo, grazie alla scarsissima immunogenicità del graft aortico.

trapianto trachea
Erino Rendina e Cecilia Menna in studio

Chirurgia Toracica di Sapienza-Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea – è il maggior centro di riferimento italiano per la chirurgia della trachea ed uno dei maggiori centri europei, un’eccellenza italiana fortemente voluta dai vertici della Sapienza e dell’Ospedale Sant’Andrea. Conosce una costante crescita in termini di volume e qualità assistenziale con particolare riferimento ad interventi di ricostruzione vascolare e delle vie aeree finalizzate al risparmio delle parti di organo sane. Nel 2020 sono stati effettuati sotto la direzione del professor Rendina 1323 interventi, nonostante la maggiore complessità organizzativa dovuta all’emergenza COVID.

Cecilia Menna

Cecilia Menna – Responsabile del progetto “Tracheal Replacement”, è una giovane chirurga di 35 anni. Dopo essersi laureata e specializzata con il professor Rendina, è attualmente dirigente medico presso l’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea. Esegue quotidianamente, in prima persona, tutti gli interventi più complessi di Chirurgia Toracica e rappresenta, con il suo successo professionale, l’abbattimento di un altro cliché duro a scomparire: che la chirurgia sia preclusa alle donne.

Cecilia Menna

Erino Angelo Rendina – Direttore della Chirurgia Toracica, è stato il primo, trent’anni fa esatti, ad eseguire un trapianto polmonare in Italia, nella notte tra l’11 e il 12 gennaio 1991. Attualmente, dirige un gruppo di 9 chirurghi, tra cui 4 donne. La sua lunga esperienza è stata messa a disposizione del paziente per raggiungere in modo assolutamente innovativo quella che sembra una stabile guarigione; ciò dimostra come la ricerca di base e lo studio, uniti alla tenacia nell’applicazione pratica della ricerca scientifica, possano anche in Italia dare risultati di valore assoluto.

Erino Angelo Rendina

Testo, foto e video dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

SCOPERTA UNA POSSIBILE RELAZIONE TRA LE ATTIVITÀ ENZIMATICHE DELLA MOLECOLA CD38 E L’INFEZIONE DA COVID-19

In uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Physiological Reviews, ricercatori e studiosi del Dipartimento Scienze Mediche dell’Università di Torino e Fondazione Ricerca Molinette presentano una nuova prospettiva medica che parte dall’ipotesi che la molecola CD38 e le sue attività enzimatiche esercitino un ruolo nella infezione da Covid-19.

molecola CD38 COVID
Foto di v-3-5-N-a

CD38 è una molecola la cui origine risale a circa 950 milioni di anni fa nella storia della vita. Nell’uomo è stata identificata nel contesto degli sforzi del Workshop sugli Antigeni di Differenziamento, alla fine degli anni ’70. Il Laboratorio di Immunogenetica dell’Università di Torino ha caratterizzato gene e struttura di CD38 e soprattutto ne ha anticipato le applicazioni in clinica (1). Inizialmente la molecola CD38 è stata considerata come un marcatore di popolazioni cellulari circolanti nel sangue e particolare attenzione è stata dedicata alla leucemia linfatica cronica, di cui è diventata un indicatore di stadiazione (2). Oggi la molecola è ampiamente impiegata in clinica come target di anticorpi monoclonali nella terapia del mieloma multiplo (3).

È stata proprio l’esperienza acquisita in vivo che ha permesso di incrementare le conoscenze sul ruolo che CD38 riveste in fisiologia e in malattia. CD38 è un ectoenzima che regola il metabolismo extracellulare di NAD(Nicotinammide adenina dinucleotide), una delle più importanti sorgenti di energia e di segnali biologici in natura, prendendo parte a un circuito che coinvolge molecole quali PARP (proteine coinvolte nella riparazione del DNA) e Sirtuine (proteine ad attività enzimatica che regolano importanti vie metaboliche negli esseri viventi) all’interno della cellula.

La ricerca appena pubblicata su Physiological Reviews (con un Impact Factor: 25.588) svolta in collaborazione con la Fondazione Ricerca Molinette dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Torino Alberto Horenstein e Angelo Corso Faini coordinati dal Prof. Fabio Malavasi, presenta una prospettiva medica che parte dalla ipotesi che la molecola CD38 e le sue attività enzimatiche esercitino un ruolo nella infezione da Covid-19 (4).

Secondo i ricercatori, i substrati di CD38 (NAD+ e NADP+) sono sottratti dalle modifiche metaboliche indotte da coronavirus SARS-CoV-2, e i prodotti della sua attività enzimatica (cADPR/ADPR/NAADP) e degli enzimi correlati (tra cui PARP e Sirtuine) sono coinvolti nella risposta anti-virale e pro-infiammatoria, quest’ultima responsabile di parte del coinvolgimento polmonare osservato e caratterizzato da tempeste citochiniche e successiva fibrosi estesa.

La ricerca suggerisce l’ipotesi che l’ectoenzima CD38 e i prodotti controllati dall’asse CD38/NAD+ abbiano un ruolo significativo nello sviluppo della malattia e quindi una ricaduta di impatto clinico potrebbe essere l’impiego di terapie basate sul blocco di CD38 come bersaglio, una ulteriore nuova possibilità di trattamento per i pazienti critici affetti da Covid-19.

 

Testo dall’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Torino

NUOVO STUDIO RIVELA GLI EFFETTI DEL TRACCIAMENTO DIGITALE IN COMBINAZIONE CON ALTRI INTERVENTI NON-FARMACEUTICI SUL CONTROLLO DELLA PANDEMIA DI COVID-19

Il lavoro, frutto di una collaborazione tra Fondazione Bruno Kessler, Fondazione Isi – Torino, Università di Torino e di altri istituti di ricerca stranieri, è stato pubblicato sull’autorevole rivista Nature Communications. I risultati analizzano in quali casi le strategie di isolamento e il digital contact tracing via app possono aiutare il contenimento di focolai riemergenti

tracciamento pandemia
Un nuovo studio rivela gli effetti del tracciamento digitale in combinazione con altri interventi non-farmaceutici sul controllo della pandemia di COVID-19. Foto di Markus Winkler 

Uno studio innovativo sull’effetto e sul ruolo del tracciamento digitale dei contatti durante la pandemia di COVID-19 e di diverse politiche di adozione e integrazione del sistema con altri interventi non-farmaceutici è stato recentemente pubblicato sull’autorevole rivista Nature CommunicationsIl lavoro è frutto di una collaborazione guidata dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, insieme al Politecnico di Losanna (EPFL), la Technical University di Copenaghen (DTU), l’Università di Aix-Marsiglia, la Fondazione ISI – Torino e l’Università degli Studi di Torino. Fra gli autori figurano diversi ricercatori che hanno contribuito al protocollo DP-3T per il tracciamento privacy-preserving dei contatti, a cui è ispirato il sistema di exposure notification di Apple Google usato da molte delle app nazionali di tracciamento, inclusa quella italiana.

Il tracciamento digitale dei contatti per mezzo di un’app per smartphone, come l’italiana Immuni, è stato al centro di molte discussioni durante l’anno passato, sia per gli aspetti prettamente tecnologici che per le sfide legate alla partecipazione dei cittadini, alla protezione dei dati personali, e all’integrazione nei servizi di tutela della salute pubblica.

L’idea di tracciamento dei contatti non è nuova, ed è noto che il tracciamento dei contatti, tradizionalmente inteso, gioca un ruolo cruciale nella risposta all’epidemia. All’inizio della crisi COVID-19, uno studio pionieristico del Dr. Luca Ferretti, del Prof. Christophe Fraser e di altri ricercatori dell’Università di Oxford, pubblicato sulla rivista Science, ha indicato che il contenimento di focolai epidemici potrebbe beneficiare da un’app per smartphone che avvisi in modo tempestivo gli utenti che si sono trovati in prossimità ravvicinata di un individuo poi rivelatosi positivo. A un anno di distanza, nei paesi che hanno integrato efficientemente il tracciamento digitale dei contatti nella propria risposta sanitaria (come ad esempio Svizzera e Regno Unito) inizia ad accumularsi evidenza che queste app possono contribuire a mitigare l’impatto dell’epidemia. È perciò importante studiare in modo dettagliato il ruolo che il tracciamento digitale può giocare in combinazione con gli altri interventi non-farmaceutici per il contenimento di focolai ri-emergenti dell’epidemia.

Lo studio pubblicato su Nature Communications – i cui primi autori sono i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler, Giulia Cencetti e Gabriele Santin dell’Unità di ricerca Mobile and Social Computing Lab (MobS Lab) guidata da Bruno Lepri – ha rilevato con una serie di simulazioni l’effetto del tracciamento digitale dei contatti e di diverse politiche di adozione ed integrazione del sistema con altri interventi. Piuttosto che fare assunzioni sulla struttura delle reti di contatto, lo studio ha usato dati reali di prossimità degli individui, raccolti da due progetti di scienza delle reti sociali: il primo progetto è il Copenaghen Network Study, guidato dal Prof. Sune Lehmann (DTU), che ha tracciato un grande gruppo di studenti volontari utilizzando smartphone; il secondo progetto si chiama SocioPatterns ed è guidato dal Prof. Ciro Cattuto della Fondazione ISI – Torino e dell’Università di Torino, e dal Prof. Alain Barrat del CNRS francese e dell’Università Aix-Marseille: in questo caso i contatti sono stati misurati usando sensori di prossimità indossati da volontari in diversi ambienti rilevanti per la trasmissione di malattie infettive, come ad esempio scuole, uffici, etc. L’uso di dati reali di contatto è uno degli aspetti innovativi dello studio, che fornisce dei criteri quantitativi per valutare l’efficacia del contact tracing digitale in funzione di alcuni parametri critici, come il ritardo nell’isolamento degli individui allertati ed il livello di adozione dell’app nella popolazione. I risultati dello studio mostrano che le strategie di isolamento e il digital contact tracing via app possono aiutare il contenimento di focolai riemergenti se alcune condizioni sono soddisfatte, in particolare se la propagazione è complementata da altri interventi come l’uso di mascherine e il distanziamento fisico, se l’adozione dell’app è alta, e se il ritardo nell’isolamento dei contatti è minimo. Lo studio mostra inoltre che il tracciamento dei contatti di secondo ordine (i contatti dei contatti, più intrusivo in termini di privacy) non è efficace, e conferma che il meccanismo di exposure notification in uso nella maggior parte delle app nazionali, che si limita ai contatti del primo ordine e minimizza i dati raccolti, è adeguato per conseguire i benefici del contact tracing digitale.

 

Testo dall’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Torino sugli effetti del tracciamento digitale in combinazione con altri interventi non-farmaceutici sul controllo della pandemia di COVID-19.

COME LA PANDEMIA COVID-19 CAMBIA LA CAPACITÀ DI LEGGERE IL VOLTO UMANO

Studio promosso da UniTo ha coinvolto 122 soggetti con il compito di giudicare lo stato emotivo e il grado di affidabilità espresso da alcune fotografie di volti. Il lavoro, che riflette sull’opportunità di un impiego più diffuso delle mascherine trasparenti, è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports

volto COVID
Foto di Christo Anestev 

Uno studio, nato in seno al progetto europeo FACETS dell’Università di Torino, ha analizzato in che modo la pandemia di Covid-19 ha cambiato la capacità di leggere il volto ed è stato appena pubblicato sull’autorevole rivista Scientific Reports (del gruppo Nature). La ricerca si basa su un esperimento di psicologia sociale, svolto online durante la primavera 2020, che ha coinvolto 122 soggetti, che avevano il compito di giudicare lo stato emotivo e il grado di affidabilità espresso da alcune fotografie di volti.

Nell’ultimo anno le mascherine sanitarie di ogni foggia e fattezza sono diventate arredo comune del nostro quotidiano, tanto da comportare alcuni effetti collaterali nella comunicazione non verbale. Il lavoro è stato condotto da Marco Viola (Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Università di Torino), in collaborazione con Marco Marini, dottorando di psicologia all’Università La Sapienza di Roma, Alessandro Ansani (Università di Roma Tre), Fabio Paglieri (ISTC-CNR) e Fausto Caruana (IN-CNR).

Di norma, siamo piuttosto bravi ad associare un’emozione a una determinata espressione del volto. Ma quando questo è mascherato, facciamo molta più fatica”, sottolinea Marco Marini. Durante l’esperimento, mentre 41 soggetti hanno visto dei volti scoperti, ad altri 40 venivano presentati dei volti mascherati. “Come prevedibile, i soggetti che vedono volti mascherati compiono molti più errori nel riconoscere le emozioni che questi esprimono”, spiega Alessandro Ansani, “confermando l’importanza della regione orofacciale nella decodifica delle emozioni”. Inoltre, aggiunge Fabio Paglieri, “quelle stesse facce che senza maschera sono reputate inaffidabili ci incutono, quando mascherate, molta meno diffidenza”.

Ma il risultato più originale dello studio riguarda un terzo gruppo di 41 soggetti, che ha dovuto giudicare emozioni ed affidabilità in volti coperti da una mascherina con una finestra di plastica trasparente che lascia intravedere la bocca. In quest’ultimo gruppo, infatti, la percezione delle emozioni è inalterata, mentre l’impressione di inaffidabilità è solo parzialmente attutita. In una seconda fase dell’esperimento, ai soggetti sono state mostrate diverse facce prive di maschera chiedendo loro di indicare se le avessero già incontrate durante il compito precedente. In questo caso, le maschere trasparenti non hanno mostrato alcun vantaggio rispetto a quelle tradizionali.

Questo risultato ci invita a riflettere sull’opportunità di un impiego più diffuso delle mascherine trasparenti, per lo meno in certi contesti dove la comunicazione non verbale gioca un ruolo importante”, commenta Fausto Caruana, “anche perché vedere un sorriso non è solo un atto di percezione fredda, dall’esterno, ma può dare adito anche a fenomeni di contagio emotivo, che promuove affiliazione”.

L’idea dello studio, oltre che alla nostra quotidianità, è stata ispirata anche da alcune discussioni con i colleghi del progetto europeo FACETS (Estetiche del volto nelle società telematiche contemporanee), qui all’Università di Torino, che ha sponsorizzato lo studio”, precisa Marco Viola.

 

Testo dall’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Torino sullo studio pubblicato su Scientific Reports che ha analizzato in che modo la pandemia di COVID-19 ha cambiato la capacità di leggere il volto.

Testosterone e forme gravi di Covid-19: uno studio coordinato dall’Università di Siena pubblicato su EBiomedicine

Foto di PublicDomainPictures

Uno studio internazionale coordinato dall’Università di Siena e che ha coinvolto, in Italia, tra gli altri centri, anche la Sapienza Università di Roma, dimostra che alcune varianti genetiche rendono il recettore del testosterone meno funzionante, predisponendo gli individui di sesso maschile a sviluppare una malattia da COVID-19 molto più grave.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista EBiomedicine, del gruppo Lancet, e condotto in una casistica di più di 600 maschi infetti dal virus SARS-CoV-2, pone le basi per futuri trials clinici sull’uso del testosterone in pazienti portatori di queste varianti.

“Che il testosterone fosse un importante modulatore del sistema immunitario e potenzialmente implicato nell’associazione tra COVID-19 e diabete, era noto – spiega Andrea Isidori, professore ordinario di Endocrinologia dell’Università Sapienza Roma – ma gli studi precedenti mostravano dati contrastanti”.

Il lavoro multicentrico, coordinato dalla professoressa Francesca Mari dell’Università di Siena, spiega che è la funzionalità del recettore androgenico, legata alle sue varianti genetiche, la nuova chiave di lettura per comprendere queste discrepanze e l’evoluzione clinica dell’infezione nel maschio.

“Questi risultati sono stati possibili – spiega la professoressa Alessandra Renieri, docente del dipartimento di Biotecnologie mediche dell’Ateneo senese, responsabile della U.O.C. Genetica Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e coordinatrice del consorzio nazionale GEN-COVID – grazie alla partecipazione di numerosi centri clinici oltre all’AOUS, che hanno reclutato pazienti in tutta Italia, e alla collaborazione interdisciplinare del gruppo di Bioingegneria dell’Università di Siena e di esperti di intelligenza artificiale del dipartimento di Ingegneria dell’informazione e Scienze matematiche dell’Ateneo, insieme ai gruppi di Endocrinologia di Siena e della Sapienza, utilizzando la piattaforma di sequenziamento recentemente implementata dal nostro Ateneo”.

 

Lo studio:  “Shorter androgen receptor polyQ alleles protect against life-threatening COVID-19 disease in European males” https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352396421000396

Testo dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma