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Umanizzare il carcere per promuovere anche il benessere della Polizia penitenziaria: una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca

Uno studio dell’Università di Milano-Bicocca rivela come un clima carcerario orientato al supporto e alla rieducazione dei detenuti migliora anche l’equilibrio psico-fisico del personale penitenziario, riducendo il burnout e migliorando la soddisfazione lavorativa.

Milano, 26 maggio 2025 – Trasformare la cultura delle carceri è una questione di diritti dei detenuti, ma anche di benessere psicologico e professionale degli agenti penitenziari. È quanto emerge da una ricerca, pubblicata sulla rivista Journal of Criminal Psychology, condotta da un team di ricercatori del dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con la Direzione generale della Formazione del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Lo studio, firmato da Marco Marinucci, Iolanda Tortù, Teresa Traversa, Luca Pancani e Paolo Riva, ha coinvolto 1.080 agenti della Polizia penitenziaria italiana. I risultati hanno messo in luce che promuovere norme sociali finalizzate al supporto e alla rieducazione delle persone ristrette aumenta la soddisfazione lavorativa e riduce il rischio di burnout del personale impiegato negli istituti penitenziari.

«Gli agenti che lavorano in carceri orientati alla dignità e alla rieducazione dei detenuti riportano livelli più bassi di esaurimento emotivo», spiega Marco Marinucci, primo autore e assegnista di ricerca a Milano-Bicocca. «Questo indica che promuovere una cultura penitenziaria improntata al supporto e al reinserimento sociale non solo tutela i diritti dei detenuti, ma rappresenta anche una leva fondamentale per proteggere la salute psicologica degli agenti e prevenire fenomeni di abuso».

La ricerca, che combina un’indagine correlazionale e una manipolazione sperimentale, ha evidenziato che il clima organizzativo ha un impatto significativo sulla qualità del lavoro nelle carceri oltre che sull’equilibrio psicologico degli agenti. Una cultura penitenziaria che mira al recupero dei carcerati, attraverso la promozione di un clima relazionale disteso ed empatico, favorisce atteggiamenti e intenzioni comportamentali più supportivi e meno punitivi, contribuendo a ridurre l’ostilità tra agenti e detenuti e, favorendo per gli agenti un coinvolgimento positivo nel lavoro.

Tuttavia, lo studio segnala anche una possibile ambivalenza: un’eccessiva vicinanza emotiva con i detenuti può, in assenza di un’adeguata preparazione, aumentare lo stress emotivo degli agenti di polizia penitenziaria. Per questo motivo, i ricercatori suggeriscono di affiancare al cambiamento culturale percorsi formativi capaci di aiutare gli agenti a gestire l’empatia in modo professionale e contenere i rischi di burnout.

«Oggi più che mai occorre ripensare la formazione e la gestione del personale penitenziario», conclude Marinucci. «Costruire un ambiente orientato al supporto e alla rieducazione non è solo un obbligo etico, ma una strategia concreta per migliorare le condizioni di lavoro, ridurre i rischi psicologici e costruire carceri più sicure e giuste».

Lo studio, realizzato con il sostegno del Ministero della Giustizia, fornisce anche indicazioni operative per promuovere un cambiamento culturale negli istituti penitenziari, a beneficio tanto del personale quanto delle persone detenute.

Umanizzare il carcere per promuovere anche il benessere della Polizia penitenziaria: una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca. Foto di Joseph Fulgham

Testo dall’Ufficio stampa Università di Milano-Bicocca.

Il ruolo cruciale delle vaccinazioni contro il virus dell’epatite B (HBV) e il papilloma virus (HPV) nella popolazione carceraria come strategia per promuovere l’equità sanitaria e prevenire il cancro.

Studio Università di Pisa pubblicato su The Lancet Regional Health evidenzia il ruolo cruciale delle vaccinazioni contro epatite B e papilloma nella popolazione carceraria.

Il Dipartimento di Ricerca Traslazionale e Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa, in collaborazione con diversi partner internazionali, ha guidato uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet Regional Health – Europe. Nel lavoro dal titolo “Cancer-preventing vaccination programs in prison: promoting health equity in Europe”, la dottoressa Lara Tavoschi e gli altri coautori e coautrici evidenziano il ruolo cruciale delle vaccinazioni contro il virus dell’epatite B (HBV) e il papilloma virus (HPV) nella popolazione carceraria come strategia per promuovere l’equità sanitaria e prevenire il cancro.

La ricerca ha coinvolto 20 paesi europei, valutando i dati sui servizi di vaccinazione e le politiche sanitarie rispetto alle persone che vivono e che lavorano in carcere. Per quanto riguarda l’Italia, sono rientrati nello studio quattro istituti penitenziari: la casa circondariale di Milano San Vittore, l’istituto penale per i minorenni di Milano “Beccaria”, il carcere di Bollate, e la casa di reclusione di Opera per un totale di persone recluse coinvolte di circa 3600 persone (a fronte di una capacità ospitativa inferiore ai 3000 posti). Dall’analisi è emersa una notevole variabilità a livello europeo nella disponibilità e nella copertura dei servizi vaccinali. In Italia la vaccinazione contro il virus dell’epatite viene offerta mentre non sono disponibili dati specifici sulla realizzazione o i benefici della vaccinazione contro il papilloma virus.

Dal lavoro emergono dieci raccomandazioni chiave per migliorare le strategie vaccinali contro il cancro nell’ambito carcerario. Si va dalla richiesta di inclusione esplicita delle popolazioni carcerarie nelle strategie di vaccinazione nazionali e internazionali, enfatizzando il principio di “equivalenza delle cure” come dichiarato da The Nelson Mandela Rules, alla necessità di espansione dei programmi di vaccinazione contro HBV e HPV rivolti a tutte le persone incarcerate che ne possono beneficiare, in particolare adolescenti e giovani adulti, utilizzando approcci neutri rispetto al genere.

“Le vaccinazioni – dice Lara Tavoschi – dovrebbero far parte di un pacchetto più ampio di servizi di salute sessuale e riduzione del danno, compreso lo screening per altre infezioni sessualmente trasmissibili e garantendo il follow-up delle cure post-rilascio”.

“Questa ricerca – conclude Tavoschi – fornisce prove solide a sostegno dell’implementazione di programmi di vaccinazione che non lascino indietro nessuno, a beneficio dell’intera popolazione. Affrontando le specifiche esigenze sanitarie delle persone che vivono in carcere, questi programmi possono infatti contribuire in modo significativo alla prevenzione del cancro e al miglioramento complessivo della salute pubblica in Europa”.

Lo studio è stato sviluppato come parte del progetto RISE-Vac, co-finanziato dal 3° Programma per la Salute dell’Unione Europea nell’ambito del GA n° 101018353. Gli autori estendono la loro gratitudine a Europris e ai membri del consorzio RISE-Vac per i loro preziosi contributi.

Link all’articolo scientifico:

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S266677622400125X

Foto di Joseph Fulgham

Testo dal Polo Comunicazione CIDIC – Centro per l’innovazione e la diffusione della cultura dell’Università di Pisa.

VIOLENZA CONTRO LE DONNE COSA “VEDE” L’ALTRA PARTE – Pubblicata su «The Arts in Psychotherapy» la ricerca firmata dalla Professoressa Ines Testoni dell’Università di Padova su un intervento di Creative Arts Therapies in carcere, con sessioni di psicodramma; il programma ha coinvolto persone che avevano commesso femminicidio o lo aveva tentato.

La violenza di genere è un fenomeno dilagante che va prevenuto. Barzellette sessiste, stalking, salari più bassi, matrimoni forzati, femminicidi, mutilazioni genitali, violenza domestica, prostituzione forzata, violenza sessuale, molestie sessuali, abuso sessuale, uso di acidi e delitto d’onore sono solo sono solo alcune delle varie forme di violenza a cui le donne sono esposte in tutto il mondo.

Nell’articolo pubblicato su «The Arts in Psychotherapy» con il titolo “Gender-based violence comes on the scene: Creative Arts Therapies intervention in prison with men who committed or tried to commit feminicide” firmato dal gruppo di ricerca della Professoressa Ines Testoni, direttrice del Corso di perfezionamento in Creative Arts Therapies per il supporto alla resilienza dell’Università di Padova, sono presentati i risultati di un intervento psicodrammatico intermodale volto a contrastare il rischio di futuri comportamenti violenti.

Sei detenuti di un istituto di pena, che hanno commesso o tentato di commettere un femminicidio, hanno partecipato a sessioni di psicodramma: si sono valutati la motivazione preliminare dei partecipanti al programma, gli aspetti dell’intervento, i cambiamenti personali e relazionali e le riflessioni sui ruoli di genere. La ricerca realizzata dal team della professoressa Ines Testoni si è svolta in due tappe, in anni differenti, e a differenza degli interventi sporadici che normalmente avvengono in carcere si è potuto rilevare il cambiamento degli atteggiamenti che sottostanno al comportamento violento contro la donna.

Le Creative Arts Therapies (CAT) sono tecniche che utilizzano i diversi canali espressivi delle arti per permettere alle persone di accedere a parti del Sé rimaste segregate nell’inconscio o nella segretezza della rimozione o più banalmente nell’inconsapevolezza e di aprirle al circuito comunicativo con gli altri. Questa dinamica permette loro di potersi guardare, scoprire qualcosa che ignoravano del proprio rapporto con il mondo e con sé stesse.

Il primo passo è stato motivare i partecipanti a prendere dal un lato consapevolezza delle rappresentazioni implicite che hanno fatto loro credere di potersi comportare liberamente e senza freni nei confronti della loro vittima, dall’altro che nella vita è necessario saper riconoscere le proprie emozioni, nominarle e gestirle nella relazione con l’altro nell’autocoscienza e nella condivisione con la società in cui si vive.

Il risultato di questo intervento di gruppo volto alla sensibilizzazione della coscienza (consciousness raising) ha rivelato che: i partecipanti non avevano mai problematizzato la questione e non avevano mai considerato la donna come “altra”, ma di averla idealizzata come madre che deve accudirli e rispondere a tutti i loro bisogni.

Le motivazioni dei detenuti a partecipare al programma, come indica la ricerca, sono state dettate dalla necessità di un confronto con qualcuno, dal “togliersi la maschera” che rende le interazioni con altri superficiali, uscire dalla routine della vita da ristretto e lavorare su sé stessi e riflettere sulla propria esistenza.

L’intervento con le Creative Arts Therapies e la condivisione di esperienze e sentimenti è stato considerato dai partecipanti utile per accedere a ricordi e riflettere sulle proprie emozioni; la tecnica dell’inversione di ruolo e dell’assunzione del ruolo di io ausiliario ha dato ai partecipanti la possibilità di sperimentare il significato del “vedere” un’altra prospettiva e di guardare con altri occhi; di accedere al loro mondo interiore e di esprimerlo sinteticamente in un’immagine.

Vi sono stati dei cambiamenti sia a livello personale che relazionale: i partecipanti hanno sottolineato come l’intervento di psicodramma li abbia aiutati ad acquisire nuovi modi di comportarsi e interagire con gli altri; la qualità delle relazioni che si sono sviluppate tra loro sono state ritenute utili come risorsa spendibile nel futuro.

Riflessioni sui ruoli di genere: l’ultimo tema ha raccolto le vecchie e nuove narrazioni dei partecipanti sulle rappresentazioni dei ruoli maschili e femminili. È emerso che l’uomo è associato a una figura forte, esente da sensibilità, dall’altra parte la donna è vista come una figura accogliente e di sostegno. Inoltre ci si aspetta che la donna sia devota al marito e alla famiglia e che mantenga questi valori anche di fronte a molestie o violenze. Alla fine del percorso i partecipanti hanno rivisto le proprie posizioni: hanno potuto riflettere sul loro bisogno di mostrarsi forti/dominanti e sulla possibilità di accedere ad aspetti più fragili e sensibili, dando un valore positivo al riconoscimento delle proprie vulnerabilità ed emozioni.

«Da questo risultato possiamo dire che se vogliamo prevenire la violenza contro le donne e quindi garantire parallelamente il benessere degli uomini bisogna creare degli spazi di consciousness raising anche per questi ultimi prima che essi diventino violenti e assassini. Sicuramente le Creative Arts Therapies possono aiutare in questo, magari a partire fin dalle scuole e da percorsi di crescita personale per gli stessi genitori e insegnanti – afferma Ines Testoni prima firma della ricerca pubblicata –. Tutte le storie di femminicidio e violenza contro le donne dimostrano che ormai gli stessi uomini sono vittime del patriarcato in quanto vivono in modo disadattivo la capacità della donna di dimostrare la propria intelligenza e di costruire una società nuova. Il cambiamento storico, avviato dopo i diritti umani universali, del contratto relazionale tra individui e nello specifico tra generi, che ha permesso alla donna di ridefinire i propri ruoli esistenziali, è ormai irreversibile – conclude Ines Testoni – e gli uomini che non riescono a gestirlo positivamente non possono che essere degli infelici disadattati che tentano di ripristinare un’idea di autorità in modo arcaico e disfunzionale per sé e per coloro che hanno la sventura di avere un rapporto con loro».

Ines Testoni
Ines Testoni, autrice sullo studio relativo alle Creative Arts Therapies in carcere per detenuti che avevano commesso o tentato femminicidio

Link alla ricerca: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0197455623001089

Titolo: “Gender-based violence comes on the scene: Creative Arts Therapies intervention in prison with men who committed or tried to commit feminicide”. – «The Arts in Psychotherapy» 2023.

Autori: Ines Testoni*, Gianmarco Biancalani, Maibrit Arbien, Melania Corallini, Evelina Cataldo, Consuelo Ubaldi.

 

Testo e foto dall’Ufficio Stampa dell’Università di Padova